Abiku – La vita segreta (Sherpa Records, 2014)

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Articolo di Luca Franceschini.

Siamo il paese del melodramma e dei cantautori. Per anni parlare di rock in Italia è stato difficile se non impossibile e abbiamo sempre vissuto questo fenomeno da lontano, come un qualcosa di esterno a noi, come un prodotto di importazione che a tratti abbiamo cercato di scimmiottare ma mai realmente di capire. Che fosse la mera traduzione italiana di alcuni pezzi del repertorio beat, l’affezionato e fedelissimo omaggio al post punk e alla New Wave (vedi Diaframma e Litfiba), l’overdose springsteeniana targata Rocking Chairs o Massimo Priviero (ci ha provato anche Ligabue ma si è trasformato presto in qualcos’altro di ben peggiore), suonare rock nel nostro paese ha sempre e solo voluto dire tirare in ballo i modelli stranieri. Quando non addirittura mettere due chitarre distorte in una base e chiamarlo rock, come l’esempio di Vasco insegna.


Nulla da dire, ci mancherebbe altro. Dopotutto di cose buone ne sono uscite tante anche da qui. Ma per trovare un vero e proprio tentativo originale dobbiamo arrivare ai primi anni ’90: gente come Casino Royale, Ritmo Tribale, Afterhours, quella scena milanese recentemente immortalata nel bellissimo libro di Elisa Russo che va assolutamente letto per capire cosa accadeva in quel periodo. Più tardi arriveranno anche Marlene Kuntz e Massimo Volume, band tutte diversissime tra loro, ma alfieri di una scena che guardava sì sempre all’estero (soprattutto alla rivoluzione “alternative” inaugurata dai Sonic Youth) ma lo faceva in maniera molto più personale e ragionata. Se si è mai potuto parlare di una autentica scena rock italiana, quella era la loro (per non parlare di un altro nome importantissimo come i CCCP/CSI, che erano però partiti dal punk).

Negli ultimi anni le cose sono cambiate: la fioritura enorme della scena indie ha partorito tantissime realtà interessanti, gruppi giovanissimi che dimostrano di avere assimilato perfettamente tutto ciò che è avvenuto tra Stati Uniti, Gran Bretagna e Svezia negli ultimi due decenni e ce lo restituiscono con perizia inenarrabile. Gente come Brothers in Law, Love the Unicorn, News for Lulu, Own Boo, Gouton Rouge e tanti altri nomi che andrebbero a riempire una pagina intera.

Gli Abiku fanno parte di questa realtà ma costituiscono allo stesso tempo qualcosa di più profondo e decisivo. Cominciamo col dire che “La vita segreta” è il loro secondo lavoro, il seguito di “Technicolor”, uscito a fine 2011. Un ottimo prodotto, che guardava soprattutto al dream pop di stampo svedese, tutto melodie sognanti e glockenspiel e lo infarciva di una dose di elettronica graditissima e poco invadente. Avessero continuato su questa strada, non ci sarebbe stato niente di male ma avrebbero corso il rischio di finire nel calderone del “bello ma già sentito”.

Invece hanno fatto una mossa che davvero in pochi si sarebbero aspettati. Innanzitutto è arrivato il cambio di etichetta: il quartetto di Grosseto si è accasato presso la Sherpa Records, neonata e motivatissima label milanese, messa in piedi da ragazzi appassionati quanto i loro artisti e che ha già sfornato due prodotti di altissimo livello come l’esordio di Morning Tea e il 7 pollici del pisano Omake.
Poi è arrivata la serie di clip “Qui non succede mai niente”, che vedeva il leader Giacomo Amadii Barbagli impegnato assieme ai suoi colleghi e a qualche ospite a coverizzare in acustico i capolavori della musica italiana, sullo sfondo di location suggestive della loro zona.
E infine, è arrivato questo “La vita segreta”. Già la copertina bellissima, opera di Roberto Redondi, è una vera e propria porta d’ingresso sulla fascinazione dei contenuti musicali veri e propri.

