Emidio Clementi – Notturno americano (Santeria/Audioglobe, 2015)

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Articolo di Luca Franceschini.

Emidio Clementi ed Emanuel Carnevali non si sono mai conosciuti e mai avrebbero potuto farlo. Eppure, a ben guardare, sono proprio come due vecchi amici. È uno di quei casi speciali in cui capisci che sì, è possibile entrare in rapporto con un autore morto da tempo, è possibile l’amicizia con qualcuno che passi unicamente per le pagine di un libro.
Senza esagerare, si potrebbe dire tranquillamente che è proprio lui che dobbiamo ringraziare, Emanuel Carnevali, se oggi abbiamo i Massimo Volume, che sono una delle realtà musicali più straordinarie che ci sono in Italia e se Emidio Clementi, il loro fondatore, bassista, paroliere e “voce narrante”, per così dire, ha potuto farsi conoscere (ancora troppo poco, in verità) per il grande scrittore che è.
La storia è stata raccontata più volte: ne “L’ultimo Dio”, opera prima dell’artista marchigiano e successivamente in “Tutto qui”, la meravigliosa biografia dei Massimo Volume firmata da Andrea Pomini.
In pratica, il giovane Mimì (così lo chiamano tutti in famiglia e in paese) è un ragazzo confuso, che ha vissuto la morte del padre, le difficoltà economiche in famiglia, con una voglia di affermazione che non riesce però ad essere focalizzata. Termina gli studi superiori ma non va all’università e si cerca dei lavori saltuari. Uno di questi è nelle cucine di un ristorante greco. Una sera entra un uomo, i due si mettono a parlare e qualche giorno dopo questi ritorna con in mano una copia de “Il primo Dio”, il romanzo autobiografico di Carnevali. “Leggilo – dice a Mimì – parla di uno come te.”
Fu questo, l’inizio di tutto.

Emanuel Carnevali nacque a Firenze nel 1897, in una famiglia della piccola borghesia. Genitori separati, vivrà dapprima con la madre e successivamente, dopo la morte di questa, raggiungerà il padre con cui però avrà sempre un pessimo rapporto. Frequenta diversi collegi tra cui, per due anni, il celebre e prestigioso Ca’ Foscari di Venezia ma a un certo punto vi viene espulso per problemi di condotta.
È sempre per contrasti col padre che nel 1914, quando ha appena 16 anni, decide di partire per l’America. Vi rimane per otto anni, vivendo dapprima a New York e successivamente a Chicago. Svolge lavori saltuari e malpagati, soprattutto nei ristoranti, come cameriere o lavapiatti. Nel frattempo, matura e sfoga la vocazione letteraria che aveva già scoperto in Italia, grazie al rapporto con Adolfo Albertazzi, che era allora un critico piuttosto celebre.
Non conosce una parola d’inglese ma l’impatto con la vita americana e le dure condizioni a cui è sottoposto, lo fanno imparare in fretta. Al punto che le sue poesie, i suoi racconti e i suoi saggi critici, verranno scritti proprio in quella lingua.
È il periodo delle avanguardie, la scena letteraria di oltreoceano è ricchissima, c’è un fermento continuo, è pieno di personaggi, famosi e non, che vivono alla giornata e nel frattempo scrivono cose meravigliose. Carnevali riesce a inserirsi in questo mondo, i suoi componimenti cominciano ad essere pubblicati e ricevono un certo consenso. Addirittura, se ne interessa la celebre rivista di Chicago “Poetry Magazine”, fondata da Harriet Monroe, la donna a cui Emanuel riserverà le parole più belle e calorose nella sua autobiografia. Una rivista per cui il giovane Carnevali ricoprirà addirittura, per breve tempo, la carica di vicedirettore, prima di essere licenziato per non ben chiarite incomprensioni.

