Tomagra – de “Gli amori difficili” e non solo

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Articolo di Sabrina Tolve.

Se conoscete Gli amori difficili di Calvino, conoscete anche Tomagra, il fante del primo racconto che si trova in treno con una signora. In breve tempo si consuma un approccio sensuale che nasce e si chiude nel vagone di un treno, clandestinamente.
Tomagra è lo spettacolo che si sta progressivamente trasformando e modificando nel tempo, di una compagnia teatrale sperimentale, Officina Accademia Teatro.
Bene.
A questo punto dovrei andare al sodo e narrarvi quello che succede sul palco, il suo senso intrinseco, estrinseco, la mia lettura dello spettacolo e tutto il resto.
Ci proverò.
Ho fatto diverse riflessioni, uscendo dalla sala.
La prima è che lo spettacolo non ha un vero filo logico.
Ci sono delle buone intuizioni, ma non c’è coerenza.
C’è un rapporto a tre – due donne e un uomo – che s’intrecciano e si scandagliano, che vengono interrotti da citazioni non propriamente attinenti (su tutti, quella di Mamma Roma del fin troppo citato Pasolini che, inizio a pensarlo sul serio, fa tanta moda ma non viene capito mai completamente).

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Non c’è una regia strutturata. I ballerini/attori sono davvero bravi, quantomeno nella costruzione di una coreografia affidata completamente a loro. E dov’è la regia se un regista non spiega agli attori quali sono le effettive inclinazioni di ognuno? Se non riesce a passare loro le sensazioni, le motivazioni, le dinamiche che attanagliano un personaggio? Sono cose assolutamente necessarie se non c’è un vero dialogo e tutto si basa sulla danza, o sul gesto.
Va detto, ad ogni modo, che l’intensità vocale di Giulia Nicoletti è davvero la cosa migliore della piéce, se così si vuole chiamare.
La chiusa, poi, poteva essere gestita in maniera assolutamente diversa: il cliché delle storie che si riducono ai social network, o ai messaggini sul telefono, è davvero nauseante.
Ci sono molti modi di fare teatro e di ottenere buoni risultati. Questo spettacolo non ci riesce. Non si estende a nulla che non sia sul palco. La coralità resta inchiodata in sé stessa perché non ci sono esternalizzazioni. C’è un uso poco sapiente dei manichini, ad esempio. Una lettura a Il teatro e il suo doppio di Antonin Artaud, tanto per citarne uno, sarebbe stata consigliabile. Perché se si vuole fare teatro sperimentale, bisogna almeno averne saldi gli strumenti.
Non serve la citazione pasoliniana, poi, per avere un’immagine del dolore e della decadenza dei rapporti amorosi. Non serviva andare così oltre le proprie capacità.

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«Il furto è un atto sacrosanto/ sul cammino che porta all’espressione», diceva Sarah Kane. Qui l’espressione non è menzionabile perché è puro sfogo, e forse neanche quello.
Non è espressione nemmeno Metropolis di Lang. Non possiamo buttare tutto sul palco e sperare che si riesca a essere chiari in quel che vogliamo dire.
Questa non è un’opera politica. Un’opera diventa politica quando sposta l’asticella culturale, l’orizzonte critico di un determinato gruppo di persone, mi è stato detto una volta. Qui non è successo. E non serve ostentare il famoso produci-consuma-crepa. Ci siamo così dentro che questo argomento necessiterebbe di uno spettacolo a parte.
La danza, i vestiti che vanno via e che diventano mucchi, sul palco, nemmeno tendono a un’omologazione dei personaggi a tanti altri. Altri quali? Sul palco sono solo in tre.
Tomagra non è un’opera corale: i personaggi sono troppo distanti per essere un coro, e ogni personaggio ha la sua totale indipendenza, per quanto sia connesso agli altri. Non è un’opera politica. Vuole essere un’opera sulle relazioni interpersonali, ma in realtà non ci dice niente di nuovo.
Un plauso ai ballerini/attori che hanno fatto tutto, ma c’è tanto da migliorare e tanto da poter dire.
La strada è lunga e tortuosa, ma credo che possano fare molto.

 

 

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[grazie a Officina Accademia Teatro per le foto]

 

 

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