Battuage – Vucciria teatro @ Teatro dell’orologio, Roma. 20 febbraio 2015

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Articolo di Rachele Baglieri

Battuage è un’opera di Vuccirìa Teatro, giovane compagnia siculo-romana giunta al suo secondo lavoro, attualmente in scena presso il Teatro dell’Orologio di Roma.
Quasi tutta la platea è piena per uno spettacolo che coinvolge, graffia, invita alla riflessione e provoca una certa nausea per il senso di ineluttabilità di un’umanità deturpata e tutta protesa alla ricerca di una felicità meramente esteriore.


“Battuage” è un finto francesismo con cui vengono definiti quei luoghi in cui le persone si incontrano in cerca di rapporti occasionali. Qui invece è un luogo dove si intrecciano le storie di otto personalitò in qualche modo ordite da Salvatore, personaggio interpretato dal giovane regista siciliano Joele Anastasi, che fa un po’ da collante tra queste anime disperate.
Ma “Battuage” è anche un viaggio nella mente di Salvatore, nella deformità che egli vede e che contribuisce a generare, nell’urlo di dolore che emette ogni qualvolta viene strappata la maschera ad ognuno dei personaggi che lo accompagnano in questo cammino, un cammino tra disperati nelle zone più oscure e profonde della mente.
Come parole scadenti l’ombra delle loro anime insegue la polvere della loro strada, tra violenze, ricatti, omofobia, ruoli convenzionali, fughe, droghe, violenze, ricordi, magnaccia. Un viaggio sudicio, come quei bagni dov’è possibile trovare il numero di telefono di qualcuno che sta ai margini, di chi è considerato debole o diverso e che forse aspetta solo qualcuno o qualcosa che possa condurlo fuori da una vita che non riesce a cambiare… e che prima o poi forse arriverà.
Come un consumarsi di mani che tentano di giocare sempre carte migliori.

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L’interno di alcuni bagni pubblici, lugubri e sporchi, illuminati da neon rosa che vengono di volta in volta accesi o spenti dai protagonisti, fa infatti da perimetro – insieme ai grandi fari ai lati – al luogo degli eventi.
Gli attori, che interpretano più personaggi (ad eccezione di Joele – Salvatore), si cambiano d’abito in penombra e dinnanzi allo spettatore in uno spazio scenico che sembra non avere confini col pubblico.

I temi affrontati – forse a volte solo sfiorati – sono numerosi: l’omosessualità, la non-accettazione, la famiglia, i ruoli, l’omofobia, la donna, la prostituzione in una rappresentazione di violento contrasto tra dominanti e dominati, tra forti e deboli, in una sorta di “mondo di sotto” dove si muove un magma nero, cupo, dichiaratamente disperato che altro non è poi che la rappresentazione della nostra società, tra una precarietà che invade qualsiasi aspetto della nostra vita e la ricerca drammatica di un appiglio esterno, forse un diversivo, quale via d’uscita o di fuga.
In fondo in quel contesto “ai margini” ci si può permettere di sentirsi diversi, si impara a conoscersi come uomini, donne, gay, transgender, sfruttati, incompresi, infelici, venditori o acquirenti di sesso occasionale, quasi come se fossimo alla ricerca della consapevolezza di chi siamo o di cosa vogliamo.

E non è un caso che Salvatore sia fuggito da quella Sicilia che allontana e a tratti richiama a sé come una madre o una matrigna, per rifugiarsi in una grande metropoli dove i sogni di una carriera da attore e ballerino possono essere realizzabili. In quella stessa città dove vivono ed agiscono una coppia eterosessuale che sancisce il proprio legame con la più tradizionale ed ipocrita delle unioni, due trans si contendono lo spazio di lavoro, una prostituta greca cerca rifugio da un Paese dove la fame non permette più di pensare ad andare con le prostitute, un timido gay tenta di stabilire per la prima volta un contatto con un altro corpo maschile.

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In questa città dove Salvatore può tentare di essere se stesso fa da eco il ricordo di una madre lontana e che riversa sul figlio tutte le aspettative di una vita di delusioni ed insoddisfazioni, non per ultimo un figlio gay e che si prostituisce.
Si intravedono più volte le ipocrite sacrestie delle chiese dove queste anime in pena confessano i loro più reconditi desideri, fino a trasformarsi in luoghi dove il marito consuma con una trans i propri desideri sessuali davanti agli occhi increduli della moglie infelice, nonostante abbia provato ad essere come ogni moglie dovrebbe essere.

Il senso di una decadenza corale, tra battute pronunciate all’unisono e una torta con cicche di sigarette come candeline, tra urla per le violenze subite e voci sommesse come a voler proteggere la fragilità dei personaggi e la loro disperazione quasi dismessa, sfocia in una soluzione tragica ma in parte obbligata, in un gioco, stavolta a tre, tra dominante e dominato, tra dubbi e domande, tra voci esterne ed interne tutte volte a chiudere il ciclo con ineluttabile tragicità.
Perché l’unica via d’uscita non è fuori da sé, ma dentro. E queste anime, vittime della loro stessa fragilità, non sono riuscite a trovarla.

“Voglio camminare… voglio correre, voglio respirare di notte solo. Voglio chiudere gli occhi e sentire il rumore dei loro corpi marci che cadono per terra.”

Battuage
scritto e diretto da Joele Anastasi con Joele Anastasi, Enrico Sortino, Federica Carruba Toscano, Simone Leonardi
scene e costumi Giulio Villaggio
disegno luci Davide Manca
aiuto regia Enrico Sortino, Nicole Calligaris
musica originale Alberto Guarrasi
make-up Stefania D’Alessandro
foto di scena Dalila Romeo
durata 1h 10′
Roma, Teatro dell’Orologio
in scena dal 20 febbraio al 1 marzo 2015

 

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