Scisma: ci siamo regalati una reunion… – intervista a Paolo Benvegnù

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Intervista di Luca Franceschini, foto di Andrea Furlan*

All’indomani del meraviglioso concerto degli Scisma a Brescia (ne trovate un ampio resoconto qui), ho raggiunto per telefono Paolo Benvegnù, per chiacchierare un po’ del concerto, della reunion, del nuovo ep e per scoprire se ci sono in vista dei piani per il prossimo futuro. Ne è nata la solita conversazione profonda e piacevole che è sempre una garanzia quando si ha a che fare con lui. Meglio non aggiungere altro, dunque. Buona lettura!

Ciao Paolo, innanzitutto complimenti per il concerto dell’altra sera, davvero bellissimo! E grazie soprattutto per aver aggiunto una seconda data a Brescia: sabato avevo già il biglietto per Dave Matthews e ti giuro che mi stavo logorando nell’indecisione…
Ma no dai, direi che Dave Matthews è molto meglio di noi!

Ti potrei anche dare ragione però sai, lui tornerà di sicuro, voi non lo so, visto che avete dichiarato che farete solo queste quattro date…
(Ride NDA) Sì, hai ragione! Beh, in realtà non sappiamo ancora bene che cosa succederà…

Ad ogni modo partirei da qui, da questo concerto che ho appena visto. Io per ragioni di ascolti musicali, non vi avevo mai sentito dal vivo in precedenza. Mi sono sentito come un ragazzino, l’altra sera, con la possibilità di poter vedere una band che prima avevo sentito solo su disco. Il concerto mi ha colpito davvero, soprattutto perché sembravate affiatatissimi, come se non aveste mai smesso di suonare insieme. Non so da quanto tempo provate per questa reunion, ma ad ogni modo il risultato è stato strabiliante… E soprattutto Sara: non avrei mai immaginato di trovarla così in forma…
Guarda, in effetti è così, abbiamo fatto una dozzina di giorni di prove, non di più, per riprendere in mano le cose e ritrovarci umanamente. È stato davvero molto divertente! Concordo con te che Sara sia assolutamente meravigliosa, lei è davvero il surplus di questo gruppo perché è in grado di trasformare tutto quello che scrivo, soprattutto le cose pensate in maniera più “meditabonda”, diciamo, lei riesce a farle sembrare leggere. Poi, anche se in questi anni è stata molto poco impegnata nel mondo musicale, ha fatto solo qualche collaborazione sporadica, le sue esperienze di vita l’hanno portata ad essere più energica, stellare, riesce ad elargire bellezza con grande facilità. E poi sai, sette anni passati insieme non si cancellano, per cui il suono è quello lì! Quando si è creata una certa alchimia, non ci vuole molto perché si ricrei… E poi, ci tengo a dirlo, i concerti che stiamo facendo non sono dei momenti nostalgia o dei karaoke, si tratta proprio di musica contemporanea…

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Appunto, visto che tra le altre cose avete pubblicato del materiale nuovo. A questo proposito, correggimi se sbaglio, mi è sembrato significativo il fatto che abbiate iniziato il concerto con “Good Morning”, che era il brano con cui si concludeva “Armstrong”, e che subito dopo abbiate suonato “Mr. Newman”, che è il pezzo di apertura, nonché title track, del nuovo ep. Come a dire: “Ripartiamo da dove avevamo lasciato”…
È esattamente così, sei stato bravo a coglierlo! Con questa reunion, in realtà, stiamo cambiando il finale di una storia, stiamo scrivendo un lieto fine dove tutti i personaggi coinvolti riescono a vivere il presente per quello che è, senza ambizioni inutili, sapendo tutto del necessario e tutto del superfluo. È stato un grande regalo, quello che ci siamo concessi: al di là dei concerti, il punto è stato proprio il ritrovarci nuovamente insieme a suonare! Ti dirò, per me già entrare in sala prove è stata una cosa magnifica che sarebbe anche potuta finire lì! Per cui, paradossalmente, è una cosa egoistica, è proprio un atto di generosità nei nostri confronti.

