The RainBand: raffinato indie pop da Manchester, i danni dell’ego, l’abbandonarsi all’amore e… quella volta ad Avellino

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Intervista di E. Joshin Galani

E’ una solare mattinata milanese, fa caldo, sembra già estate. Arrivo all’appuntamento con Martin Finnigan e Joe Wilson rispettivamente cantante e bassista di The Rainband. Ho da diversi giorni il loro ultimo album “Satellite Sunrise” nelle orecchie, mi accompagna come una bellissima e potente colonna sonora che mi ha rapita da subito.
Ad oggi sono al 6° posto della indie chart Italia, ma hanno tutte le caratteristiche per scalarne la vetta.
Sono colpita dalla loro puntualità, dall’accoglienza friendly e da come si prodighino in risposte dettagliate e precise. E’ stato un incontro piacevolissimo, non solo dialoghi musicali, ma aperture di cuore, dalle loro parole è emersa una grande umanità. Molto attivi a supporto di iniziative benefiche (ben nota è la loro partecipazione alla fondazione dedicata al compianto Marco Sic Simoncelli), e sensibili a leggere i moti dell’animo umano, da quelli elevati a quelli più bassi, mettendoli in musica.
Un concerto in Italia ad Aprile all’Hard Rock Cafè di Venezia e a Maggio al Moto GP del Mugello. Dovremo aspettare fino a settembre per vederli sui palchi milanesi, intanto conosciamoli meglio attraverso le loro parole.

Bentornati in Italia, il vostro disco è molto bello!
Avete un legame particolare con l’Italia per il vostro singolo “Rise Again”, tributo a Marco Simoncelli. Il video è stato girato a Coriano, ed i proventi vanno interamente alla Fondazione Marco Simoncelli. Sono passati 4 anni, cosa vi è rimasto di quell’esperienza, siete in qualche modo ancora attivi a supporto della fondazione?

Martin: Sono l’ambasciatore della fondazione per il Regno Unito. Rimango sempre al fianco delle iniziative promosse da Kate (fidanzata di Marco) e Paolo (padre di Marco). C’è un progetto molto bello che riguarda la prossima stagione mondiale di Moto3. Accanto allo Sky Racing Team VR46 di Valentino Rossi correrà anche la scuderia Sic58 di Paolo Simoncelli. Sarà come se Marco e Valentino tornassero a gareggiare insieme. Sono molto orgoglioso di avere, sin dal 2012, un ruolo di rilievo in questo progetto al quale riservo una “parte magica” della mia anima. “Sic nel cuore sempre”! (aggiunge Martin in italiano). Il collegamento con la famiglia di Simoncelli lo è anche con l’Italia, mi sento molto vicino e privilegiato. Finito “Rise Again” abbiamo raccolto molti fondi per la fondazione. Aver fatto questa cosa mi ha avvicinato di più alla famiglia. Con il mio amico Paolo Nutini, suo padre Alfredo Nutini (che è un grande fan di Moto GP), ed i miei suoceri andammo a Valencia lo scorso anno al moto GP. Paolo mi disse: “ho una chitarra, una Fender per la Fondazione Simoncelli“. Abbiamo fatto insieme dei concerti con quella chitarra poi l’abbiamo portata per tutte le radio, ed è stata messa all’asta. Un’altra cosa bella è che il circuito di San Marino sarà dedicato alla memoria di Marco, siamo molto emozionati per il progetto. Ho parlato con Paolo Simoncelli tre settimane fa di questa grande iniziativa, ogni nuova generazione saprà chi era Marco, una grande persona che ha sempre messo un’enorme passione in tutto quello che faceva. 

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Avete impiegato 4 anni per dare alla luce  il vostro disco, un periodo piuttosto lungo, vuoi raccontarci di questo tempo di maturazione?
Joe: Abbiamo registrato quello che pensavamo essere l’album, 2-3 anni fa, ma, alla fine, abbiamo messo quei brani in due ep, ecco perché ci è voluto un po’ di tempo. Poi, lavorandoci, siamo arrivati a produrre un album di cui essere molto orgogliosi. 

Martin: credo che il disco, alla fine, catturi quello che siamo noi adesso. Dopo che Joe si è unito alla band, ha suonato il basso anche se è un insegnante di chitarra e il suono si è arricchito. Se l’Album fosse uscito prima, non avrebbe riflesso tutto questo, ma soltanto le mie tonalità o le mie armonie. Se tu prendi “Storm” ad esempio, la potenza delle voci, senti una canzone molto melodica, ma ci sono tante dinamiche, non sarebbe stata realizzata così due anni fa. La situazione adesso è più semplice, ci abbiamo messo il giusto sound, e potrebbe arrivare anche un secondo disco, questa volta magari in meno di due anni (risate).

