David Ragghianti – Portland (Caipira Records / Musica Distesa, 2015)

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copertina

Articolo di Eleonora Montesanti

Portland, il disco d’esordio del toscano David Ragghianti, non è il tipico disco che, in questi anni dieci, ci si potrebbe aspettare da un giovane cantautore. Prodotto da Giuliano Dottori, cerca il suo spazio mediante uno stile atemporale da cui filtra una visione del mondo delicata e raffinata, come se lo si guardasse attraverso un paio di lenti color pastello.
L’amorevolezza e il calore che – impastati ai suoni e alla poeticità delle liriche – costruiscono questi nove brani, regalano quaranta minuti di collettiva introspezione che, in punta di piedi, arrivano e si radicano sottopelle. Non c’è dunque bisogno di essere rivoluzionari per fare un buon lavoro e David Ragghianti ne è la dimostrazione.

Argomento comune a quasi tutti i pezzi di questo disco è la ricerca, sia tematica, sia stilistica, sia interiore; Portland si apre infatti con I prati che cercavo, quei prati che non abbiamo bisogno di sognare, perché sappiamo pensarli. Poi prosegue in un viaggio verso Amsterdam, che si rispecchia qui in una consapevolezza importante: non è necessario vedere o tutto bianco o tutto nero, poiché le sfumature cambiano in base alla posizione da cui stiamo guardando. Amsterdam è una canzone dalla forma classica, dolce, morbida e avvolgente.

David Ragghianti 1

Insieme alla delicatezza e alla continua scoperta di sé, l’altra arma vincente di questo Portland è la riscoperta dei ritornelli: puliti, orecchiabili, profondi e immediati. Oltre ai brani già citati, la non-banalità di una scelta stilistica che valorizzi il ritornello è evidente anche in Se non ti ammali mai, Pause estive e Dove conduci. In particolare quest’ultimo è una sorta di rivalutazione dei microscopici effetti positivi del dolore, percepito come una vaga coscienza di sé.

Occhi asciutti, invece, che si presenta con un chiaro marchio dottoriano negli arrangiamenti e nella scelta dei cori sul ritornello, è un’invocazione a ripulirsi – magari grazie ad un sano pianto – dalle scorie delle meticolosità non necessarie, che ci ostacolano la visuale sulla bellezza del mondo.

E, a proposito di bellezza, il fiore all’occhiello di quest’album si intitola Il tema del filo, brano dall’atmosfera incantevolmente agrodolce. Ascoltarla significa giocare con l’immaginazione: se durante tutta la nostra vita tenessimo un filo rosso in mano, che disegno di nodi e linee ne uscirebbe alla fine?

Ad ogni modo David Ragghianti è un cantautore gentile e il suo Portland è una rassicurante certezza per la nuova scena cantautorale italiana: c’è una citazione di Virginia Woolf a cui ho pensato durante l’ascolto di tutto il disco e che lo descrive perfettamente: “Senza nessun bisogno di affrettarsi. Nessun bisogno di mandare scintille. Nessun bisogno di essere altri che se stessi.”

TRACKLIST
1) I prati che cercavo
2) Amsterdam
3) Dove conduci
4) Occhi asciutti
5) Tema del filo
6) Se non ti ammali mai
7) Pause estive
8) 300 anni
9) Raffiche di fuga

 

 

 

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