Riguardo al pubblico dell’altra sera, non so come sia andata sabato, ma venerdì sono rimasto un po’ deluso, l’ho anche scritto nel mio pezzo. Voglio dire, mi aspettavo di vedere il locale gremito di vostri fan, gente che saltava, ballava, cantava tutte le parole delle canzoni… In realtà, al di là degli applausi molto calorosi tra un pezzo e l’altro, l’impressione è che ci fossero anche molti curiosi, che erano lì per passare una serata e per vedere un gruppo storico. Molti, ti dirò, erano anche piuttosto distratti…
Ma certo! È vero, sono d’accordo con te e sono anche molto orgoglioso di questa cosa, significa che non siamo una band generazionale! Vuol dire che siamo riusciti ad incuriosire anche gente nuova: alcuni vengono e rimangono contenti, altri no ma del resto non siamo certo in grado di sedurre chiunque! Quindi, alcuni si entusiasmano, altri stanno lì, fumano e pensano solo a scopare. Non è un problema! Chiaramente, auguro loro di riuscire a scopare (risate NDA)…

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È interessante questa cosa di non essere una band generazionale. Dopo tutto, avreste potuto fare quattro concerti all’insegna della nostalgia e della gioia della rimpatriata, invece avete subito pubblicato del materiale nuovo…
È sicuramente un segnale di altro tipo, certo. Mettiamola così: noi dovevamo ritrovarci, perché inconsciamente c’era questo desiderio. Poi quando ci siamo visti, è nata un po’ da tutti l’idea di comporre cose nuove. Per me poi, scrivere per Sara è una cosa bellissima, mi allevia da molte delle responsabilità che di solito ho quando scrivo per i Benvegnù. Ma comunque, diciamo che il nostro incontro è stato talmente tanto naturale a livello umano, così scevro della nostalgia del passato, senza proiezione sul futuro, per cui stiamo prendendo le cose per quello che sono, viviamo il presente per quello che è, davvero un miracolo per un collettivo umano. È una presenza nell’istante molto bella, ti assicuro!
Cosa succederà? Ti dirò che non ne ho idea, non ne abbiamo parlato. Ci basta solo stare qua a parlarci, a vederci, a goderci questa complicità che adesso è veramente autentica, laddove quindici anni fa c’erano delle pressioni esterne che forse non ce l’hanno fatta godere fino in fondo. Mi sembra di vedere che ci sia grande aggressività in questo momento nel suonare, una cosa senza senso, noi invece abbiamo altro da dire, forse sta semplicemente nell’essere persone che vogliono solo suonare ed essere felici.

In effetti si vedeva: al di là della tensione iniziale, dopo le prime canzoni vi siete rilassati e si capiva bene da come vi guardavate che la magia si era ricreata…
Per noi è magico suonare insieme, è un qualcosa di irripetibile, ma come lo è anche coi Benvegnù, non voglio svilire loro. Quando entri in una stanza e ci sono cinque persone che si mettono a nudo, accade sempre qualcosa per cui io mi sento un privilegiato perché riesco a fare parte di una situazione del genere e a goderne…

Parliamo di “Mr. Newman”: Ti dirò che mi è piaciuto tanto anche se dopo averlo sentito dal vivo l’ho apprezzato davvero molto di più. Ho trovato però che rispetto alle prime cose degli Scisma, posto che fare paragoni dopo così tanti anni è inutile, c’è molto più l’impronta del tuo songwriting. Sei d’accordo o la vedi in modo diverso? Anche perché i credits poi appartengono anche agli altri musicisti e tu prima, parlando, mi hai detto che comunque hai scritto questi pezzi pensando a Sara…
Sì, può darsi, potrebbe essere vero quello che dici. Sai, io sono sempre molto ingombrante dal punto di vista della scrittura! È successo che avevamo poco tempo per fare tanto lavoro per cui abbiamo registrato in due sessioni e missato in altre quattro. È una sorta di istantanea, di polaroid un po’ mossa, diciamo così. Ovvio dunque che dopo dodici giorni di prova i pezzi abbiano preso un’altra caratura, acquisendo nuovi equilibri: probabilmente è per questo che le versioni live ti sono piaciute di più… Siamo comunque contenti di cosa è uscito, abbiamo fatto una cosa in fretta, diversamente dal passato dove eravamo più meditabondi, ed è venuta bene lo stesso!
Poi, è vero che sono ingombrante, lo sono sempre stato, però per me, lo ripeto, è diverso scrivere i pezzi pensando alla voce di Sara. Per esempio “Mr. Newman” ha la melodia iniziale del cantato che è un po’ diversa dal solito (la canticchia NDA), non l’avrei mai scritta per un mio brano solista. Quella canzone Sara l’ha proprio colorita con la sua voce, quando entra lei è come se una storia raccontata in un certo modo da un narratore, prendesse improvvisamente tutta un’altra piega. Poi sicuramente alcune soluzioni adottate dipendono dal fatto che abbiamo avuto proprio poco tempo per vederci tutti insieme. Pensa che anche le foto le abbiamo fatte in fretta e furia dopo aver registrato!

