Bobo Rondelli @ La salumeria della musica, Milano, 1 Aprile 2015

Postato il Aggiornato il

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Articolo di James Cook, foto di Andrea Furlan

La storia musicale di Bobo Rondelli è iniziata ufficialmente nel 1993 con “Ho picchiato la testa”, primo singolo degli Ottavo Padiglione, il dissacrante gruppo livornese di cui era leader. Ricordo vagamente quel brano, ed ancor più vagamente i dischi successivi, ascoltati per lo più distrattamente. Dopo qualche distrazione, soprattutto cinematografica, nel 2009 Bobo è tornato ad occuparsi di musica a tempo pieno, pubblicando l’album Per amor del cielo. Casualmente, sono capitato alla Salumeria della musica per un suo concerto, di cui ancora ricordo la data: 2 febbraio 2011.

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Quella sera mi si è aperto un mondo: consideravo Rondelli un cantautore con qualche brano interessante ma tutto sommato “di nicchia”, troppo “toscano” per avere un seguito nazionale; invece è riuscito a tenermi incollato per oltre due ore, dimostrando di essere un performer fuori dall’ordinario, un autentico animale da palcoscenico. Da quel momento ho iniziato a capire e condividere i giudizi entusiastici che lo riguardavano. Negli ultimi quattro anni ho cercato di non perdere nessun appuntamento con questo ragazzone livornese, perché con lui ci si commuove e ci si diverte, ma c’è spazio anche per riflettere grazie a spunti che dal privato virano verso il sociale: insomma si vive sempre un’esperienza totalmente appagante.
Questa alchimia si è ripetuta mercoledì scorso, ancora alla Salumeria della musica, quarta tappa del tour di presentazione del nuovo disco Come i carnevali, pubblicato un paio di settimane fa da Picicca Dischi.

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Appena entrato nel locale, già piuttosto affollato, mi accorgo che buona parte dei tavolini non ci sono. Il pubblico è seduto sul pavimento e, in particolare, le prime file sono appannaggio quasi esclusivo di famigliole con bambini al seguito, vispi e trepidanti in attesa dell’esibizione.
Spente le luci, partito un pezzo beat, compare Bobo, maglia a righe e solito fisico prestante, naturalmente accolto da un’ovazione. Subito lo seguono i due musicisti che saranno sul palco con lui per tutta la serata: Fabio Marchiori e Simone Padovani.
L’inizio è affidato a “Il cielo è di tutti”, su testo di Gianni Rodari. Brano che, le bambine sedute a fianco a me in prima fila, conoscono a memoria e cantano a squarciagola, come accadrà di nuovo in varie occasioni. Capita poi che il brano si trasformi in “Who do you love” dei Doors, mentre l’artista si agita suonando l’ukulele. E questa non è che la prima delle numerose, creative contaminazioni che si susseguiranno nel corso del concerto, sbalordendo un pubblico in bilico fra risate e sguardi quasi lucidi. Si continua con Bobo ancora all’ukulele e Simone al cajon, per le sonorità acustiche di “Carnevali”, brano che apre il nuovo disco, ispirato alla figura di Emanuel Carnevali, poeta che il cantautore apprezza particolarmente. Fiorentino, nato nel 1897, a soli 16 anni è emigrato in America, dove, diventando un precursore della beat generation, è vissuto all’insegna della libertà assoluta, giocata fra anarchia e spudoratezza. E’ la volta poi di brani delicati, a tratti commoventi come “Qualche volta sogno”, confessione onirica dedicata alla memoria del padre, che Bobo ammette di non avere mai abbracciato. Un testo dei Joy Division fa capolino tra un colpo di tosse e un invito senza troppi eufemismi ai fotografi (”invece che concentrarvi su di me, perché non vi dedicate alle belle f….?”). Partono le note di “Je t’aime moi non plus” e Bobo mima uno spogliarello.

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La voce nel frattempo si scalda davvero, anche le canzoni che su disco paiono minori sul palco prendono nuova vita. Il concerto ci regala un 52enne davvero in gran forma, che passa con estrema disinvoltura dall’imitazione di Mino Reitano (“La statale cosmica”) a quella del Conte Mascetti/Ugo Tognazzi. Scatta la risata, grazie ad ironiche dissertazioni sessuali, quali un’introduzione che parla di ventenni ed autoerotismo (“La voglia matta”) e il racconto di una “donna” con il clitoride più grosso della media (“Dal balcone”). Ancora una volta i bambini fra il pubblico cantano a pieni polmoni (“La marmellata”,” Per amor del cielo”) e come un jukebox impazzito lo show si anima di citazioni – da David Bowie ai Led Zeppelin.
Bobo balla, ancheggia, ride, imbraccia la chitarra elettrica e parte con una versione tirata di “Satellite of Love” di Lou Reed . Ci parla poi dello “scazzing”, ovvero l’arte di “inventare” testi in inglese che non significano nulla (ne avremo un esempio pratico nel finale).
Questo sfrontato, stravagante livornese è talmente istrionico che lo staresti ad ascoltare per una notte intera. E’ in grado di portarti in balera (con “Guarda che luna” di Buscaglione che dedica a Carlo Monni), un minuto dopo ti commuove con un’incredibile imitazione di Marcello Mastroianni e poi ti fa fluttuare sopra le nuvole con testi dolcissimi (ad esempio “Nara F.”, un omaggio puro all’amore incondizionato di sua madre, unito al desiderio di far conoscere le ingiustizie da lei subite nell’infanzia sottoproletaria).

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Rondelli è un vero fiume in piena ed il pubblico si lascia travolgere da una specie di godimento collettivo. Sul finale lascia il palco suonando l’armonica a bocca, ma qualche secondo dopo, ricompare in mezzo a noi per un ultimo saluto e un caloroso abbraccio. Le luci si riaccendono, gli sguardi che si incrociano brillano di un misto fra gioia e commozione per la serata ad altissima densità di emozioni appena vissuta.
Nei concerti di Bobo, oserei dire eventi imperdibili, emerge una vena particolarmente eclettica, che su disco rende solo in minima parte. Dietro la sua maschera irriverente fa capolino un talento che meriterebbe platee ancor più vaste. Se vi è già capitato di partecipare ad una sua esibizione dal vivo, non potrete che amarlo, se invece non lo avete ancora fatto, vi consiglio vivamente di andarci al più presto, certo che anche voi ne resterete folgorati.
Alla prossima Bobo, di sicuro non mancherò!

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