Sainkho Namtchylak – La session senza volto, la musica meditativa ed il melograno

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Intervista di E. Joshin Galani

Questa è un’intervista che mi sarebbe piaciuto fare paradossalmente in silenzio, con un tocco della mano e con gli sguardi, per rimanere nel puro spirito che emana da questo lavoro, dove le parole sembrano superflue per argomentare di qualcosa che arriva dritto al cuore, segue una via semplice, senza le complicanze colloquiali.
Per comunicare tutto questo ai lettori di Off Topic ho dovuto ovviamente utilizzare le parole e cercare di tradurre qualcosa che, attraverso il linguaggio verbale, perde comunque di sostanza.
Seguo Sainkho da molti anni, da sempre trovo le sue composizioni dei viaggi, che arrivano dritti agli strati più alti dell’essere. Grazie alla sua voce rara e straordinaria, siamo accompagnati nell’ascolto in esplorazioni vocali di purezza. Sembra giocare con la sua voce, come gioca chiunque quando si muove in scioltezza col proprio talento naturale, regalandoci cose strabilianti. La sua abilità, chiamata Throat Singing è il canto armonico, che non si limita a quella specifica caratteristica, ma si spinge ad emettere in contemporanea suoni doppi (e diversi) di armonici.
Questa capacità prodigiosa vira in intensità di suono, propagandolo, in tutte le scale di toni.
Non è un caso che l’ascoltatore percepisca i lavori di Sainkho con una predisposizione d’animo aperta, ricettiva, sentendosi innalzato ad aspetti di luce. Nelle antiche tradizioni sciamaniche della Mongolia (Sainkho è di Tuva) i canti armonici erano utilizzati per riequilibrare corpo e mente, attivando processi di guarigione e trasformazione interiore. E’ il linguaggio sacro che parla all’aspetto celeste dell’individuo.
A completare la sua unicità, c’è un percorso di sperimentazione d’avanguardia, che ha coinvolto diversi generi musicali, dal folk tradizionale al jazz.
Lo stesso approccio lo troviamo anche nel nuovo album.
Like a bird or spirit, not a face” è il suo ultimo lavoro registrato in due giorni, come dice il booklet del cd, con Said e Eyadou, musicisti del gruppo nordafricano Tinariwen.
Questo è uno di quei dischi che scivolano comodamente fuori dalle connotazioni di stili, perché è libero, parla solo il suo linguaggio immateriale ed universale del cuore.
Sainkho mi riceve con disponibilità, garbo e grande generosità sia in termini di tempo che nei contenuti delle risposte. Quel che segue è la lunga chiacchierata che non merita alcun taglio…

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Partiamo dal titolo, “Like a bird or spirit, not a face” cosa volevi evocare con queste parole?
E’ stato un suggerimento del produttore. La prima volta che ho sentito questo titolo, “come un uccello o uno spirito, non un volto” suonava così bene, era talmente originale, che ne sono rimasta entusiasta, dando subito il mio assenso. Come sapete ho registrato con musicisti Tuareg, persone moderne che quando vivono in paesi diversi dal loro, in città come Parigi o Marsiglia, non indossano i vestiti tradizionali. Se guardate un documentario sul Sahara, uomini e donne portano abiti che li coprono interamente. Certamente è una prospettiva diversa rispetto alla nostra, frutto di una cultura che risale ai tempi più antichi: prima di Gesù, prima di Buddha, prima di tutto, esisteva già. Poter vedere, sentire, annusare, ma avere il viso coperto, penso sia un modo per sentirsi estremamente protetti. Ho immaginato che la scelta di questo titolo sia stata suggerita dai musicisti come una sorta di omaggio alla mia persona. Non dare importanza al mio volto (not a face, dice il titolo) l’ho sentito come il desiderio di riconoscere in anticipo un valore aggiunto alla mia persona, indipendentemente da quel che si poteva vedere di me. Nella nostra cultura europea moderna è un concetto che non riusciamo a cogliere fino in fondo, quello di mostrarsi completamente coperti e allo stesso tempo essere del tutto presenti.