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Uno dei miei pezzi preferiti è “Musica Elementare”: nella mia recensione ho scritto che mi ricordava molto quello che aveva fatto Battiato con “La voce del padrone”. Che cos’è per te la “musica elementare”? Perché la vostra è sicuramente una canzone elementare, nel senso che è semplice, orecchiabile, si canta in fretta e volentieri, però è indubbiamente una canzone della madonna! Poi però è vero che là fuori ci sono tante cose molto più superficiali, di poca sostanza…
La cosa che mi piace di più di quel pezzo è che finalmente qualcuno ha avuto il coraggio di dire che se tu ripeti cento volte una cosa, ti entra nel cervello e questo accade perché siamo tutti disattenti. Poi certamente esiste musica elementare e musica elementare: per dire, c’è una bella differenza tra “Obladi Oblada” e un pezzo qualunque di Ramazzotti, no? Poi direi che il punto non è tanto la facilità dello scrivere una canzone semplice ed efficace quanto l’averne l’autorevolezza. E qui viene fuori il discorso di Battiato che tu facevi: dopo avere fatto musica per anni in un certo modo, ha avuto l’autorevolezza tale di scrivere delle canzonette per raccontare la dispersione che c’era in quel momento storico. Senza voler avvicinare gli Scisma a quelle altezze, l’idea era proprio quella…

Un altro brano che mi ha colpito tantissimo è “Stelle, Stelle, Stelle”, che si apre con quel dialogo surreale tra te e Sara, che ho trovato molto divertente…
Si, fa ridere ma in sé possiede una verità…

Ecco infatti, spiegami bene perché poi nella parte cantata dici delle cose completamente diverse: come se, al di là dell’omologazione e della futilità di certi comportamenti, vi fosse poi una realtà meravigliosa, tutta da scoprire…
Anche in questo caso hai colto nel segno: la parte iniziale, questo dialogo surreale prende spunto dal superfluo, dall’ambiguità dell’essere uniformati. È un po’ un classico ma mi piaceva l’idea di imitare Fabrizio Bentivoglio mentre fa la parte di un tornitore di Senago o di Brescia che dice queste cose (ride NDA)! Mentre è vero che la seconda parte parla della bellezza del mistero e della possibilità di trovare bellezza anche in uno scorcio di prospettiva in cui la luna sembra in mezzo i rifiuti oppure, per trovare un senso alla propria vita si chiama un taxi per le stelle che è come dire: “Per favore, datemi un’intuizione, datemi un’illuminazione”. Ecco, questa è un po’ la chiave di questo pezzo. È stato Giovanni Ferrario ad avere questa idea, per quanto riguarda la parte iniziale, io non l’avevo colta così ma mi è piaciuta per cui mi sono prestato subito, non ero mai stato così dissacrante e ironico! Poi, sul fatto che l’Alligalli sia un brano razzista, non ci sono dubbi se pensi che il ritornello recita: “Siamo i watussi, gli altissimi negri ogni tre passi facciamo sei metri”. C’è dietro il colonialismo, è come se fosse stato scritto nel 1896 prima della battaglia di Adua, per dire…

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Spiegami meglio questa cosa dell’omologazione…
Siamo molto omologati ma allo stasso tempo lo siamo troppo poco: siamo tutti omologati perché tutti vogliono un centro ma non di “gravità permanente”, come cantava Battiato, nel senso di guadagnare un equilibrio rispetto alle cose, ma di “eredità permanente”. La gente vuole i soldi, vuole l’eredità del nonno, vuole il successo. Detto questo, la cosa poi tremenda da dire è che, pur essendo aberrante questa omologazione, se ci pensi, nell’800 nel loro lavoro tutti indossavano un’uniforme e questa, in un certo senso, impediva a molte persone di fare dei gran casini e allo stesso tempo salvava il punto di vista dell’identità. Quindi, da una parte siamo iper omologati però forse se fossimo un po’ più omologati in quell’altro modo, staremmo meglio, perché oggi io vedo un grande smarrimento, una grande dispersione di identità. Ecco, forse a quell’epoca l’uniforme poteva provocare omologazione ma almeno si era ben sicuri di quale fosse la propria identità…

Molto interessante, non ci avevo mai pensato…
Vedi che anche sulle cazzate sono talmente stupido che mi ci metto a pensare (ride NDA)?

