Francesco De Gregori – amore e furto @ Teatro di Varese, 5 Aprile 2016

Postato il Aggiornato il

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Articolo di Luca Franceschini

Che De Gregori fosse un vero amante di Dylan lo si sapeva da tempo, ma la conferma la si è avuta osservando la selezione dei pezzi scelti per questo “Amore e furto”, rilettura personale di dodici brani del cantautore americano. Pochi i classici degli anni ’60, tante perle più o meno oscure, recuperate da dischi “minori” o meno conosciuti, ma comunque tutti degni di nota, per un motivo o per l’altro.
Un disco che ha diviso gli appassionati e che, a dirla tutta, non è poi così interessante dal punto di vista musicale, visto che i pezzi sono stati interpretati tutti in una versione molto vicina agli originali, ma che presenta un lavoro di traduzione dei testi in certi casi davvero egregio, anche se l’immaginario poetico di Dylan non si presta ad essere trasportato in italiano, per la enorme distanza che c’è tra la nostra cultura e quella in cui si è sempre mosso lui, per la scarsa dimestichezza che abbiamo con certi riferimenti, ecc.
Ciononostante, De Gregori ha compiuto un omaggio sincero e appassionato, da vero fan, e la decisione di portarlo in tour non fa che confermare questa idea.
Mi sono perso il concerto di Milano e ripiego quindi sulla data di Varese. Molto meglio, mi viene da dire: l’Alcatraz è un ottima venue e nei club il cantautore romano ha sempre reso moltissimo, ma in teatro non ero mai riuscito a vederlo, ed era una lacuna che desideravo colmare.
In effetti i suoni sono meravigliosi, eccezionalmente nitidi e fanno risaltare uno ad uno i singoli strumenti. Grande intreccio di chitarre, perfetto equilibrio tra acustiche ed elettriche, col sempre fido Alex Valle a riempire con Pedal Steel e mandolino e la sempre efficace presenza di Guido Guglielminetti al basso ad orchestrare il tutto e a trascinare la sezione ritmica.
Bisogna anche dire che la scelta di tenere gli arrangiamenti pedissequamente identici alle versioni originali, dal vivo acquista un suo perché e anche la prestazione vocale li valorizza in pieno, dato che stasera Francesco sembra davvero in grande spolvero.
Si inizia senza troppi preamboli con “Via della povertà”, buon tiro e grande interpretazione vocale per un pezzo famosissimo, già rifatto in italiano da De André, il cui testo surreale e ricco di complesse allusioni è stato reso tutto sommato in maniera efficace, forse di più rispetto a quella prima versione.
Ritmate, ma molto meno convincenti risultano invece “Acido seminterrato” (questa la poteva davvero evitare, impossibile rendere il testo e la metrica vocale in maniera adeguata) e “Servire qualcuno”, rovinata da un coretto piuttosto fastidioso e da una sezione fiati non molto discreta in questo caso.

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Funziona molto meglio sui pezzi più “sospesi” ed evocativi, come il singolo “Un angioletto come te ” (l’unica che il pubblico sembra aver assimilato bene, a giudicare dagli applausi) e “Non è buio ancora”. In quest’ultimo caso gli arrangiamenti che furono di Daniel Lanois vengono rievocati in modo piuttosto fedele e il risultato è affascinante anche se è chiaro che l’originale sia tutt’altra cosa.
Sceglie poi di andare sul sicuro con “Non dirle che non è così”, l’unico episodio già edito di questa raccolta, quella che, dice la leggenda metropolitana, lo stesso Dylan ha avuto modo di ascoltare e apprezzare. C’è meno dramma, manca la lacerazione, lo strappo, in questa sua resa, è un brano che sembra quasi assumere un carattere disincantato rispetto a quello che fu scritto quarant’anni fa per “Blood on the Tracks”; però la conosciamo da anni e non si può dire che non funzioni, a patto di acquisire un’altra prospettiva durante l’ascolto.
Bella anche “Mondo politico”, altra rilettura del periodo più sfolgorante di Dylan dopo quello molto più noto degli anni ’60, ed è di nuovo un bel centro, anche se il testo in italiano è forse uno dei meno riusciti della raccolta.
La prima parte si chiude col classico “Come il giorno”, molto distesa e dilatata, con fiati e cori a svolgere un ruolo primario. Un brano che qualcuno potrebbe definire scontato, ma che possiede quella potenza evocativa che lo rende sempre speciale.
Se doveva essere il motivo principale per vedere questo nuovo tour, allora bisogna dire che la prima sezione dello spettacolo ha soddisfatto le aspettative. Certo, sarebbe stato meglio eseguire “Amore e furto” per intero, già che c’era, ma probabilmente c’era il timore di alienarsi il pubblico abituale e quelli che (stasera particolarmente numerosi) si sarebbero recati a teatro richiamati dal nome dell’artista e dalla manciata dei suoi brani più noti.
La seconda parte è in effetti decisamente più lunga e vede una corposa selezione dal vasto catalogo del cantautore romano. Diciamolo subito: con tutti i brani che ha a disposizione tra cui pescare, la scaletta avrebbe potuto essere più variegata. Anche così però non possiamo lamentarci: innanzitutto perché il teatro, rispetto ai palazzetti o agli open air in cui mi è capitato di vederlo lo scorso anno, garantisce una resa sonora migliore e un’atmosfera più raccolta e funzionale all’ascolto.
In questo hanno aiutato i suoni, al limite della perfezione come ho già detto, e ha aiutato il pubblico: composto e attento anche sui vecchi classici senza mai lasciarsi andare a scene di entusiasmo fastidioso che di solito in queste occasioni rovinano un po’ tutto lo spettacolo.
Ha aiutato l’atteggiamento dell’artista stesso: il De Gregori caciarone e gigione degli ultimi anni, quello dei duetti con Ligabue e con Il Volo, ha lasciato il posto ad un artista piuttosto vicino a quello che doveva essere agli inizi della sua carriera.