In questo disco hai collaborato con Said ed Eyadou dei Tinariwen. E’ interessante questo connubio con la musica africana, cosa cercavi e cos’hai trovato?
Forse mi aspettavo molto, troppo, prima di iniziare. Di fatto sono stati solo due giorni di registrazione, loro non hanno nemmeno avuto il tempo di imparare le canzoni. L’unico modo per raggiungere un buon risultato è stato comunicare suonando ed arrivare così a qualcosa che ci accomunasse. Dal Sahara hanno portato tantissimi tappeti musicali differenti fra i quali io potessi scegliere quelli più adatti ai miei testi. All’inizio spesso mi sentivo a disagio, quasi mi “mancava l’aria” mentre cercavo di adeguarmi in modo naturale a strutture musicali così lontane dalle mie. Questi artisti vivono in un modo diverso dal mio, vanno e vengono dal deserto, ci tornano e seguono ancora le loro antiche tradizioni. Io vengo dalla città, abito in Europa da 25 anni. Non mi sono posta nei loro confronti come una cantante leader della quale dovessero limitarsi ad essere una band di supporto. Insieme, improvvisando, ascoltandoci l’un l’altro, abbiamo creato una jam session . Alcuni dei miei testi necessitano di un lavoro musicale più preciso. Per questo collaboro con Danilo Gallo, un musicista jazz che, al bisogno, supporta perfettamente le mie canzoni. Al momento ho con me due musicisti dei Terakaft, che in passato hanno fatto parte anche dei Tinariwen. Anche loro Tuareg, si esibiscono sul palco con vestiti tradizionali, che li coprono completamente. Sono davvero entusiasta, è la prima volta da quando collaboro con Ponderosa Music che invito musicisti etnici. Danilo ed io siamo la base del progetto e abbiamo coinvolto questi musicisti a suonare per mostrarci i loro affascinanti tappeti musicali. Suoni pentatonici che mi richiamano alla mente anche uno strumento come la marimba, ai quali mi unisco con il mio canto armonico. Sto preparando delle foto ad alta risoluzione da proiettare sullo schermo durante i concerti. Mi piacerebbe mostrare al pubblico il Sahara, i nomadi del Sahara, ma anche quelli mongoli del Gobi, i loro diversi tipi di cammelli. Vorrei far conoscere il modo in cui vivono, i grandi spazi aperti e completamente selvaggi che sono i luoghi in cui è nata la loro musica, ma anche la mia, specialmente quella armonica.