Ultima domanda poi ti lascio: è la classica domanda da giornalista, in realtà…
Vai tranquillo, sopporterò (ride NDA)…

Voi avete avuto un impatto notevole su quella che era la scena alternativa italiana degli anni ’90. Però poi siete spariti quasi all’improvviso, tu hai avuto una grande carriera solista ma voi come gruppo non avete più fatto nulla. Non ti sei mai chiesto che cosa sarebbe successo se foste rimasti insieme? Non hai rimpianti, pensando a dove sareste potuti arrivare?
No, non ho rimpianti di alcun tipo! Penso che se fossimo rimasti insieme, se avessimo superato la grande volontà di ognuno di noi di cercare qualcosa di diverso, questo desiderio di cercare la propria vita, che è poi quello che ci ha portati a smettere di suonare insieme… ecco, io penso che se nonostante tutto avessimo continuato, penso che avremmo fatto come i gruppi di quell’epoca: prima o poi sarebbe arrivata una chance per salire un po’ più in alto. Ma forse questo avrebbe significato conformarsi a quella che io chiamo la teoria della supposta: la supposta dà dei benefici che sono oggettivi, non si discute, però diciamo che è poco nobile la parte del corpo attraverso cui viene inoculata… La cosa più aberrante che c’è in Italia è che se stai in certi giri prima o poi arrivi, non per forza per merito tuo ma per una sorta di spinta naturale: alcuni scompaiono quindi si arriva prima o poi a quel che si desidera. Ecco, sono felice che gli Scisma non abbiano fatto questa scelta…

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Che poi i vari Afterhours, Marlene Kuntz, C.S.I. non è che siano arrivati così lontani…
Eh, ma in Italia più lontano di Sanremo che cosa c’è? Io penso che bisogna ogni giorno continuare ad avere uno sguardo diverso sulle cose, se hai il gusto della ricerca devi provarci davvero, devi fare sempre le cose in modo diverso, così che acquisti un senso per tante persone, senza utilizzare il sistema delle supposte che dicevo prima.

Una curiosità: i Verdena appartengono a questa categoria, secondo te?
Certo! Loro fanno la loro ricerca! Alcune cose mi piacciono molto, altre meno ma è giusto così, sono una band che non vuole sedurre nessuno, fanno le cose per loro stessi, come farebbe un buon artigiano, insomma. Hanno fatto il loro percorso con grande serietà, soprattutto uscendo con un disco nuovo quando volevano uscire, non quando dovevano uscire. Poi ognuno ha la sua ricerca, ovvio. D’altronde, in questo mondo in cui tutti parlano ma sono in ben pochi quelli che fanno davvero, capirai che è bello che ci siano loro…

Mi hai fatto venire in mente una cosa divertente che scrive Morrissey nella sua autobiografia: parlando di Los Angeles, dice che se in quella città tutti avessero parlato solo delle cose effettivamente fatte e non di quelle che avevano intenzione di fare, quello sarebbe stato il posto più muto della terra…
(Ride NDA) Ecco, diciamo che l’Agorà elettronico fa sembrare tutto un po’ Los Angeles, per cui io nemmeno mi ci metto! Mi interessano di più altre cose: in questo momento ad esempio il sole sta tramontando dietro la collina ed è reale, un vero spettacolo che vale la pena di essere vissuto, questo mi interessa, mi interessa viverlo, non commentarlo e farlo sapere agli altri su Facebook…

Senti, spero davvero ci saranno altre date in futuro… e un altro disco, magari…
Davvero, non ne abbiamo idea, non ne abbiamo proprio parlato… È stato già un regalo trovarci in sala prove, per noi poteva anche finire lì, giuro… Chissà cosa succederà!

* foto [1] Big time

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