Morrisey – Gran Teatro Linear4ciak, Milano. 16 ottobre 2014

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Articolo di Luca Franceschini, foto di Riccardo Florenzo.

Forse è meglio partire dalla fine. Dopo una lunga e claustrofobica versione di “Meat is Murder”, Morrissey e la band si congedano dal pubblico e riappaiono come da copione per i canonici bis. Cambio d’abito per il singer, inchino dei sei musicisti abbracciati come se fosse proprio la fine, attacco di “One Day Goodbye Will Be Farewell” (titolo appropriato  in effetti), col buon Moz che dopo pochi versi smette di cantare e si mette a stringere mani alle prime file e a raccogliere i regalini che i fan più affezionati hanno colto l’occasione di consegnargli.

Quando la band smette di suonare, saluta (neanche troppo calorosamente) e se ne va. Fine della corsa. Luci accese in sala e musica di sottofondo. Tutto finito dopo poco più di settanta minuti di show. Alzandomi dal mio posto incrocio lo sguardo di un paio di ragazzi che, probabilmente leggendo sul mio viso lo sconcerto, mi dicono che anche loro erano rimasti un po’ delusi.
Per la verità, il dubbio che qualcosa fosse andato storto e che motivi fisici o le bizze per cui è proverbiale avessero fatto saltare gli ultimi pezzi, è stato fugato non appena ho dato l’occhiata alle ultime setlist di questo tour. Non lo faccio mai prima, quando vado a vedere un artista o una band che ama stravolgere il proprio programma di concerto in concerto: mi è sempre piaciuto quel sottile brivido di non sapere mai che cosa ci sarà dopo.
Così, sfogliando le scalette di ogni show, mi sono reso conto che, in realtà, ogni sera c’è sempre stato un solo bis e che la quantità di brani suonati, bene o male è sempre stata la stessa.

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Niente motivi oscuri, dunque, dietro questo finale brusco (semmai ci si potrebbe chiedere perché non abbia cantato l’ultimo brano) ma probabilmente solo un comprensibile affaticamento fisico. Negli ultimi due anni la salute dell’ex Smith non è stata delle migliori e la recentissima notizia secondo la quale sarebbe in cura per un tumore non ha certo migliorato le cose. Logico dunque che queste cinque date italiane non siano proprio iniziate sotto il segno dell’ottimismo.
Di motivi per rallegrarsi tuttavia ce ne sono: “World Peace Is None of Your Business” è un disco ispirato e di alta qualità, il suo secondo libro sta per uscire e il tour in corso sta per il momento riscuotendo un grande successo.
Il pubblico nostrano ha risposto bene al richiamo, nonostante il prezzo dei biglietti non certo popolare: sold out la data romana, affluenza molto alta anche per quella milanese. Certo, il nuovo teatro Ciak (che per inteso è quello dove da anni si registra Zelig) è in realtà poco più di un tendone e le battute di Moz sul fascino e la magia del luogo hanno fatto pensare che non si fosse poi molto guardato intorno…
Ma tant’è. Alle 21.15 le luci si spengono e per mezz’ora buona veniamo intrattenuti con filmati vari in cui spezzoni live di Ramones, New York Dolls e altre band si alternano a frammenti di oscure  sit com inglesi, nella perfetta tradizione del singer di Manchester.
Poi il telone bianco usato per proiettare cade di colpo a rivelare i cinque membri della band più il frontman, tutti al loro posto e pronti per iniziare. Immediatamente almeno la metà dei presenti abbandona i propri posti e si riversa in piedi sotto al palco. Una mossa che nessuno all’interno del teatro fa nulla per contrastare, una scena che abbiamo visto fin troppe volte nel nostro paese, quando un artista rock si trova a doversi esibire in una venue con soli posti a sedere. Forse sarebbe il caso che gli organizzatori ci pensassero…

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Si parte con “The Bullfighter Dies”, inno dal sapore animalista tratto dal nuovo lavoro. Non proprio il modo migliore per iniziare: considerato che in tutto questo tour si iniziava con “The Queen Is Dead”, dire che ci siamo sentiti beffati è piuttosto riduttivo. A ruota arriva lo scanzonato pop di “Kiss Me A Lot”, sempre dal nuovo lavoro, con tanto di tastiere in evidenza che, assieme al brano precedente, evocano quel retrogusto un po’ latino di cui sono ammantati alcuni degli ultimi episodi.
Il primo tuffo nel passato è la magnifica “You Have Killed Me”, scritta nel periodo in cui Moz viveva a Roma e dedicata all’omicidio di Pasolini. Un pezzo grandioso, tra le cose migliori della sua carriera solista, purtroppo penalizzato da un’esecuzione vocale non impeccabile e dalle luci fortissime che vengono sparate in faccia alla platea durante il ritornello. È una cosa che accadrà anche in altri momenti e diciamo che non ha aiutato molto a godersi il concerto.
Fisicamente, l’ex Smith sembra in discreta forma. Non è particolarmente mobile sul palco ma la voce, che sulle prime battute era apparsa insicura, esce fuori pian piano e alla fine offrirà una prova più che buona. Tuttavia, le brevi pause tra un pezzo e l’altro e il leggero fiatone che lo coglie quando parla, fanno capire che non tutto funziona perfettamente.
Al di là di questo, non è che ci si possa lamentare più di tanto: la band è affiatata, il sound è potente e in generale il ritmo complessivo dello show è piacevole. Il nuovo album fa la parte del leone e bisogna dire che le varie “Neal Cassidy Drops Dead”, “World Peace Is None of Your Business”, “Istanbul” o “Earth is The Loneliest Planet” fanno la loro sporca figura e confermano come questo nuovo lavoro possa tranquillamente stare alla pari con le cose migliori mai composte dal singer mancuniano.

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Per il resto, la scaletta va a pescare piuttosto liberamente nella sua fase post Smiths: l’inno pop “Certain  People I Know”, il grande classico “Everyday is Like Sunday” e anche episodi amatissimi ma forse di meno successo come “I’m Throwing My Arms Around Paris”, “Speedway” o “Trouble Loves Me” (forse la miglior esecuzione vocale di tutto lo show). Meno presente, in questo tour, è il repertorio della sua band madre, ma la splendida versione della psichedelica “How Soon Is Now” e la quasi disturbante riproposizione di “Meat is Murder” (con tanto di immagini crudissime di animali macellati) hanno quasi fatto perdonare l’assenza di “Asleep”, assieme a “The Queen Is Dead” sempre presente in tutte le altre date del tour.
Nel finale arriva anche “I’m Not a Man”, un brano che nel disco non era apparso così ispirato, ma che dal vivo migliora molto e appare decisamente godibile.
Il finale è quello già detto all’inizio: niente di scandaloso ma, forse, a giudicare da quanto bene si stavano comportando tutti, era lecito attendersi qualcosa di meno brusco.
Detto questo, facendo una rapida somma degli aspetti positivi e di quelli negativi di questo show, non ci sembra che ci si debba eccessivamente lamentare: Morrissey e la sua band sono apparsi piuttosto in palla e hanno offerto uno show potente e coinvolgente. Non è durato quanto ci saremmo aspettati e qualche grande pezzo è effettivamente mancato: parliamo di quelli degli Smiths ma anche di alcune grandi perle del suo periodo solista (“Irish Blood, English Earth” e “First of the Gang to Die” le avremmo sentite più che volentieri). In fin dei conti però, non è così importante: stasera ci siamo divertiti. Speriamo solo che possano esserci molti altri concerti negli anni a venire.

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