Levante @ Carroponte – Sesto San Giovanni (Mi) – 11 Settembre 2015

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Articolo di Luca Franceschini, immagini sonore di Pamela Rovaris

Penso di essere uno dei pochi, se non addirittura l’unico, a non aver scoperto Levante con il singolo tormentone “Alfonso”, uscito ormai due anni fa. Non saprei dire perché me lo sono perso, forse è semplicemente che stare attenti a tutto, in questi anni frenetici di uscite discografiche, è praticamente impossibile.
Ho recuperato “Manuale di distruzione”, il brillantissimo disco d’esordio della giovane siciliana, solo questa primavera, quando mi stavo preparando per seguire il Miami.
Avvenimenti sportivi di cui sarebbe meglio tacere mi hanno poi impedito di presenziare, per cui il concerto del Carroponte ha rappresentato la prima occasione per ammirare dal vivo uno degli artisti più talentuosi della nuova generazione.
Nel frattempo è uscito “Abbi cura di te”, che si avvale di un deal prestigioso con la Carosello Records e che ha portato il nome Levante ad essere sulla bocca di tutti ancora più di prima.
Inutile nasconderselo, ormai è il fenomeno del momento: dalla doppia partecipazione al concerto del Primo maggio, all’intervista su Radio DeeJay, ai pezzi su Repubblica e Rolling Stone, Claudia Lagona ha trasceso completamente la dimensione cosiddetta “indie” per approdare a ben altri circuiti, quelli che notoriamente vengono etichettati sotto il termine “mainstream”.

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E proprio questa folgorante ascesa pare aver messo in crisi quello che da sempre è un problema tutto italiano: la contrapposizione tra un mondo musicale “di nicchia”, sofisticato, atteggiato, elitario e vagamente snob, ad un altro maggiormente immediato, facile e privo di sostanza, destinato alle masse incompetenti e prive di gusto.
Una contrapposizione che, è giusto dirlo, io stesso nel mio piccolo, talvolta ho alimentato. Ma è anche giusto chiarire come stanno le cose, una volta ogni tanto: sono barriere e pregiudizi che devono assolutamente cadere. C’è buona musica e cattiva musica, musica che piace di più e musica che piace di meno, questo è un dato di fatto, ma pensare che ci siano degli universi destinati a non incontrarsi mai, questo è un atteggiamento che ci penalizzerà sempre.
E quindi ben venga Levante al Carroponte. Ben venga anche se magari, se le cose continueranno così, tra qualche anno la vedremo nei palazzetti e sentiremo una sua canzone come sottofondo allo spot di una nota marca di profumo.
Ci sentiremo traditi, forse. Ma dopotutto, chissenefrega? In teoria dovremmo esserne contenti: anni ed anni ad insultare Negramaro e Modà, dovrebbe fare solo bene se un’artista del suo calibro arrivasse sui grandi schermi.

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Ma dobbiamo parlare del concerto: il Carroponte, arrivato ormai agli ultimi atti della stagione, si presenta notevolmente affollato. C’è il solito pubblico che si vede ogni sera ma anche tanta gente nuova, soprattutto ragazze giovani, a dimostrazione che con le sue canzoni è riuscita, raccontando se stessa, a raggiungere tutta una generazione.
Un dato importante, per un’artista che non ha mai fatto mistero di tenere molto ai testi e di utilizzare la scrittura come sfogo personale e possibilità di raccontarsi.
Si parte attorno alle 22.30, con il palco sobrio come al solito, su cui però sono state aggiunte le lettere luminose che compongono il nome “Levante”, che renderanno più piacevole il gioco di luci per tutto il corso della serata.
Si inizia con “Abbi cura di te”, forse non proprio l’ideale per scaldare il pubblico e anche uno dei brani dell’ultimo album che personalmente mi ha convinto di meno. Per fortuna ci pensano “Caruso Pascoski”, e “Sbadiglio” ad alzare immediatamente il ritmo.
La band è ridotta all’osso: tastiera, chitarra, basso e batteria e pur senza prodursi in niente di troppo complesso, suona alla grande ed è molto di più che un semplice accompagnamento per la voce di Claudia. Dopotutto sono musicisti che sono con lei da tempo, hanno lavorato al disco, lo hanno suonato in studio, l’impressione è proprio quella di trovarsi di fronte ad un’unità di cinque persone.

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Inutile dire però che è la cantante ad essere il centro della serata: look semplice e aggressivo al tempo stesso, stivali neri, gonna scozzese, maglietta chiara, tiene il palco con naturalezza ed entusiasmo, dimostrando un’esperienza ed una confidenza che non ti aspetteresti da una così giovane.
La sua bellezza fisica è notevole ed è lì da vedere, ma non viene mai usata in modo ruffiano: c’è, è più che evidente ed inutile nasconderla, ma per il resto è la voce a parlare e lo fa talmente tanto che nessuno potrebbe sognarsi di dire che la ragazza sia famosa per meriti che non siano strettamente musicali.
Dal vivo, in effetti, è bravissima. Ascoltando i dischi ero rimasto colpito dalla qualità della sua scrittura, semplice, diretta, quasi mai banale; sul palco, quello che colpisce e allo stesso tempo stupisce, è che la prova vocale è molto meglio di quella in studio: mai forzata, sempre controllata nell’emissione (in studio talvolta cede alla tentazione di urlare), espressiva come non mai, una combinazione di talento vocale e abilità di songwriting che giustifica appieno tutto il successo che sta avendo.
Gentile, posata e quasi timida, tra un pezzo e l’altro parla poco o niente e lascia che sia la musica a farlo per lei: “Abbi cura di te” viene eseguito per intero e si conferma essere un gran bel disco anche se, per quanto mi riguarda, lo trovo leggermente inferiore al precedente.

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Levante è irresistibile sui pezzi più tirati come “Contare fino a dieci” o “Le lacrime non macchiano” (un brano dal potenziale assolutamente infinito) ma quando il ritmo rallenta il suo songwriting diventa più ordinario e non sempre riesce a trovare la formula vincente. Ciononostante, episodi come “Lasciami andare”, “La rivincita dei buoni” o “Finchè morte non vi separi” (che sul disco ha cantato in compagnia della madre, “Non farò mai un featuring più bello di questo” ha detto introducendola dal palco) rendono bene anche dal vivo ma quando si lancia in qualche sporadica incursione nel primo album, come in “Cuori d’artificio” e “Memo”, il livello sale notevolmente.
Nei bis compare Bianco, con cui Claudia ha collaborato a inizio carriera e che ha ricoperto un ruolo fondamentale dietro la consolle di “Manuale di distruzione”: eseguono due brani in versione acustica, tra cui “Corri corri”, scritta con lui a quattro mani.
Poi non può mancare “Alfonso”, con quel “Che vita di merda!” cantato da tutti a squarciagola come in un rito catartico.
Si finisce, questa volta per davvero, con “Biglietto per viaggi illimitati”, che evoca in maniera commovente la figura del padre, scomparso quando lei aveva solo nove anni, evento a seguito del quale si trasferirà qualche anno dopo a Torino, dove vive tuttora. È una versione allungata con vocalizzi e improvvisazioni varie, sulle quali viene svolta la doverosa presentazione della band.
Dopo questa sera, Levante mi ha conquistato completamente: certo, dal punto di vista compositivo ci sono molti margini di crescita ma la personalità che ha dimostrato di avere sul palco è già di per sé garanzia di ulteriori successi.
E lo ripeto, abbiamo tutto, ma proprio tutto da guadagnare dal fatto che diventi davvero famosa…

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