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Si sposerà con una ragazza italiana, divorzierà pochi anni dopo, si azzufferà furiosamente col fratello che nel frattempo lo aveva raggiunto (quest’ultimo tornerà poi in Italia e morirà nel 1917 per le ferite riportate al fronte) e nel frattempo stringerà legami solidi e affettuosi con alcuni dei più importanti protagonisti del panorama letterario dell’epoca: da Sherwood Anderson a fino addirittura ad un nome gigantesco come Ezra Pound. Non perderà neppure il contatto con ciò che di culturalmente interessante accadeva in Italia, intrecciando un intenso scambio epistolare con Giovanni Papini e spedendo pure qualche lettera all’allora nume tutelare Benedetto Croce.
Poi, improvvisamente, la tragedia: colpito da encefalite letargica, gravissima malattia nervosa all’epoca particolarmente diffusa in territorio americano, sarà costretto a ritornare in Italia. Siamo nel 1922 e per il nostro paese si prospettano tempi bui. Ma Emanuel ormai ha altro da fare: rimarrà in ospedale per vent’anni, assistito dal padre e dalla sorella, lavorando alla sua autobiografia e ricevendo qualche sparuta visita dai suoi amici americani. Morirà nel 1942 a Bazzano, un piccolo paesino vicino a Bologna, l’unico luogo dove ancora oggi si conserva una flebile memoria della sua esistenza.
Anni dopo, la sorella Maria Pia, nata dal secondo matrimonio del padre, tradurrà la sua opera e la farà conoscere anche nel nostro paese. Al momento esiste un ottimo volume di Adelphi, che contiene “Il primo dio” e una nutrita selezione di opere poetiche e di scritti di critica letteraria. Sarebbe proprio il caso di procurarselo, in verità: oggi se lo sono dimenticati tutti ma Carnevali rimane scrittore dall’indubbia personalità, dotato di uno stile tagliente, fortissimo e visionario, sia nella prosa che nel verso. Lo hanno escluso dai canoni letterari ma l’impressione è che qualunque panoramica sulla letteratura del primo ‘900 sarebbe incompleta senza approfondire la sua figura.

Non è escluso che questo “Notturno Americano” possa svolgere un ottimo lavoro in tal senso. Emidio Clementi, dicevamo prima, a Carnevali deve tanto: la lettura de “Il primo dio” sarà una vera e propria conversione sulla via di Damasco. Grazie a lui deciderà di diventare uno scrittore, grazie a lui deciderà, non essendo capace di cantare, di mettersi a recitare i testi, nelle canzoni di questa nuova band che ha da poco messo in piedi con alcuni amici.
I Massimo Volume, appunto. Che già col secondo disco “Lungo i bordi”, uscito nel 1995 anche grazie al contributo finanziario di Luciano Ligabue (sì, avete letto bene, all’epoca il “rocker” di Correggio non nascondeva di essere decisamente aperto musicalmente) e prodotto, almeno inizialmente, da un nome di culto come Fausto Rossi, divennero quasi un oggetto sacro nel mondo del rock italiano.
E “Lungo i bordi” si apriva proprio con “Il primo dio”, ancora oggi il loro brano più famoso, che altro non era che un tributo alla figura di quel giovane e tormentato poeta.
Lo stile di scrittura di Mimì, d’altronde, deve molto a quello dell’autore toscano, soprattutto nel modo in cui sa ammantare la quotidianità nuda e cruda di un’aurea quasi metafisica e nel modo in cui ogni singola parola ed espressione sa tagliare come lama di coltello.
Qualche anno dopo, coi Massimo Volume apparentemente sciolti per sempre (si sarebbero poi riformati nel 2008), Clementi scriverà una sorta di autobiografia, nella quale il debito con Carnevali verrà raccontato e messo a nudo in modo luminoso e commovente.
Oggi, a dieci anni di distanza da quel testo, con la sua band in pausa dopo l’ennesimo, spettacolare tour, Emidio ha deciso di riprendere in mano le origini per un progetto ambizioso: uno spettacolo dedicato interamente alla figura di Emanuel Carnevali.
Affiancato dal fedele Corrado Nuccini (Giardini di Mirò) che lo ha accompagnato già nel precedente reading de “Le ragioni delle mani”, e con l’aggiunta del “terzo uomo” Emanuele Reverberi, proveniente dalla stessa band e al momento anche collaboratore prezioso di Max Collini degli Offlaga Disco Pax, “Notturno americano” è divenuto realtà.
È stato portato dapprima in giro, in Italia ma anche all’estero (grande conquista fu la data a Chicago dello scorso autunno ma ci sono state serate anche in Belgio, Svezia, Germania) e in un secondo momento si è trasformato in un cd registrato in studio. Uscirà a fine aprile nei negozi ma è già disponibile per l’acquisto dopo gli spettacoli, se vi verrà voglia di andare.

