Calcutta – Mainstream (Bomba Dischi, 2015)

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Articolo di Gianluca Porta

Il dono della sintesi è la capacità di esprimere in poche parole, in pochissime frasi un concetto complesso, definendolo in ogni suo aspetto. Da studente è quello che mi serve per studiare, per rispondere con meno fatica alle domande e per fare, eventualmente, “i bigliettini”. E non sempre funziona. Per chi le parole le sa usare è il modo più efficace per catturare un’emozione, condensarla in una sententia, renderla universale e ancora più umana. Calcutta, all’anagrafe Edoardo Dall’Erme, usa questa peculiarità per intrecciare la sua vita con quella di chi lo ascolta, in un album concentrato in meno di trenta minuti.Del suo passato conosco poco o niente: so che è in giro da un po’, che prima faceva tutt’altro tipo di musica, molto più elettronica, e ha da sempre una faccia che non gli daresti cinque euro. Onestamente non mi interessa nemmeno: chi se ne frega di cosa ha fatto, di cosa è stato (la dietrologia ha le ore contate, e oggi più che mai mi va stretta); a me interessa quello che è adesso, di come il suo “Mainstream” mi provochi e mi commuova allo stesso tempo.
Ascoltando il disco si capisce come la semplicità non è una scelta, ma una necessità, trasversale sia all’arrangiamento, che ai testi. In atmosfere da cantautorato spudorato anni ’70, Calcutta cristallizza delle emozioni, dei bisogni, dei desideri così taglienti che ti sconquassano il cuore, lasciandoti a bocca aperta. La forma non è perfetta, la metrica a volte lascia a desiderare, il tutto è un po’ troppo lo-fi, ma in realtà non è un problema. Il compito della musica, in quanto espressione artistica, è di comunicare, di raccontare una storia prendendo per mano l’ascoltare, dargli una chiave di lettura – per quanto piccola – del mondo e della sua giornata. Alla peggio deve essere in grado di fare da sottofondo intelligente, evidenziando, senza coprire la vita. E questo disco lo fa benissimo, con la semplicità che solo chi ha un cuore grande come il mare può ricreare. È viaggio nel quotidiano, nella sua poetica e nei sui bellissimi ossimori, nei luoghi comuni che si colorano del vino che fa sorridere gli occhi e ti fanno dire che ogni cosa è illuminata.

Già la prima canzone, “Gaetano”, evidenzia tutte queste caratteristiche: piano e voce, lentamente entra la batteria e la melodia arriva già nelle orecchie, ma anche al cuore. Siamo pronti per cantarla a squarciagola non appena le luci si fanno soffuse. È la fine di una storia d’amore postmoderna, al tempo di youporn e di sorrisi che sembrano paresi, racconta la noia e la piccolezza di un uomo (con la quale non ci si può che immedesimare) in cerca di un modo per barcamenarsi nella vita.

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“Cosa mi manchi a fare” rincara ancora la dose: più che mai il desiderio è a nudo, davanti alla sua imponenza non lo si può che urlare a pieni polmoni. Un misto di incredulità, rassegnazione e una domanda spalancata.
“Intermezzo 2” fa da ponte pop-noise che ci traghetta verso “Milano”. Atmosfera rarefatta, quasi al rallentatore, ma con un respiro infinito: “ci sono giorni che io vorrei dormire, e altri invece in cui io vorrei tornare, ma non ci riesco più”. Con la semplicità e la purezza di un bambino, un bambinone, descrive la sua vita, le sue cose. Il tutto per poi esplodere nel trascinante “ma non ci riesco più” di fine brano. Sarebbe fin troppo facile e fin troppo riduttivo dire che è solo rassegnazione, io lo sento piuttosto come un grido d’aiuto rivolto a un “tu” sconosciuto. L’empatia è totale, a diciotto anni come a trenta, solo che lui riesce a comunicarla davvero, con sincerità, e di fronte a questa modo autentico di esprimersi, il cuore si può solo spalancare.
“Limonata” vive della stessa idea, ma espressa in un rapporto e in una vita che non soddisfa. Un po’ come il brano, ma uno scivolone ci sta, sono pronto a perdonarglielo.
La canzone successiva, “Frosinone”, cattura in due espressioni quelle che possono essere le contraddizioni della sua vita e forse di quest’anno: “apro il giornale c’è Papa Francesco/ e il Frosinone in serie A”. È tutta un’umanità fotografata nel suo ovvio, che messa a nudo colpisce davvero. Ovviamente dopo nemmeno mezzo ascolto la sto già cantando in faccia a degli inconsci passanti, ma il bello della musica è che ti prende e ti porta via.
Altro intermezzo che porta rapidamente a “Del Verde”, che io vedo come una favola d’amore in una città che sta diventando sempre più simile a un paese di campagna, fatto di consuetudini e cose semplici. L’idea è quella di uno struggimento per qualcosa che non c’è, ma potrebbe essere. “Ci vorrebbe una notte, una notte per ricominciare”.
“Dal verme” ammetto di non averla capita nell’economia del disco, tre minuti e mezzo di elettro noise che pesano come un macigno, ma ognuno fa quello che vuole del proprio album.
L’ultimo pezzo, “Le barche”, è una ballata canonica per chitarra acustica e voce, che riprende i temi delle altre canzoni con una leggera tendenza surreale.
Calcutta parla di sconfitte, di amori finiti e di piatti non lavati, ma nel suo essere un vinto riesce ad alzare la testa, a scagliarsi contro la fiumana della vita e ad imporsi con la musica, con il cantautorato alla Rino Gaetano, il trash, “so bad it’s so good”- come si suol dire – e alla fine non puoi che farci i conti.

Tracklist
01. Gaetano
02. Cosa mi manchi a fare
03. Intermezzo 2
04. Milano
05. Limonata
06. Frosinone
07. Intermezzo 1
08. Dal verde
09. Dal verme
10. Le barche

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