Dave & Phil Alvin with The Guilty Ones @ Teatro Condominio – Gallarate (Va) 31 Ottobre 2014

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Common Ground

Brotherhood and other stories from America

Live report di Fabio Baietti Fotografie di Renato Cifarelli

Mi sono messo alla prova. Far trascorrere un po’ di tempo per raccontare una serata musicalmente esaltante, vissuta con la pelle d’oca nell’anima. Visto che le sensazioni sono ancora le stesse provate “a caldo”, mi cimento volentieri. Per riassumere il senso del concerto, bisogna partire dagli istanti finali. Dall’immagine indelebile di Dave e Phil, abbracciati nel lasciare il palco mentre The Guilty Ones macinano le ultime note. Il primo, stiletto elettrico di gran classe, di enciclopedica cultura musicale ed in forma smagliante. Il secondo, a cui il destino ha lasciato di integro la (gran) voce e quel ghigno beffardo, da sempre suo marchio di fabbrica. “Terreno comune” quello su cui si sono dipanate le loro esistenze, in quel di Downey, CA. Il tributo al blues viscerale di Big Bill Broonzy risulta una (splendida) scusa per ripercorrerlo. Così per un flashback su capelli impomatati, giubbetti di jeans, chitarre affilate come lame, sullo sfondo di una L.A “blue collar”, lontanissima dai lustrini hollywoodiani. Strada illuminata da una onnivora passione di entrambi per la musica, di ogni genere e di ogni provenienza etnica. Oscurata, altresì, da litigi ed incomprensioni, un perdersi e ritrovarsi tra silenzi assordanti. Perché quando hai personalità spiccate, il legame di sangue non è sempre un buon collante.

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Phil si “muove” in pochi centimetri. Lo sforzo maggiore è il frugare tra le tasche per trovare l’armonica adatta a fendere l’aria in blues secchi. Se possibile, in versioni ancora più “calde”, più convincenti rispetto al cd. “I feel so good”, “Key to the Highway” e “All by myself” lasciano il segno e allietano i fans che riempiono il Teatro, giusto mix tra rispettosi appassionati e tifosi da settore distinti. E quando James Brown rivive in una prodigiosa “Please, please, please”, i brividi sono in saldo e gli applausi sommergono il sommesso ringraziamento del Big Brother. Dave, al suo fianco, è un perfetto “cicerone” nel personalizzare, contestualizzare canzoni ed aneddoti. Davanti alla platea estasiata scorre un film senza pellicola, un road movie mentale girato nelle backstreets americane, meticce nel loro melting pot culturale. Un po’ come sintonizzarsi su di una “Radio di confine”. Momenti altissimi come una “Johnny Ace is dead”, talmente evocativa da sembrare la trasposizione musicata di un capitolo di una biografia. Oppure la “Dry river” che ti scuote nel profondo. Soprattutto, è la versione di “4th of July” a colpire dritto al cuore. Per un’esecuzione musicalmente ineccepibile e per la dedica all’amico Carlo Carlini. Emozioni che non hanno bisogno di superflui commenti. In mezzo a tutto questo, qualche gemma epoca Blasters. La già citata “Border Radio”, “Marie Marie”, “One bad stud”, servono ad accendere i ricordi e a scaldare ancor di più le mani dei fans. I Guilty Ones ricamano note precise, con il drummin’ deciso di Lady Lisa Pankratz a dettare il ritmo. E a loro rimane l’onore di concludere lo show, sulle note di una “So long baby goodbye” che accarezza i cuori, profumandoli di nostalgia. Mentre “My big brother Phil” e “(I’m proud of) my brother Dave” escono di scena.

God bless the Alvin Brothers.

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