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Sorride, saluta e fa ogni tanto qualche battuta, come quando si scusa col pubblico per il fatto che avrà bisogno di leggere i testi dei pezzi di Bob Dylan perché “se sbaglio poi c’è il rischio che mi faccia causa”, oppure quando risponde ad uno spettatore che gli fa gli auguri per il compleanno dicendo: “In realtà era ieri, li tengo per l’anno prossimo!”.
Piccole cose che fanno capire come sia a suo agio, contento di trovarsi lì; al di là di questo, per tutto lo spettacolo rimane serio, compassato e bada soprattutto all’esecuzione.
Ne consegue che le varie “Rimmel”, “Generale”, “La leva calcistica della classe ’68”, “Buonanotte fiorellino”, persino “La donna cannone”, che ultimamente era diventata un penoso esercizio di karaoke, ridiventino in questo tour quello che sono sempre state: canzoni meravigliose della nostra tradizione musicale, da ascoltare rapiti in religioso silenzio.
Sul fronte dei ripescaggi, il brano più inatteso, per la prima volta inserito nella scaletta del tour, è stato sicuramente “L’angelo”, da quella meraviglia di disco che fu “Calypsos”, uno dei lavori in assoluto meno considerati della sua lunga carriera.
Poi la toccante “A Pa’”, che ha aperto la seconda parte del concerto, ripescata probabilmente per ricordare, con qualche mese di ritardo, i quarant’anni dalla morte di Pasolini; “Santa Lucia”, che è uno degli apici assoluti e “Adelante Adelante”, di cui viene accentuato il feeling latineggiante e che è uno di quegli episodi che era mancato davvero da troppo tempo.
Ci sono le sempre graditissime incursioni nel repertorio più recente: “L’agnello di Dio” sorprende con delle chitarre rocciose, che accentuano notevolmente la violenza del testo. “Vai in Africa Celestino” non manca mai ma questa sera è l’unico estratto da “Pezzi”, un disco che fino all’anno scorso era sempre ben rappresentato.
L’ultimo “Sulla strada” viene omaggiato con due esecuzioni straordinarie: “Belle Époque”, con il suo contrappunto di fiati a disegnare la malinconica atmosfera “fin de siècle” di cui è ammantato il brano e poi “Passo d’uomo”, eseguita nei bis, probabilmente il miglior ritratto dell’uomo De Gregori oggi.
Su un altro livello si colloca “Pezzi di vetro”, per chi scrive il suo brano più bello in assoluto. Non la faceva da tantissimo tempo e ha deciso di includerla stabilmente nella scaletta di questo tour. La suona da solo, accompagnato dalla chitarra acustica, così come faceva agli inizi della sua carriera, ed ascoltarlo è un’esperienza a dir poco trasfigurante. È una breve parentesi, prima che la band ritorni sul palco e si lanci in una “Caterina”, anch’essa meravigliosa. Ma è una parentesi che non si può dimenticare e il silenzio del pubblico dice che siamo di fronte ad un momento assoluto.
Anche “La storia”, che è uno di quei pezzi che negli anni è stato strumentalizzato e interpretato in mille modi possibili, questa sera è ridotto alla scarna semplicità del suo testo e del suo accompagnamento di pianoforte e dice di fatto quello che ha sempre detto sin dall’inizio: che esiste anche una storia senza la lettera maiuscola, fatta da tutti coloro che vivono e si battono ogni giorno per affermare un significato e una direzione alla loro esistenza.
Chiude il tutto la solita “Buonanotte fiorellino” suonata sulla musica di “Rainy Day Women #12 & 35” di Bob Dylan. Un po’ superflua, se si conta che era già stata eseguita in versione originale, ma ormai negli ultimi anni a lui piace concludere così.
Un bel concerto, all’interno di una tournée veramente azzeccata, che costituirà, ne siamo certi, un ottimo punto di ripartenza per un eventuale prossimo disco in studio che dopo tanti anni possa ancora dire qualcosa di nuovo.

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