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L’hai registrato in due giorni estivi, un tempo molto breve. Hai voglia di descriverne l’intensità?
L’intensità dell’esperienza si è sviluppata in due modi: da una parte abbiamo dovuto dividere un unico posto per il riposo. Arrivavo alla mia piccola stanza attraversando prima la loro. La vita giornaliera si svolgeva a stretto contatto fisico. Allo stesso tempo, però, io sono rimasta completamente coperta per entrambi i giorni, non hanno mai visto il mio viso, avevo gli occhiali scuri e una mascherina mi proteggeva dal contatto con l’esterno. Avevo le mie ragioni personali per comportarmi così. Per due settimane, a cominciare proprio dai giorni stabiliti per registrare il disco, sono stata obbligata a seguire precise precauzioni. Questo metteva delle distanze tra noi, si saranno chiesti da dove veniva quella donna che parlava tanto, ma non mostrava mai il volto. Mi son fatta l’idea che probabilmente loro riescono a mantenere vive tradizioni arcaiche proprio perché hanno l’abitudine di non guardarsi l’un l’altro per tutto il tempo. Del resto non ne sarebbero in grado, coperti come sono anche in viso. Riescono a “leggerti” dentro, al di là di quello che appare visivamente e anch’io ora lo faccio con più naturalezza, anche se è qualcosa di diverso da quanto accade dalla nostra cultura. Durante quei due giorni i musicisti hanno continuato a suonare moltissimo. Ho avuto modo di riscontrare sia nei componenti dei Tinariwen che dei Terakaft, quanto siano estremamente generosi, il loro è davvero un “cuore di leone”. Se gli chiedi di creare qualcosa provano all’ infinito, fanno solo una breve pausa e poi continuano dando il meglio di se stessi, alla ricerca della melodia “perfetta” per te. E’ stato sorprendente poi notare come considerino il mio stile di canto gutturale appartenere in modo naturale alla loro lingua. Metà del loro alfabeto, in effetti, è composto da parole la cui pronuncia è articolata in modo molto profondo. Per questo, quando ho cominciato a cantare usando anche la parte più bassa delle mie corde vocali non si sono meravigliati, come invece accade quando sono in contatto con musicisti europei e di ambito jazz. Il mio modo di cantare non è qualcosa di proibito o di poco piacevole, loro si mettono in ascolto con una notevole apertura mentale. Ho capito che per la gente del Sahara la definizione dei ruoli fra uomo e donna è qualcosa che avviene attraverso una prospettiva diversa dalla nostra. Se loro mi vedono lavorare bene, organizzata, che sto registrando un nuovo disco con un produttore, un promoter, dei tecnici ed ingegneri del suono, tutti al “mio servizio”, questo significa che sono una “donna d’affari”. Immediatamente, ai loro occhi, acquisisco un nuovo status sociale . Nasce un ulteriore rispetto nei miei confronti, non sono loro ad offrirmi un lavoro, ma, al contrario, sono io a farlo. Potrebbe sembrare una visione eccessivamente materialistica, ma allo stesso tempo è molto diretta e semplice, è il loro modo, “primitivo” ma autentico, di riconoscere che io “valgo”. Se faccio tanti dischi, se la mia musica è diffusa attraverso internet, se scrivono tanti articoli sulla mia persona, significa che si spendono tanti soldi per me, che ho un valore materiale (certo non intellettuale), ma è quello che conta più di tutto nella loro cultura. Una prospettiva per me fino ad allora sconosciuta che ha reso il nostro incontro piuttosto interessante, al di là della barriera costituita dalla lingua, in quanto loro parlano francese, io inglese. Per tutto il tempo abbiamo usato il traduttore di google. Qualche volta sentivo il desiderio di mostrare anche la parte più dolce e tenera di me, ma sapevo che per loro avevo valore essenzialmente nel “ruolo” di energica donna d’affari. E’ stato un metodo assolutamente nuovo di comunicare e creare musica. Alcune volte ascoltavano una canzone e non riuscivano a suonarla uguale (in quanto non leggono gli spartiti musicali). Hanno un approccio del tutto personale di sentire e fare proprie le note. All’inizio cercavo di spingerli a copiare la melodia, ma poi ho capito che loro mettono i lori ornamenti musicali, io i miei e il bello consiste nel lavorare insieme per trovare un punto d’incontro. Ne è uscita una dedica comune per la gente nomade del Sahara, una reinterpretazione contemporanea della loro vita, ancora oggi fatta di sopravvivenza al caldo, al freddo, alla siccità nei grandi spazi aperti del deserto. La musica in qualche modo credo sia in grado di aiutarli ad affrontare un quotidiano così duro. Ascoltano di tutto, e con questo penso riescano a stabilire un ponte fra un’esistenza che ancora scorre sotto le tende, nomade da un luogo all’altro. Allo stesso tempo si confronta con la modernità, curiosi di sfruttare anche nei luoghi d’origine le moderne tecnologie come internet, youtube, i telefoni cellulari.

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Le tue composizioni le ho sempre percepite come un invito all’abbandono, spesso le uso quando pratico zen shiatsu o le tengo come sottofondo quando insegno. Cosa mi dici di questo aspetto della tua musica?
Non ho creato io questa musica, ho solo preso ispirazione da essa. Sono entrata in contatto con questo tipo di energia e sono riuscita a trasmetterla agli altri utilizzando un certa combinazione di suoni che possono essere molto utili, ad esempio, per la meditazione. Sono riuscita ad adattare questa energia trasformandola in una determinata melodia perché credo che esista da sempre. C’è una forza eterna, ci sarà sempre un’altra cantante, un altro artista in grado di captarla e condividerla. Penso che tutta la natura che ci circonda sia composta da onde energetiche. In un momento specifico sono semplicemente riuscita a fare miei, a “leggere” questi stimoli, traducendoli in composizioni vocali. Ci sono alcuni pezzi del disco “Lost rivers” (del 1992) in cui urlo con tutto il fiato in gola fino a sei minuti. E’ un album dedicato ai fiumi che sono spariti, a quelle zone in cui a causa della mancanza d’acqua muoiono anche tanti animali. Si tratta di aree soggette a veri disastri ambientali. Ci sono zone in Mongolia, molte in africa, totalmente inquinate. Il mio canto è un pianto per quei fiumi che non ci sono più, esprime il dolore per quell’energia vitale che è venuta a mancare. Vecchi corsi d’acqua il cui letto si presenta vuoto, spettrale, un incubo vederli così. L‘equilibrio, il ricambio di energie vitali, in quei luoghi è completamente distrutto. Naturalmente le persone abituate a fruire il free-jazz o il punk hanno capito perché ho espresso i miei sentimenti utilizzando una vocalità che gridava allo stremo. Chi invece di solito ascolta melodie dolci e delicate avrà pensato: ma che musica è? E’ “pazza” questa cantante?!… Invece non è così. C’è stato un momento molto problematico, penso per esempio a quanto accaduto a Chernobyl nel 1986, al gravissimo inquinamento radioattivo che è ne conseguito. Ho dedicato il mio disco a questo tipo di avvenimenti, è un’energia differente quella che ho proposto ma era necessario esprimerla. Sentivo il bisogno di attirare l’attenzione delle persone su questi fatti. Ti svegli all’improvviso di notte e ti senti mancare il fiato, provi un dolore infinito al pensiero di quanto successo. Chi ti vive accanto magari non lo comprende, e spesso nemmeno i miei figli sono stati in grado di farlo, ma per me essere un’artista significa presentarmi “nuda” al mondo che mi circonda, totalmente ricettiva alla forza di un messaggio così forte. A quel punto non mi resta che elaborarlo, cercando di dare il meglio di me stessa in questo lavoro, per far si che alla fine possa raggiungere nel profondo chi ascolta le mie canzoni.