La canzone di punta dell’Album è “Storm”, molto bella ed intensa. Il video ha una fotografia curatissima, alterna immagini dell’11 settembre, guerra, potenze mondiali politiche e pacifiche, ad altre del flower power, dove un cambiamento sembrava possibile. E’ un invito a risvegliare valori di pace?
Martin: Mi fa piacere che tu abbia interpretato la canzone come io l’ho concepita. Io scrivo i testi, ma tutto il resto lo facciamo insieme, non è come in altre band dove uno fa la canzone e gli altri poi ci lavorano.
Questa canzone in particolare ho iniziato ad averla in testa probabilmente un anno fa. La prima volta fu quando, riflettendo sul mondo, iniziai a pensare a cosa rimarrà nel futuro. Nella società moderna i leader mondiali abusano del loro potere e da ciò derivano conseguenze pesanti. Questo è un problema creato dall’uomo, le cui intenzioni sono guidate dall’orgoglio, dal potere, dall’ego, dall’avidità. Nei momenti bui della mia mente vedo una situazione veramente difficile. Come affrontare i problemi creati dall’essere umano? La soluzione deve venire da lui stesso! Questa è la speranza contenuta nella canzone, il potere nelle mani di qualcuno è come una bomba ad orologeria. Il potere nelle mani dell’amore invece… Ho visto bambini di colore diverso, religione diversa, giocare insieme nei cortili delle scuole. Loro non si chiedono se sei musulmano o cattolico, se non credi in Dio o ne hai uno, semplicemente giocano insieme. E’ un istinto basilare dell’umanità. Un’altra reazione istintiva è che se una persona è differente, non ne voglio sapere nulla, sto per conto mio. Ora, ci sono due possibilità, dipende da te o da me, credere che noi possiamo stare insieme, e quindi interagire. Oppure tu vuoi stare per conto tuo, non vuoi avere a che fare con me, è una situazione naturale. Il problema nasce quando una piccola minoranza vuole dettare legge alla stragrande maggioranza, ma dovrebbe essere il contrario, che sia la maggioranza a dettare le regole. Quindi “Storm” parla, come dici tu, di uno sguardo sul nuovo futuro; quando è troppo è troppo, dobbiamo guardare avanti, è tempo di agire.

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Avete fatto un album in puro British Style, il suo pop sfiora aspetti delicati con Freefalling, Crimson Tide, Thoughts & Images, Shadows e Headlong, mentre le altre canzoni hanno ritmi molto più accesi, è così anche per i testi?
Martin: Canzoni come “She’s a Rainbow” – nel primo album del 2011, hanno molto a che fare con qualcosa che ho vissuto; i grandi scrittori, Rimbaud, ma anche i filosofi, dicono che devi aver vissuto le canzoni di cui canti. I miei testi appaiono interessanti a me, ma penso che il bello sia che gli altri mi dicano: “Hey è esattamente quello che sento anch’io”. Tu devi viverla quella situazione.
Ad esempio “Headlong”, scritta un po’ di tempo fa, è ispirata alla storia di un mio amico che incontrò una ragazza pensando potesse essere l’amore della sua vita, ma non era corrisposto. In sostanza lei non provava lo stesso per lui. Quindi è stata una continua battaglia, perché più lui la desiderava, più lei si allontanava. Quando si tratta di due persone che provano la stessa cosa, ok perfetto, ma se uno vuole più dell’altro, è un problema. E’ una canzone piuttosto melanconica.
“Freefalling” è un brano in cui si parla del desiderio di iniziare una storia d’amore, ma è un salto nel buio, in cui tu ti butti a capofitto. Una caduta libera in quella relazione, senza rete nell’amore, una situazione pericolosa per la stabilità mentale. Alla fine io penso ne valga la pena di saltare, di provare, perché sai senza l’amore la vita che cos’è!
Rivedendo i testi dell’album, molti di questi hanno come tema i sentimenti, il modo in cui noi esistiamo come persone e nelle relazioni. Mi piace pensare alla speranza, vedi ad esempio “Storm”, a come si riflettono le speranze per andare avanti e costruire il  futuro, dopo aver preso una decisione tutti insieme.
In “Built for Change”  noi siamo creati per cambiare,“Is it getting better, are we really changing” (cita una strofa della canzone). Per me è una visione della vita, ma anche dell’amore per questo unico mondo. Se noi tutti insieme pensassimo di più a questo, piuttosto che pensare al potere, saremmo in un posto migliore. Questo è quello in cui credo.

Mi colpiscono molto queste sonorità ‘80, in special modo a me ricordano un certo suono australiano tipo Midnight Oil o Icehouse. E’ un’impressione personale o c’è una vostra affinità con questo sound?
Martin: sì conosco le band, e capisco il collegamento che hai fatto. La più bella cosa a riguardo della musica è che ognuno di noi preferisce uno stile e lo porta nelle proprie sonorità. Io l’ho fatto con altre formazioni. Se, ad esempio, senti i Coldplay e ascolti bene ci trovi qualcosa della musica anni 80, quel suono da stadio, hanno creato una loro impronta. Se tu intendi quali influenze ci siano nella band, la pensiamo un po’ come quelli della vecchia scuola: prendiamo la chitarra e suoniamo, non consideriamo gli anni ‘60 o ‘70 come il periodo d’oro a cui rifarsi. Noi, semplicemente, ci prendiamo cura della musica che facciamo, senza pensare a modelli di riferimento. Una grande canzone è una grande canzone. Prendi ad esempio Pharell Williams, con “Happy”. Quel brano potrebbe essere degli anni ’50, ’60, ’70, ’80, ‘90 o dei giorni nostri. Non penso ci sia ancora bisogno di modelli.