La formula adottata in questa occasione è di per se molto semplice e nello stesso tempo geniale: canzoni dalla base acustica, che guardano a quell’universo cantautorale di cui giustamente in Italia andiamo fieri, ma fortemente commiste al suono indie pop di matrice britannica e svedese: un po’ come se Bruno Lauzi e De Gregori incrociassero per strada Flaming Lips e Alpaca  Sports e decidessero di farsi una jam insieme.
Sembrerebbe il sogno acido di un pittore surrealista ma è esattamente quello che si può sentire tra i solchi di questo cd. Siamo quindi oltre, rispetto a band comunque meravigliose come Non Voglio che Clara o Il Triangolo: lì è soprattutto la ripresa dei cantautori in chiave moderna, qui è un’autentica fusione di elementi eterogenei a formare un unico insieme perfettamente amalgamato, che brilla di luce propria e non stanca mai.

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Il songwriting è infatti di livello altissimo: qui la voce di Giacomo e il suo talento innato nello sfornare melodie una più azzeccata dell’altra, si incontrano con la fantasia del tastierista Edoardo Lenzi (il quale si è occupato anche del lavoro di produzione) che tra piano, mellotron e synth, dona al tappeto acustico una personalità e una veste espressiva che fa sì che ogni pezzo sia caratterizzato in maniera unica e nello stesso tempo amalgamato e in continuità con il resto.
Poi c’è quell’atmosfera che non è mai troppo malinconica ma neppure troppo allegra, che gioca col cinismo e l’ironia ma senza risultare antipatica e supponente. Non c’è l’intellettualismo pretenzioso e un po’ snob di certi artisti (chi ha detto Baustelle?) ma non c’è nemmeno il qualunquismo un po’ ignorante di certe presunte star che oggi vendono milioni di dischi (chi ha detto Fedez?).

Non si tratta di un concept album ma tutti gli episodi del disco ruotano attorno ad uno stesso concetto che è poi quello de “La vita segreta”, vista in rapporto a quella pubblica, quella che ciascuno di noi proietta inevitabilmente all’esterno. La relazione, spesso anche contraddittoria e contrastata, tra l’immagine che noi abbiamo di noi stessi e quella che hanno gli altri (“Non sarò mai come mi vedono gli occhi tuoi: così aperti che non giudicano niente, così grandi da potere contenere tutta quanta la città”). Dove il disagio nei confronti della realtà odierna convive con un desiderio di fuga che non riesce mai a venire realizzato (“Io non capisco più niente del mondo fuori. Io vivo solo dentro di me, dove non crescono fiori.”). Il tutto giocato attraverso testi semplici ma molto ben scritti, dove la dimensione interiore prevale spesso su quella narrativa e dove l’io lirico si rivolge spesso alla persona amata, ora con tenerezza (“Se metti la tua mano sulla mia stanotte sognerò di prendere un treno oltre il confine. E ogni crisi si stabilizzerà. Così farà anche la mia. Potrà combattere ma non vincerà, perché ho una strategia: rimani con me, manda in esilio la malinconia.”), ora con divertita ironia (“Non preoccuparti di chiamarmi, di scrivermi o lasciarmi. Tanto moriremo tutti. Ed a chi vuoi che importi, tra cinquecento anni, della storia inutile di due fantasmi?”).
Dal meraviglioso bozzetto acustico de “La guerra civile”, passando per il pop da manuale di “Canzone nichilista” e “I fantasmi della casa accanto”, il lirismo commovente di “Sommergibile”, e “Parsec”, l’intimità folk di “Fonteblanda”, finendo con la quasi suite in due parti “Non andare via”,  in cui tutte le caratteristiche del nuovo sound degli Abiku emergono in tutto il loro splendore, davvero non si riesce a trovare un solo momento di stanca.

“La vita segreta” è un lavoro di una bellezza straordinaria e potrebbe spalancare orizzonti inaspettati nel modo di concepire e suonare il cosiddetto “rock italiano”.
Da fare proprio senza alcuna esitazione.

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