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Ascoltando l’album sembra un film all’incontrario, ossia una colonna sonora che evoca una serie di immagini, colori, sensazioni, stati d’animo. In “The Road Back” e “Melody in My Heart” la tua voce canta filastrocche di bambina, è molto liberatoria. Entrambe parlano della musica dell’infanzia, che impronta ha dato quel periodo a tutto il tuo lavoro successivo?
Ho già detto in precedenza che sono stati due giorni strani quelli vissuti registrando il disco. Così come cantare quasi senza soluzione di continuità, incontrarmi con i musicisti provenienti dal Sahara e quindi con una spiritualità totalmente diversa dalla mia. Persino il cielo in quell’unica notte che abbiamo condiviso è stato una visione particolare. Il giorno era stato sereno però, all’improvviso, la sera, da quel blu è arrivata la pioggia, il temporale, ma anche l’arcobaleno. Durante quest’esperienza ho cercato di rendere al meglio, con la mia vocalità, ogni singola nota che i musicisti stavano suonando. Sono tornata in contatto con quella parte della mia memoria che forse per moltissimi anni non si era espressa. Di solito, per lo più lavoro con musicisti europei, con loro il tutto “parte” sempre più dalla testa, da una struttura costruita con precise melodie ed armonie. Gli artisti africani sono arrivati a “toccare” e risvegliare qualcosa che stava dormendo dentro di me sin da quando ho lasciato il mio paese d’origine. Non so come siano riusciti a farlo. Avevo il viso coperto ma è come se fossero entrati nella mia anima dicendomi: “esci e mostraci quello che hai trovato”. In quei momenti di condivisione spirituale, oltre che musicale, non sapevo mai cosa sarebbe successo l’istante successivo. Per l’ostacolo della lingua parlavamo solo con “yes or no” o con “primitivi” accenni musicali tipo “la la la”. La comunicazione avveniva essenzialmente attraverso i gesti e la voce. In quegli istanti Sainkho del presente scompariva, ero sempre me stessa ma tornavo bambina. Mi vedevo correre spensierata nella steppa e gridare felice: “mamma, guarda, l’arcobaleno!”. Sentivo come se anche i musicisti riuscissero a vedere tutto questo insieme a me… Ma ti posso assicurare che nessuno di noi aveva bevuto…se non un tè o un caffè. Qualche volta con il pasto della sera io mi sono concessa anche un goccio di vino, ma tutto qui…(risata). Alle nove in punto il produttore mi avvisava che la cena era pronta ed io, in solitudine, raggiungevo la mia stanza e fino alle otto del mattino successivo non tornavo in contatto con nessuno. Non mi hanno mai vista con “la bocca aperta” in quanto, come già detto prima, ero completamente coperta in viso.