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Come nascono i vostri pezzi, in viaggio, al pub, in studio…
Martin: In tutti questi posti, ne ho ideate molte al pub, ma poi il giorno dopo non le ricordavo più (ride). Per quanto riguarda i testi, mi sveglio di notte, perché ho un paio di strofe che mi girano in testa, ma poi perdo il sonno perché cerco di trovare come proseguire. Alla fine le canzoni ti arrivano come delle onde, non è seguendo un orario preciso. Non è come pensa Phil (Rainey, chitarrista The Rainband ndr) e come facevano i Beatles, che componevano una canzone al mattino, un’altra al pomeriggio, io non so lavorare in questo modo. Ricordo quando ho registrato le voci di “Satellite Sunrise”, io ero con Greg il nostro produttore, iniziavamo le sessioni a mezzanotte, e finivamo alle 5 della mattina. Lui diceva: “si va avanti finché la tua voce esce tutta fino all’ultimo granello” e poi: “questo è abbastanza per la tua voce”. Questo è il significato, arrivare all’ultimo granello, lui te lo tirava fuori.

Joe: Io tendo a idearle quando sto per addormentarmi, perché in quel momento nascono le idee, e quando ti svegli alla mattina non te le ricordi più. Per me è più difficile la mattina, comunque l’ispirazione quando viene viene, bisogna essere pronti.

Manchester ha dato i natali a Joy Division, Smiths, Oasis, Stone Roses, sentite di avere una sorta di discendenza musicale legata al vostro territorio?
Joe: secondo me sì, penso che ci sia una connessione tra gruppi che vengono dallo stesso posto. 

Martin: Ci sono diverse band di Manchester che in qualche modo ostentano il fatto di provenire da lì, la gente li sente e dice: “Wow sono di Manchester”. Io sono orgoglioso del luogo da cui vengo, ma sono molto più interessato a quello che possiamo creare. Ovunque tu vada in città,  tutto sa di Manchester per cui l’hai un po’ assorbito, è un’eredità che, volente o nolente, ti porti sempre appresso. Gli Oasis  provengono da Burnage, dalle case dell’edilizia popolare, ed hanno letteralmente conquistato il mondo. A proposito, mi viene in mente una cosa divertente, successa in occasione di un concerto ad Avellino. Cinque minuti prima di salire sul palco, saranno state presenti una ventina di persone. Avellino è incredibile, abbiamo suonato per un’ora, poi è arrivato un tizio, che assomigliava ad un boss della mafia, e ci ha detto: “Dovete suonare ancora”. Gli abbiamo risposto che noi dovevamo farlo per un’ora.” Vi pago un altro drink”! Così abbiamo dovuto suonare un po’ di tutto, dai Rolling Stones agli Strokes. Siamo andati nel backstage, ma il pubblico era impazzito, per cui, tornati sul palco, ci siamo messi a suonare una canzone degli Oasis, intonando “ Don’t look back in Anger”. Sebbene nessuno parlasse in inglese, ho rivolto il microfono verso i presenti: sapevano tutte le parole. Ora, per gente che non parla inglese conoscere le parole di “ Don’t look back in Anger”… io osservavo sbalordito, realizzando come il potere della musica connetta le persone. Tutto questo è stato incredibile. Siamo tornati ad Avellino 4 mesi dopo, e c’era molto pubblico nel locale. Fuori, il parcheggio era pieno di gente, non riuscivamo ad andare via dopo il concerto! Dell’Italia mi piace che la gente ama veramente la musica. In Inghilterra è diverso, a Londra a esempio la gente è più fredda, deve venirti a vedere almeno 5 o 6 volte prima di diventare un tuo fan. Io credo che in Italia abbiate una vera passione per la musica, ascoltate una volta e dite: “mi piacciono questi ragazzi!”. Voi avete la cultura, il cibo, lo stile di vita, vestiti, caffè!  

Diversi live nel 2012 come supporter dei Simple Minds, 2013 in Italia da nord a sud,  nel 2014 come supporter di Nutini. Tra due giorni esce il vostro album “Satellite Sunrise,”  lo presenterete il 9 aprile a Venezia. Avete a calendario altre date italiane?
Martin:Torneremo per il moto GP del Mugello a maggio, a settembre a Milano, e suoneremo anche a Roma.

Devo aspettare fino a settembre per vedervi?
Martin: Per le cose migliori bisogna aspettare 🙂

Grazie a Giuseppe Grilli per il grande aiuto.
Foto di Emma Phillipson, Neil Matthews, David Andrews

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