Marta sui tubi – Alcatraz, Milano. 3 dicembre 2014

Postato il Aggiornato il

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Articolo di Luca Franceschini, foto di Giovanni Daniotti

I Marta sui Tubi sono cresciuti notevolmente negli ultimi anni: sarà stata la partecipazione al Festival di Sanremo, saranno state le fortunate collaborazioni con Lucio Dalla e Franco Battiato, sarà semplicemente che il pubblico italiano si è finalmente accorto delle potenzialità di un act dalla proposta originale e che dal vivo letteralmente incendia i locali, fatto sta che per la band siciliana di origine ma bolognese di adozione, è davvero iniziata una nuova fase di carriera. Una fase di cui “Salva gente”, il Best of con inediti uscito quest’anno, rappresenta di sicuro un ottimo compendio.
Questa sera suonano all’Alcatraz, la venue milanese che marca un po’ un salto di qualità per quei gruppi che riescono ad arrivarci. Si tratta di una delle date più importanti di questo tour e la voglia di fare bene è giustamente tanta. L’affluenza è discreta, età media piuttosto bassa e per una volta fa piacere sentirsi tra i più vecchi del locale: se non altro, significa che le nuove generazioni non stanno tutte correndo dietro al rapper di turno.
In apertura i Black Beat Movement, sestetto milanese nel quale militano ex membri dei Rezophonic e dei Vallanzaska. Hanno esordito lo scorso anno con un ep autotitolato e suonano un funk energico e ricco di groove, che intrattiene a dovere il pubblico per una buona mezz’ora, in attesa degli headliner.

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Una buona prestazione, la loro, tutta fiati e ritmiche incalzanti, ideale per scaldare l’atmosfera. Personalmente, rimango piuttosto freddo, data la distanza che mi separa da questo genere musicale. Non c’è dubbio però che ci sappiano fare e che nel loro campo possano fare strada.
I Marta sui Tubi arrivano alle 22, scegliendo un’intensissima versione di “Cenere” per presentarsi ai propri fans. I suoni appaiono subito nitidi, come da tradizione Alcatraz e il pubblico si fa immediatamente sentire, cantando a gran voce e salutando con entusiasmo questa prima prova dei propri beniamini.
Con la successiva “Licantropo” l’atmosfera si scalda veramente e abbiamo modo di ammirare la straordinaria compattezza dei cinque e soprattutto la bravura del chitarrista Carmelo Pipitone, vera anima musicale della band, uno che lavora di acustica per tutto lo show, parti distorte comprese, riuscendo a dare un groove incredibile a tutti i pezzi suonati.
Si prosegue in rapida successione con “Il primo volo”, uno dei brani migliori dell’ultimo disco e qui è soprattutto Giovanni Gulino a distinguersi, con la sua ugola potente e carismatica, capace di spaziare per gamme di espressività molto diverse.

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Avevano iniziato la carriera all’insegna delle sperimentazioni in chiave folk, crossover e progressive (se così lo possiamo chiamare), con una musica ironica e fortemente eclettica, ma anche talvolta profondamente intensa. In Italia hanno incarnato quello spirito guascone, tecnico e avanguardistico che nel mondo anglosassone era stato fatto proprio da act come Primus o Faith No More, pur con le dovute differenze del caso.
“Carne con gli occhi”, uscito nel 2011, ha rappresentato per il sottoscritto il punto più alto del loro cammino, quello in cui follia creativa e dimensione cantautorale si sono amalgamate in modo fino ad allora senza precedenti.
La partecipazione a Sanremo, due anni dopo, e la conseguente uscita di “Cinque, la luna e le spine” li ha notevolmente normalizzati e ridimensionati: hanno indubbiamente acquistato più pubblico, come spesso avviene in queste occasioni, ma hanno abbassato la qualità della proposta e probabilmente anche deluso i fan della prima ora.
Fa dunque piacere constatare due cose: dal vivo sono sempre una potenza e non hanno affatto intenzione di rinunciare ai pezzi vecchi.

