Dardust – Birth (Inri, 2016)

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Cover-BIRTH

Articolo di Giovanni Carfì

Secondo capitolo di una trilogia firmata da Dario Faini, compositore e pianista, che dopo un periodo di scrittura per artisti molto radiofonici, decide di procedere con un lavoro molto più personale che possa abbracciare le sue passioni musicali: quella per il mondo classico, ma con una visione che si stacca da ciò che può essere l’immaginario accademico e polveroso, e quella per l’elettronica, grazie al suo braccio destro, producer e polistrumentista Vanni Casagrande.

Il progetto è ambizioso, vuole condurre l’ascoltatore attraverso le sonorità caratterizzanti i luoghi che lo hanno ispirato e concepito, passando per Berlino, Reykjavik e Londra.
Il primo lavoro “7” (pubblicato lo scorso anno), traeva ispirazione dalla Berlino delle sperimentazioni di artisti come Bowie e dalla scena elettronica dei decenni successivi. Il nome stesso del progetto nasce dalla fusione tra DAR (Dario) e DUST, in omaggio a Ziggy Stardust e al duo Dust Brothers (Chemical). Quest’equilibrio tra due parti che coesistono e si alimentano reciprocamente ben delinea l’idea di ciò che ci aspetta.
Abbandonate le atmosfere e le tute spaziali di “7”, apriamo i caschi ed eccoci nella terra del fuoco e del ghiaccio, l’Islanda. Nasce così “Birth” il secondo capitolo.
Tutto il progetto è frutto della convivenza di due anime, a volte prevale una sull’altra, ma senza mai sopraffare o soffocare una delle due. L’ elettronica e il suono di pianoforte e archi convivono grazie all’apparente semplicità delle linee melodiche e un sapiente uso degli effetti. Soluzioni stilistiche che non servono per far saltare le casse o ledere i timpani, ma per aggiungere e creare movimento ed enfasi a tutti i brani, conferendo ad essi delle immagini molto personali.
“The Wolf” è la prima traccia, da cui nasce anche il video anteprima di tutto l’album. Un pianoforte ci accoglie in modo piacevole, sfumando su un effetto che richiama esattamente il verso del lupo. La sensazione è quella di una corsa interrotta per guardarsi intorno, carpire la direzione giusta, controllando e prendendo fiato. Segue “µ Morgun” che ci fa procedere a passi più lenti, con voci che riecheggiano, ci cullano e arrivano a noi attraverso l’acqua, quando questa raggiunge le nostre orecchie regalandoci una visione leggermente distaccata. I flutti musicali a volte sono impetuosi, improvvisi con effetti rapidi, poi torna l’acqua che si tramuta come all’inizio in goccia che cade.
La terza traccia “The Never Ending Road”, ci riporta sulla terra ferma, lungo un sentiero appena accennato, ma che si definisce mentre lo percorriamo. Facciamo anche un incontro, non capiamo se avere paura o meno. La batteria e i “claps” ci spingono verso una nuova corsa, forse per metterci al riparo, probabilmente siamo all’imbrunire. “Birth” ci accomoda in una piccola radura, possiamo prendere fiato e guardare intorno a noi, siamo in alto. In questo brano possiamo apprezzare come il pianoforte iniziale si fonda e si arricchisca di effetti, pur rimanendo la spina dorsale del pezzo. E’ tutto molto equilibrato, come una visione aerea dalla quale possiamo osservare ogni cosa. Probabilmente ciò che vediamo e la sensazione di tranquillità sono solo momentanee. Ecco che arrivano i tamburi e gli zoccoli dei cavalli con “Bardaginn”. Voci di guerra, lame che si scontrano e frenesia. Due brani esattamente contrapposti, così come le sensazioni ricreate: calma nel primo, adrenalina e movimento nel secondo, che termina con dei rintocchi di campana ad indicare qualcosa.

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Effettivamente siamo a metà dell’album, che pare sia volutamente diviso in due parti,la prima di collegamento con il primo capitolo “7” e la seconda di introduzione alle sonorità del terzo che arriverà.
“Don’tSkip”, aprendosi in modo graduale, trasmette la sensazione che sia successo qualcosa, sembra di sentire fuochi che ancora bruciano. Ci alziamo lentamente, camminiamo cercando di capire, il pianoforte è momentaneamente sparito. La melodia guida c’è, ma non è in primo piano, synths ed effetti la fanno da padrona senza esagerare, ci danno il tempo di respirare ed ecco che torna il pianoforte a riproporci la linea melodica in modo chiaro e semplice. “Take the Crown” è l’unico brano che può non considerarsi esclusivamente strumentale, propone quello che potrebbe essere un ritornello, si ha l’impressione di non esser soli, probabilmente ora siamo al sicuro.
Torna ad accoglierci il suono rotondo del pianoforte in “Slow is the new Loud”. La sensazione è molto calda, quasi materna, quando entrano gli archi sembra di essere cullati, di essere amati in modo semplice, anche attraverso un abbraccio. Il pianoforte e gli archi predominano, ma gli interventi elettronici non sono superflui, regalando una fresca pioggia in chiusura.
“Gran Finale” ha delle sonorità nuovamente epiche e battagliere, tornano i cavalli, le lame e in realtà siamo ancora in battaglia come a metà dell’album, ma questa volta niente campane finali, ci attende una chiusura di archi che si impongono in modo quasi presuntuoso. Contrariamente alle aspettative, l’ultimo pezzo non è questo, ma “Nëturflug”, un brano in cui il pianoforte in alcuni momenti sembra ovattato come ci trovassimo in un sogno. Probabilmente la battaglia non ci ha avuti come protagonisti, eravamo persi in uno sguardo troppo rassicurante per poterci distrarre, o forse in realtà è stata tutta una visione onirica. La composizione cresce in modo lento per poi sfumare in punta di piedi, forse per non svegliarci.
Dario Faini parla di minimalismo pianistico e “hip hop cinematico strumentale”, così definisce questo tipo di sonorità arrivate dal nord ispirandolo. Racconta anche della contrapposizione fra fuoco e ghiaccio, che rispecchia questo crossover di generi. Essendo un disco strumentale, le immagini suscitate possono essere molto soggettive. Se non ci facessimo influenzare dai video o dai titoli dei vari brani, potremmo spaziare liberamente attraverso queste dieci tracce ognuna diversa dalle altre, eccetto per “The battle” e “Gran finale”, nelle quali il concept ne avrà probabilmente motivato una parziale ripetizione.
Un album più ricco del suo predecessore, che si presta ad essere suonato in modo trasversale e proprio per questo credo possa piacere a varie tipologie di ascoltatori. Non troverete l’elettronica che vi colpisce in fronte, né virtuosismi classici da circo, ma un lavoro equilibrato e piacevole.

Tracklist:
01. The Wolf
02. µ Morgun (Tomorrow)
03. The Never Ending Road
04. Birth
05. Bardaginn (The Battle)
06. Don’t skip (Beautiful Things Always Happen In The End)
07. Take The Crown feat Bloody Beetroots
08. Slow Is The New Loud
09. Gran Finale
10. Næturflug (Night Flight)

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