Old Fashioned Lover Boy – The Iceberg Theory (Sherpa Records, 2015)

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Articolo di Luca Franceschini.

La Sherpa Records non sta davvero sbagliando un colpo. Dopo le uscite di Morning Tea, Abiku e Omake, che hanno raccolto consensi e dato al nostro paese ottime realtà di cui andare fieri (per la verità gli Abiku avevano già fatto un disco ma questo album ha rappresentato un passo avanti notevole), ecco arrivare Old Fashioned Lover Boy, ultimo ingresso di un roster che, parola mia, se le cose andranno come devono, farà davvero parlare molto di sè.

Il ragazzo si chiama Alessandro Panzeri, è di origini napoletane ma vive da anni in zona Milano. Ha scritto canzoni in camera sua, chitarra alla mano, le ha registrate in modo amatoriale e si è procurato questo contratto. Fine. Niente di troppo difficile, niente di troppo originale. Storie così ne sentiamo abbastanza, in questo periodo e per un artista che voglia muoversi senza una band alle spalle, le occasioni sono decisamente molte più di prima.
E così, dietro ad un monicker che evoca neanche troppo lontanamente un vecchio pezzo dei Queen (ve lo ricordate? Era su “A Day at the Races”, un album che il sottoscritto ha sempre preferito al suo “gemello” “A Night at the Opera”), ecco arrivare un disco, “The Iceberg Theory”, a cui siamo certi di non far torto se lo definiamo semplicemente “folk”.
Ma partiamo dal titolo: il concetto fondamentale dell’iceberg è che quello che emerge dall’acqua è ben poca cosa rispetto a quel che sta sotto. A ben guardare, è quello che dovrebbe succedere con queste canzoni: scarne, essenziali, quasi banali in apparenza, nascondono uno spessore e una verità che non si sveleranno al primo ascolto ma che vi si riveleranno in pieno se solo avrete voglia di impegnarvi a fondo con esse.
Abbiamo detto folk e così è giusto che sia: la chitarra acustica risulta alla fine l’unico strumento attorno a cui ruotano i vari brani; una presenza costante, che la comparsa di synth, percussioni e di vocals spesso e volentieri filtrate non riescono ad oscurare.
Vengono in mente i Lumineers, in più di un passaggio, per quel suono scarno e quell’attitudine ruspante che però, dobbiamo dire, qui è temperata da una tristezza e da una sospensione ben maggiore. Non siamo ad una festa del paese, tanto per capire, quanto proprio nella camera di un ragazzo che ha voglia di raccontarvi un po’ i fatti suoi e di chiedervi qualche consiglio, come si fa coi vecchi amici.
Anche la parola “minimalismo”, seppure un po’ abusata ultimamente, può essere tirata in ballo; dopotutto lo ha fatto lo stesso Alessandro nelle note di stampa, possiamo arrischiarci a fare lo stesso. Minimale, questo disco, lo è davvero: arrangiamenti scarni, poche stratificazioni, pochissime armonie vocali… Una veste leggera, quasi da demotape, quelli che si facevano una volta e che adesso, salvo poche eccezioni, sono stati sostituiti da pre produzioni che non si commercializzano più se non nelle edizioni deluxe. Una veste leggera, confezionata nell’arco di tre giorni, e che ha il solo obiettivo di far risaltare al massimo le sette canzoni che la compongono.
Non poteva essere altrimenti: è un genere trito e ritrito, il folk, e soprattutto lo è questa nuova ondata che ha avuto nei sopravvalutatissimi Mumford & Sons la loro band di maggior successo. Ragion per cui, se non hai le canzoni non puoi davvero sperare di distinguerti dalla massa.
Qui per fortuna di ragioni per godere ce ne sono: già dall’iniziale “Your Song”, delicato bozzetto per la persona amata, proseguendo con la scontata ma sempre vincente “Burn Burn”, la drammatica “Desolate”, che sembra proprio un grido d’aiuto lanciato a chiunque voglia ascoltare. Poi c’è “Barracudas”, il secondo singolo estratto, dove Alessandro canta con la sua voce pulita creando un effetto radicalmente diverso rispetto a quel che avevamo sentito finora.
E ci sono anche due meraviglie come “She Understands” o “Smile”, dove la bellezza delle melodie vocali, quasi al confine col pop, fa capire il potenziale commerciale di un tale livello di scrittura, se solo fosse stato pubblicato con un’altra veste sonora. Sette brani per mezz’ora scarsa di durata: anche questo è un punto di forza. Dobbiamo ascoltare un sacco di dischi, in questi ultimi anni, è giusto non peccare di presunzione e saper andare al sodo.
Come primo lavoro, Old Fashioned Lover Boy ha fatto centro, questo è poco ma sicuro. Rimane da capire come reagirà il pubblico ma sarebbe ben difficile negare che “The Iceberg Theory” abbia tutte le carte in regola per essere adorato da chi ha sempre avuto una certa confidenza con queste sonorità.
Il 20 marzo sarà a Milano, nel solito circolo Ohibò, per la prima data di quella che, anticipazioni alla mano, si tratterà di un giro di concerti piuttosto consistente. Ci saranno anche i Dust, band che ha un disco in uscita proprio quel giorno, con la stessa etichetta. È un’altra ragione per non mancare, fidatevi…

Tracklist:
01. Your song
02. Burn burn
03. Desolate
04. Barracudas
05. She understands
06. Smile
07. Stay away

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