Tre Allegri Ragazzi Morti – Inumani (La tempesta dischi, 2016)

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inumani

Articolo di Giovanni Carfì

Nascono nel 1994, sembra l’altro ieri ma c’erano ancora le audio cassette, e proprio su queste registrarono i loro primi lavori. Un Lp d’esordio tre anni dopo li pone al centro dell’attenzione di un’etichetta discografica e della scena alternative rock italiana. Nel gruppo erano e sono rimasti in tre: Davide Toffolo (voce, chitarra e matita), Luca Masseroni (batteria e voce), Enrico Molteni (basso).
Tre allegri ragazzi morti per gli amici che hanno iniziato a “scapocciare” sotto i palchi negli anni ’90,TARM per chi li ha conosciuti negli anni successivi. La loro avventura parte da Pordenone, l‘unica protezione sono le loro maschere/teschio che creano un legame a doppio filo tra musica e fumetti.
Inumani è il terzo atto di una trilogia iniziata nel 2010 con l’album “Primitivi del futuro” ed il successivo “Nel giardino dei fantasmi” del 2012.
Sono undici le tracce che compongono il nuovo lavoro, indubbiamente un album ricco. Presenta pezzi più riflessivi, ballate ironiche, e brani con sonorità alle volte reggae, a volte funk, ma sempre con i piedi nel “belpaese”. Parecchie le collaborazioni, soprattutto per quanto riguarda i testi, molti i contributi di artisti/amici incontrati e conosciuti in questi anni di musica.
Il disco si apre con “Persi nel telefono”, un pezzo rock piacevole e fresco, con la chitarra di Adriano Viterbini (Bud Spencer Blues Explosion) e la voce di Lorenzo Cherubini che sul finale parla della condizione della musica. “Prima erano in cinque a scrivere canzoni che cantavan tutti, adesso tutti quanti scrivono canzoni che canterai”. Jovanotti ci prende gusto e duetta anche nella seconda traccia dal titolo “In questa grande città”, una rivisitazione della metropoli meneghina in chiave latina, con una spolverata di suoni importati dalla “Cumbia” colombiana.
Due pezzi che ci proiettano in una di quelle giornate primaverili, piacevoli e spensierate, nelle quali giriamo in auto per il piacere di farlo. Abbassiamo il finestrino, rallentiamo e iniziamo ad ondeggiare la testa ascoltando il reggae di “E invece niente”, ritmiche in levare e testi di Maria Antonietta che descrivono un ragazzo apatico in una confessione poco credibile, ma da punti di vista particolari: inizialmente da una bara e poi da una prospettiva lontana, sempre più lontana, perso nello spazio, fino a salutare con un “bye bye baby”.
Basta sole e allegria di terre lontane, all’improvviso il cielo si oscura e diventa dello stesso colore di alcuni palazzoni grigi di periferia. Atmosfere volutamente più cupe ci presentano il signor “Ruggero” e la sua malinconia, riflessa nelle proprie mani ormai invecchiate, che non hanno più la forza di contenere i ricordi di quando correva spensierato e senza fatica. La chitarra ci mette del suo, con piccoli assoli che accentuano una sensazione di nostalgia e tempo che passa.
Nuovo suono, una linea di basso “blues quanto basta” e passiamo dal grigio “Ruggero” al rosso che “non serve soltanto a dipingere il sole”. Ritmo deciso e ritemprante per “La più forte”, una traccia cantata in chiave femminile. Si parte dalle scarpe e le suole consumate, per poi arrivare al ritornello che, ripetuto come un mantra davanti allo specchio, carica la nostra protagonista in bilico tra forza esteriore e debolezza interiore. Probabilmente lo stesso specchio dove controllare le ultime sbavature di trucco. Il pezzo trae ispirazione da un incontro reale tra il cantante e un’atleta di un’arte marziale con gli occhi a mandorla.