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Non sono ancora riuscito a vederlo dal vivo, questo “Notturno americano”: le date in zona Milano, purtroppo, si sono fatte attendere un po’. In attesa di colmare questa lacuna, ho voluto ascoltare la versione in studio, giusto per capire che cosa mi aspetterà.
Inizierei subito col dire che il disco ha l’impianto di un reading, appunto, non di un album vero e proprio. Chi conosce e apprezza i Massimo Volume, ad esempio, deve attendersi qualcosa di completamente diverso. Non solo perché i musicisti coinvolti non sono gli stessi ma anche perché al centro qui ci sono le parole. Se in quella band l’interazione tra parti narrate e architetture strumentali è fondamentale, qui la narrazione è ciò che conta e le parti musicali, seppur ben fatte e sempre diverse da traccia a traccia, fungono più che altro da accompagnamento di lusso per la storia di Carnevali.
Storia che viene narrata facendo ricorso unicamente ai testi di Carnevali, con il contributo di Clementi solo nella prima e nell’ultima traccia, che sono tratte da “L’ultimo dio”.
Otto tracce in tutto, per una durata di circa cinquanta minuti, che ripercorrono il grosso della sua vicenda, a partire dal momento in cui Emanuel sbarca a soli sedici anni sul suolo americano (“New York”) fino all’ultimo, drammatico momento del 1920, in cui in una bettola di Milwaukee si ritrova a leggere le sue poesie in mezzo ad una folla di avventori indifferente e ubriaca. Un episodio che l’autore non ha citato nel suo libro, ma che è stato comunque ricostruito grazie a fonti alternative.
In mezzo, la frenetica successione di lavori a cui il giovane si è sottoposto nei suoi primi mesi e le descrizioni insieme suggestive e spietate delle vie di New York e dei panorami di Chicago. Il culmine lo si raggiunge probabilmente ne “I camerieri” (che è stato anche il brano che ha anticipato il disco), durante il quale la voce di Clementi raggiunge probabilmente le sue massime vette espressive, anche grazie a parole che sono tra le migliori che Carnevali abbia scritto, per rappresentare lo struggimento disperato di chi cercava nei bassifondi della Grande Mela una possibilità di salvezza.
Colpisce anche “Chicago”, con la sua parte finale dedicata all’esplodere della malattia, un evento efficacemente sottolineato dall’entrata di chitarre distorte dal tono cupo, in quella che è forse la parte più pesante e oscura di tutto il disco, l’unica che forse possa ricordare alla lontana le atmosfere tipiche dei Massimo Volume.
C’è spazio anche per una toccante dichiarazione d’amore ad Annie (“Chanson de Blackboulé”), la ragazza che Emanuel ha amato in assoluto di più sul suolo americano ma che non lo ha mai sufficientemente ricambiato.
Alla fine si termina l’ascolto e si rimane con un senso di spossatezza che fatica ad abbandonarci. E pure una certa dose di malinconia, a pensare a questo giovane talentuoso, che solo la durezza delle circostanze ed una buona dose di sfortuna hanno trattenuto dal giocare il ruolo che avrebbe meritato nell’ambito della cultura americana.
“Notturno americano” potrebbe riuscire nell’intento di farlo conoscere di più, un’utile introduzione prima di tuffarsi nella lettura delle sue opere complete.

Tracklist:
01. 1914
02. New York
03. America!
04. Continuai a cambiare lavoro
05. I camerieri
06. Chicago
07. Chanson de Blackboulè
08. Carnevali a Milwaukee

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Un pensiero riguardo “Emidio Clementi – Notturno americano (Santeria/Audioglobe, 2015)

    […] dove tutt’ora vive. Ma finché si era trattato di Emmanuel Carnevali, nessun problema: “Notturno Americano”, il suo precedente spettacolo di reading musicale, parlava di un poeta sconosciuto ai più ma se […]

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