Dardust: in equilibrio fra minimalismo ed electro – intervista a Dario Faini

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Articolo di Giovanni Carfì

Dario Faini, pianista e compositore di origini marchigiane, noto per il lavoro che sta dietro a molti artisti “radiofonici”, insieme a Vanni Casagrande, producer e polistrumentista, da vita a“Birth” secondo lavoro ad un anno di distanza dal precedente. In un sodalizio celebrato in quella  terra evocativa che è l’Islanda, tra sonorità pianistiche ed elettroniche che si fondono come due amanti, ci facciamo raccontare questo disco, un lavoro strumentale, ma di facile ascolto. Abbiamo contattato l’autore per farci spiegare come e perché esserne testimoni.

Birth è il secondo capitolo di una già annunciata  trilogia. Perché scegliere questo tipo di realizzazione rispetto ad una più tradizionale?
Perché  ci ho messo 20 anni prima di intraprendere un percorso “solista” e quindi ho pensato – “Una volta che lo faccio, lo faccio come si deve, con il giusto tempo e senza compromessi”
Non è megalomania, ma ambizione e sfida. Dardust nella mia testa, aveva bisogno di almeno tre dischi per trovare un’identità. “7” è la gestazione, “Birth” la nascita e il terzo il raggiungimento di un’identità e maturità.

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L’intero progetto abbraccia e si ispira alle sonorità di tre città: Berlino, Reykjavik e Londra. Cosa ti ha colpito di questi luoghi?
A Berlino la fatiscenza magica e poetica di alcuni posti, come ad esempio i Funkhausstudios, a Reykjavik ma in maniera più larga in Islanda, le infinità a perdita d’occhio. Londra è troppo spaventosa per adesso, c’è da farsi una corazza pù solida e importante, ancora prima di arrivare lì e chiudere il cerchio.

Questo è un disco strumentale, e come tale genera nell’ascoltatore delle immagini. Per questo definisci il tuo un genere “cinematico strumentale”? C’è quindi un tipo particolare di ascoltatore al quale ti rivolgi?
Assolutamente no. Credo che Dardust sia un progetto molto trasversale. Ai nostri live incontriamo gli hipster, il pubblico da club più estremo e persone adulte.

Il connubio tra il mondo pianistico ed elettronico da cui provieni è la base di questo lavoro;  è stato difficile realizzare un incontro fra due realtà apparentemente così distanti?
Assolutamente. La ricerca di questo equilibrio è stata un’ossessione soprattutto perché in questo secondo disco la sfida era quella di estremizzare le due componenti, da una parte il minimalismo pianistico, dall’altra la parte l’electro che volevo entrasse finalmente nei territori dei “club”.

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L’ispirazione per Birth nasce dall’Islanda che racchiude al suo interno paesaggi molto lontani dai nostri. L’hai scelta ispirandoti ad alcuni artisti natii di quella  regione o a seguito di un viaggio reale dal quale hai attinto in un secondo tempo?
L’Islanda l’ho sognata e immaginata per anni ascoltando dischi e vedendo documentari. L’ho talmente idealizzata che quando sono atterrato a Reykjavik ero emozionatissimo, come non mi capitava da anni. E’ stato un viaggio fondamentale, importante, catartico. Ogni anno tornerò lì perché credo di avere il “mal d’Islanda”.

Il tuo lavoro principale in realtà è quello di stare dietro le quinte nella produzione di brani decisamente più pop, più “radiofonici”. Questo tuo background ti è servito nella produzione di Birth, o hai voluto dare sfogo a ciò che non puoi fare quotidianamente?
Non credo che il background da songwriter sia stato così fondamentale per Dardust. Anzi. Dardust nasce dalla necessità di staccare da quel tipo di attitudine creativa che è propria del songwriter. Non fraintendermi, fare il songwriter è il lavoro più bello del mondo, ma dopo un po’ si va in burn out o in saturazione. Ed ecco Dardust che cambia la mia prospettiva e mi fa tornare più forte nell’altro ambito. Sono due mondi opposti che si migliorano a vicenda.

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La tua formazione parte da un ambito classico; quanto è importante oggi avere delle basi del genere, in un ambiente in cui un po’ tutti vogliono diventare cantanti e  con la facilità di approccio ad un certo tipo di strumenti ci si può “ improvvisare” musicisti?
Ti dico come la penso per quello che mi riguarda. La formazione e lo studio sono fondamentali. Bisogna entrare nel dettaglio ed arrivare al centro delle cose per cercare una forma e un linguaggio estetico personale, per raggiungere un’onestà “emotiva” che debba essere rappresentata tramite questo linguaggio. E se non hai basi solide o una formazione è difficile raggiungere obiettivi. Io per esempio, non mi sento mai all’altezza di niente e credo di vivere con una certa umiltà quello che è il mio lavoro. Forse questo mi spinge ad essere  in continua tensione per migliorare sempre.

Hai mai pensato ad un lavoro ispirato al nostro paese, o c’è poco da tradurre musicalmente?
L’Italia per quello che mi riguarda rappresenta la mia “zona comfort”. E la mia ossessione è uscirne sempre per spaventarmi, mettermi in tensione, entrare in sfida e vincerla. Spero di avere questo atteggiamento anche a 80 anni.

Quest’album è volutamente diviso in due parti che sono di collegamento tra il lavoro precedente e quello che sarà il terzo. Hai già un’idea sonora in proposito?
Purtroppo no, Aspetto l’illuminazione. Una cosa è certa. Non voglio mettermi fretta. Questi due dischi sono stati scritti nel “doping” dell’eccitazione perché avevo centrato subito l’idea, il flow giusto e tutto quello che volevo “esprimere”. Secondo me non è il secondo disco quello più difficile, ma il Terzo. Soprattutto perché ad ora c’è solo tabula rasa.

Sappiamo che a questo disco seguiranno dei live promozionali. Bisognerà starsene seduti in poltrone numerate o sotto il palco vicino le casse?
Direi che si parte seduti per poi alzarsi. Può andare così?

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