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Siamo quasi a metà disco e un po’ di nostalgia questa volta pervade Toffolo: “Ad un passo dalla luna” è un brano più intimista, forse una ballata, ma non c’è nessuno per farlo. La luna ci osserva, le chitarre si intrecciano tra loro con effetti slide che conferiscono un’ambientazione serale e onirica, dove le riflessioni esistenziali si adagiano sul suono dello shake che ricorda il canto delle cicale. Un pezzo molto schietto, come una chiacchierata tra vecchi amici.
Nuova canzone e nuova ispirazione, “C’era una volta ed era bella” non è una favola moderna, ma ha un testo nato dalla penna della scrittrice Peris Alati dove, per associazione logica, ad ogni sensazione è legato un prodotto:“mi disarmo con il disarmante, ma mi importa solo l’importante”. Una visione molto giocosa, il cui testo prevale sul sound, che sostanzialmente non cambia molto. Sicuramente un singolo orecchiabile, che lascia in testa almeno una di queste curiose immagini.
Segue un’altra traccia dal ritmo frizzante: “I tuoi occhi brillano”, niente peculiarità romantiche, si parla di un addio ad una ragazza, con particolari anatomici quasi fetish“non ho mai visto piedi così belli in tutta la mia vita”. Un riverbero un po’ surf  ricorda le spiagge, le collane di fiori, i cuori infranti in estate, ma non temete il rimedio è semplice, “morditi la lingua e stringiti più forte”.
Le liriche si fanno più ricche, sfruttando la penna di Vasco Brondi (Le luci della centrale elettrica) con la traccia “Libera”, cantata nuovamente in chiave femminile, con un’apertura quasi western con tanto di sparo iniziale. Molto particolare il testo “Vedi notti piccolissime e grandi mattine”, con la creazione di immagini che si stagliano su una parete di un bianco accecante. Si respira a fatica per il caldo e la polvere, lungo una strada dove due chitarre si stuzzicano tra di loro finché un colpo di sole finale libera tutti.
Ultimi due brani per la chiusura dell’album: “L’attacco” ci catapulta in una città immaginaria che brucia sotto un’aggressione aliena. Inizia bene, con la chitarra in primo piano alla quale si affianca il basso, in un crescendo, fino al dubbio che sia o meno un sogno, e come nella maggior parte dei casi, sfumi rapidamente. L’atterraggio è morbido e sensuale con “Disponibile”, le cui interpretazioni sono abbastanza limitate. Un po’ di funk, un gioco di sguardi, e un bicchiere con poco ghiaccio. Una decisione alla quale si arriva in tempi un po’ troppo lunghi ma, alla fine, le chitarre prendono il sopravvento avvinghiandosi calorosamente senza troppo riguardo fuori dal locale. Rimane il basso e un’interferenza ad osservare il rosso sul bordo del bicchiere abbandonato sul bancone.
Un lavoro che racchiude ispirazioni varie: siano i testi condivisi, siano i suoni scoperti durante un viaggio, poco importa. Non è un ”concept” album e la differenziazione dei pezzi lo rende dinamico, facendo risaltare qualche canzone rispetto ad altre. Ideale per essere ascoltato in modo libero e umorale, offrendoci colori e punti di vista differenti.

Tracklist:
01.Persi nel telefono
02.In questa grande città (La prima cumbia) (feat. Jovanotti)
03. E invece niente
04. Ruggero
05. La più forte
06. Ad un passo dalla luna
07. C’era una volta ed era bella
08. I miei occhi brillano
09. Libera
10. L’attacco
11. Disponibile

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Un pensiero riguardo “Tre Allegri Ragazzi Morti – Inumani (La tempesta dischi, 2016)

    […] chitarre e charango elettrico. Si comincia subito forte, il tema dominante è l’ultimo album Inumani, pubblicato lo scorso marzo. I nuovi brani, figli d’interessanti collaborazioni con Jovanotti, […]

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