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Vero è anche che si tratta del tour di una raccolta, e che è dunque fisiologico vedere rappresentata un po’ tutta la loro carriera. Ma siamo lo stesso contenti di vedere che questo avviene, anche perché non è mai scontato che un gruppo non rinneghi nulla del proprio repertorio.
Ad ogni modo “Salva gente”, uno degli inediti scritti per questo disco, si dimostra bella anche senza l’apporto di Battiato e lancia qualche possibile speranza in vista del nuovo album.
Con la molto meno ispirata “Tre”, invece, ci confessano che “la gente crede che facciamo musica cattiva, rivoluzionaria, ma in realtà siamo molto più standard di quanto si creda: a noi piace il blues ed è da qui che è partito tutto”. È sicuramente vero in linea teorica, ma è innegabile che avessero un estro compositivo che speriamo davvero non vada del tutto perso.
Arriva anche “I nostri segreti”, quella che Lucio Dalla avrebbe dovuto cantare nel disco che non è mai riuscito a fare. Niente di che, ma dato il contesto è difficile non emozionarsi.
Molto meglio quando si vira su “Cristiana” e “La spesa”, due vecchi episodi durante i quali viene fuori al meglio l’interazione che c’è tra Carmelo e Mattia Boschi, che si divide tra basso e violoncello con grande disinvoltura e che è così importante nella definizione del sound della band, pur se in fin dei conti è l’ultimo ad esservi entrato.

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Stupisce il ripescaggio di “Dominique”, che era stata tolta dalla scaletta perché accusata di essere una canzone misogina. In realtà, come spiega Giovanni dal palco, si tratta semplicemente “di una canzone arrabbiata, perché noi amiamo le donne”. Bella anche l’esecuzione della vecchissima “Via Dante”, mentre su “L’unica cosa”, probabilmente il più famoso tra i brani datati, l’Alcatraz diventa davvero incandescente.
È una data importante e quindi non possono mancare gli ospiti: desiderare Franco Battiato era legittimo ma forse un filino esagerato. Ci si accontenta (ma neanche più di tanto) di Malika Ayane, che duetta splendidamente con Giovanni su “La ladra”, un pezzo dell’ultimo lavoro a cui aveva già prestato la sua voce nella versione in studio.
Subito prima, durante “Il giorno del mio compleanno” era salito Jacopo Boschi, che aveva appena suonato coi Black Beat Movement ma che è anche fratello di Mattia. Cose fatte in famiglia? Sì, ma se suonano magnificamente non è colpa di nessuno. Divertente in questa occasione il siparietto tra Giovanni e Carmelo, con il primo che invita il pubblico ad un party after show che si sarebbe tenuto poco lontano da lì e il chitarrista che lo rimbecca: “Ma sei impazzito? Non devi pronunciare la parola After a Milano!”; ogni allusione alle sfortunate vicissitudini della band di Manuel Agnelli è puramente casuale…

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I bis partono benissimo con “L’auto ritratto”, che inizia piano e voce e finisce full band, ma terminano purtroppo con i due pezzi sanremesi, “Dispari” e naturalmente “Vorrei” (che, per la cronaca, è quella che era rimasta in gara). Il pubblico canta a squarciagola, facendo vincere a questa accoppiata la palma del momento più partecipato e celebrato dell’intero concerto.
E a questo punto non può che sorgere una riflessione. Se i pezzi più acclamati del concerto sono stati due tra i meno significativi di questa band, i casi sono due: o ci siamo completamente rimbecilliti e “Cinque, la luna e le spine” è il capolavoro dei Marta sui Tubi, oppure ha davvero ragione chi continua a sostenere che in Italia, la sorte di una carriera musicale passa ancora attraverso la televisione. Personalmente, preferisco non provare a rispondere: la risposta, temo, mi spaventerebbe troppo…

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