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Dopo tutti questi anni di esplorazione vocale, c’è ancora spazio per cercare cose che non sai della tua voce o si tratta di distribuirla a piacere nelle diverse situazioni musicali?
Le combinazioni musicali sono infinite. Credo che se avessi provato a suonare ogni sera con i musicisti, il risultato sarebbe stato sempre diverso. Sento la necessità di esplorare altre direzioni che vadano al di là della mia specifica vocalità. Mi piacerebbe imparare a dipingere, dare una “forma visiva” alle sollecitazioni che anche l’immaginazione riceve ascoltando i suoni. Trovo molto interessante questo tipo di comunicazione. Sono anche molto attratta ad approfondire la conoscenza della cultura poliritmica africana. Mentre si canta, muoversi lentamente seguendo la melodia è qualcosa che mi affascina, soprattutto se lo penso abbinato alla mia “vocalità armonica”. Nella danza contemporanea i ballerini hanno una base audio partendo dalla quale devono pensare cosa vorrebbero esprimere. Quando si esibiscono lo fanno rispettando precise regole e strutture tecniche. Una reazione fisica istintiva all’ascolto della musica si può ottenere solo dai bambini. Crescendo, man mano che si diventa adulti, questa capacità di affievolisce. Mi piacerebbe perciò esplorare la danza, ma attraverso le culture arcaiche che sopravvivono nel mondo musicale africano, asiatico ed indiano, nelle quali sento che esiste ancora la massima spontaneità quando s’incontrano suono e movimento. Non ho ancora fatto dei progetti specifici in questo senso, ma comunque sto cercando…

Hai musicato l’album, cantato e suonato la chitarra. Suoni altri strumenti a parte la voce?
Durante la registrazione di questo disco in effetti ho anche suonato la chitarra, ma non mi riesce perfettamente. Ho notato che ci sono pochissimi artisti che mentre stanno cantando, lo fanno al meglio e lo stesso accade a me. E’ molto complicato abbinare un perfetto controllo della voce nei suoi volumi e microtoni, alla completa padronanza dello strumento.

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La musica di questo ultimo album si muove libera senza trame o fili comuni. La canzone più pop è “Nostalgia To”, nostalgia della casa natale e del the di Tuva col latte.
Anche in “The road back” e “Dushkan Ezim To” torna Tuva, parli del tuo luogo nativo e la voglia di riabbracciare gli amici. Vivi da anni in Europa, qual è il suo rapporto con la Russia ora?
(Sainkho cambia sguardo, avverto una leggera tensione, come se ci fosse dispiacere, prende un bel respiro e poi risponde)
Anche se ritornassi nel mio paese d’origine non sarebbe più il luogo in cui sono cresciuta. La maggior parte dei miei parenti sono morti, anche mia sorella due anni fa. Tutto là è nuovo oggi. Le persone che ero abituata ad incontrare, quelle che mi hanno aiutata negli anni della crescita, non ci sono più. La maggior parte di loro hanno lasciato la regione di Tuva, oppure non sono più vive. Se raggiungo i bellissimi luoghi geografici da cui provengo, le montagne, la steppa, il fiume, ai miei occhi sembrano gli stessi e sono lì, pronti ad aspettarmi… ma ogni volta che torno mi accorgo di come tutto il resto sia cambiato. E’ un tempo diverso, così come sono sconosciute e differenti le persone che incontro. Tutto questo è molto doloroso, sento una fortissima e crescente nostalgia per quella parte del mio passato che non può più tornare. I luoghi e le persone che ho amato sono ancora con me, nella mia memoria e so che mi stanno aspettando. Quando sono lontana è più facile pensare che tutto nel mio paese scorra ancora sereno e immutato, rivedo anche i sorrisi di tante persone dal cuore così aperto. Oggi, al mio ritorno, osservo tanta povertà, accanto ad altrettanta ricchezza. E’ diventato più difficile vivere nella steppa, dove c’è meno sicurezza di un tempo, la gente preferisce abbandonarla per provare a vivere nei paesi o nelle città.

C’è qualche artista italiano con cui ti piacerebbe collaborare?
Ci sono molti artisti con i quali gradirei collaborare, ma ho paura a nominarli. Mi piacerebbe apparire per caso nella loro vita, non come un “obbligo”, il risultato di qualcosa programmato a tavolino. Non conosco il genere pop ma l’elite del jazz, gli elementi più creativi della musica rock, quelli appartenenti alla world music, sanno chi sono io. In un paese nel sud d’Italia, Maranola (frazione di Formia), esiste un piccolo parco dove hanno piantato un albero di melograno che porta il mio nome. So che ci sono molti musicisti jazz ai quali piacerebbe lavorare con me. Sono di mente aperta, sento il desiderio di ripulirla da schemi già conosciuti e prestabiliti per arricchirla con nuovi incontri. Artisti che non abbiano ancora lavorato con una donna asiatica, che non conoscano nulla di me, dell’Asia e della Mongolia. Sarebbe strano, ma avrei molto da imparare da loro e tanto potremmo scambiarci reciprocamente, lasciando fluire in modo naturale la nostra creatività.

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Grazie a Ellebi per il grande aiuto.
Foto di Marilena Delli

 

 

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