Il Teatro degli Orrori – Il Teatro degli Orrori (La Tempesta dischi / Artist first, 2015)

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Articolo di Roberto Basilico

Il Teatro degli Orrori torna con un album che è lo specchio di questo paese, sempre maggiormente proiettato verso il baratro più nero, con un meccanismo alimentato dagli animi drogati dei potenti che, come al solito, il conto lo fanno pagare alla povera gente, lasciata in un sistema di apparente libertà, senza diritto alla parola.
In questo nuovo disco, che suona già live fin dal primo ascolto, troviamo la presenza di due nuovi musicisti, Kole Laca, tastiere ed elettronica e Marcello Batelli alla chitarra elettrica. Naturalmente accanto alla collaudata formazione che vede: Pierpaolo Capovilla voce e scrittura, capace di distruggere i muri dell’ indifferenza dando voce agli ultimi, Giulio Ragno Favero al basso nonché produttore dell’album, Gionata Mirai alla chitarra elettrica, Francesco Valente alla batteria e percussioni.
L’album non ha titolo, forse perché le storie dalle quali è composto sono talmente tante, intrise di sentimenti d’odio e amore, speranza e rassegnazione, certezze e illusioni, da non poterle restringere in poche parole, se non con Il Teatro degli Orrori.

Teatro Degli Orrori_foto di Edward Smith_b

Le dodici tracce sono pugni nello stomaco, risvegli di coscienza, alienazione verso questo mondo, il tutto raccontato attraverso un suono più ricercato, sempre potente e frenetico, come nella canzone che apre l’album “Disinteressati e indifferenti”. Nel pezzo i modelli di questa società imposti dai media sono come barzellette che non fanno ridere, povere teste vuote, pronte a sedurre giovani senza futuro, pronti a vendersi pur di apparire (uno su mille ce la fa)… travolgente l’ironia di Capovilla, e il basso funky che ti trascina nella canzone, dritto, diretto, colpito!!!
“La paura” parla dell’ emarginazione e dell’esclusione in cui la legge e lo stato trascinano i giovani, spinti al punto di dire “si stava meglio in galera piuttosto che prigionieri della strada, senza un cazzo da fare dal mattino alla sera, almeno tra le sbarre avevi qualcuno che ti stesse ad ascoltare.”
“Lavorare stanca” sottolinea l’aspetto del lavoro quotidiano, che sottrae troppo tempo alle passioni, appesantisce la testa con responsabilità, ingrigisce e cambia le persone. Sarebbe meglio quindi scappare da questo paese che non cambia, per “ritrovarti in capo al mondo e nel tuo modo di vedere le cose, sentirmi a casa mia”.
“Bellissima” è una canzone d’amore, sul nostro paese che va a picco, dove non ci si riconosce più, si è sempre più soli, confinati e sconfitti nei palazzi e nel cemento che ci ricopre, in cui certi valori politici, etici, sembrano scomparsi in un “Lungo sonno” da cui non volersi svegliare.

La guerra e la fuga dei profughi sono protagonisti di “Una donna”, ritratta in una foto (del giovane fotografo iracheno Zmnako Ismael) con un mitra in spalla, lì a difendere la famiglia contro l’Isis, mentre il mondo resta a guardare. Per sopperire ai sensi di colpa si cammina nell’ indifferenza, avvalendosi di sostanze come “Benzodiapezina”, così da sedare le coscienze, per arrivare al punto di non riconoscere più nulla e nessuno.
Quest’album costituisce senz’altro una ferita aperta sulle ingiustizie della società, come in “Genova”, un ritratto sulle barbarie avvenute durante il G8, che vide la città stuprata dallo stato. Questo per non dimenticare, per rivoltarsi, come in “Cazzotti e suppliche”.
Con “Slint”, si rende nota la pratica della contenzione meccanica praticata nei manicomi italiani, un crimine a luci spente, (canzone ispirata dall’album “Spiderland”, del gruppo rock statunitense Slint).
in “Sentimenti inconfessabili” troviamo la partecipazione di Chiara Gioncardi e Federico Zampaglione alle voci narranti, nonché Guglielmo Pagnozzi al sax. Il testo racconta che nemmeno di notte si può dormire senza problemi o incubi che ci circondino. Sembra invece un volersi consolare l’ultimo brano dell’album, “Una giornata al sole”, che parla di una domenica senza impegni e “con il tuo sorriso che mi riempie il cuore d’amore”.
Questo disco offre un’istantanea sul male che affligge le nostre vite, raccontate attraverso un suono rock pieno e potente, dai ritmi serrati che ti gira intorno lasciandoti senza respiro, per colpirti fin nell’anima con la voce di Capovilla, tornato ancora più incazzato e maledettamente vero, vero come il nuovo album del Teatro Degli Orrori.

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