Hidden Hind – Hidden Hind Ep (Sherpa Records, 2016)

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Articolo di Luca Franceschini.

Non so quale sia la ragione, ma gli anni ’80 del Post Punk così come i ’90 del Dream Pop e dello Shoegaze, sono un punto di riferimento fisso per la stragrande maggioranza delle giovani band che si affacciano su una scena musicale sempre più affollata.
Aveva probabilmente ragione Simon Reynolds, quando affermava che YouTube ha modificato i piani temporali, rendendo il passato fruibile con un semplice click e dando ad un chitarrista diciottenne, paradossalmente, la possibilità teorica di conoscere la scena musicale inglese di trenta e passa anni fa, meglio o almeno allo stesso modo dei protagonisti dell’epoca.
Probabilmente è così, ma è altrettanto vero che non tutti i generi godono della stessa considerazione: nessuno suona più come i Led Zeppelin, per dire, se non altro non da noi. Il Brit Pop, altro esempio, non ci è mai appartenuto e probabilmente non ci apparterrà mai (questo forse è già più comprensibile).
Ma quando si parla di Post Punk, New Wave e affini, diventiamo improvvisamente molto preparati, è un dato di fatto.
Gli Hidden Hind sono solo l’ultima di queste realtà che sta popolando la nostra penisola negli ultimi anni. Arrivano anche loro all’esordio discografico con un ep, a pochi mesi di distanza dai torinesi Yellow Traffic Light, che avevano fatto parlare molto di loro a fine anno.
Questi però vengono da Brescia e rispetto alla band piemontese, puntano molto di più sulla melodia e sulla pulizia del suono, laddove gli altri apparivano molto più ruvidi, sporchi ed esteticamente Punk.
Due cose colpiscono di loro: la giovane età, contrapposta ad una maturità davvero inusuale nello scrivere canzoni. Nell’arco di cinque pezzi per poco più di venti minuti di musica, riescono a convincere in pieno e a confezionare un prodotto dalle coordinate già perfettamente definite.
“Nymphs”, da questo punto di vista, è l’esempio perfetto di quanto sono capaci di fare: un bell’incalzare Post Punk con tanto di riff minimale ed ossessivo molto alla DIIV, che sfocia in un ritornello coinvolgente, diretto e perfetto per essere cantato. Un brano dalle potenzialità commerciali notevoli, al contempo una sorta di istantanea di quel che avrebbero potuto divenire i JoyDivision se avessero sviluppato in chiave “scura”, quel talento nel songwriting che già avevano dimostrato di avere.
“Picture Show” è invece molto più cadenzata, smaccatamente Dream Pop e suona come suonerebbero i Beach House se avessero nelle chitarre il loro punto focale. “D’s Dream” è un altro pezzo lento, di umore malinconico, col ritornello struggente ed un bel solo di chitarra nel finale.
Si torna a picchiare duro con “Give a Twirl”, un bel brano sostenuto, con un riff caratteristico ed un buono stacco di batteria nel mezzo.
“Worship” risulta invece il finale migliore che questo lavoro potesse avere: inizio di basso pulsante, con la chitarra che entra a disegnare un riff coinvolgente, per una cavalcata chitarristica dove si sente l’eco dei Brothers in Law, con atmosfere nel complesso più cupe che però non perdono mai di vista la melodia, soprattutto nel ritornello, disteso e cantabile.
Un esordio davvero interessante, la band suona che è un piacere, fattore confermato dall’indulgere, nei finali, in libere fughe chitarristiche tipiche di un certo Shoegaze, un deflagrare di potenza che non potrà che essere ancora più piacevole dal vivo.
Assieme a Be Forest, Soviet Soviet e Brothers in Law, l’Italia del rock potrebbe aver trovato un nuovo nome utile per farsi apprezzare anche al di fuori dei propri confini.

Tracklist:
01. Nymphs
02. Picture show
03. D’s dream
04. Give a twirl
05. Worship

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