Spartiti: Narrazioni musicate di vita contemporanea – intervista a Max Collini

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Intervista di Luca Franceschini

Purtroppo non sono mai riuscito a godermi gli Offlaga Disco Pax quando erano al massimo del successo. Scoperti piuttosto tardi, li ho visti dal vivo una volta sola, in uno di quelli che sarebbe poi diventato uno dei loro ultimi concerti. La scomparsa di Enrico Fontanelli, che del gruppo era una delle menti musicali, nell’aprile di due anni fa, ha messo prematuramente la parola fine a quella che era una delle realtà migliori del nostro panorama indipendente.
Nel frattempo Max Collini, voce narrante e paroliere del gruppo, ha continuato a portare avanti il progetto “Spartiti”, assieme al quasi concittadino Jukka Reverberi, chitarrista dei Giardini di Mirò (è curioso che l’altra chitarra della band emiliana, Corrado Nuccini, collabori da tempo assieme ad Emidio Clementi dei Massimo Volume, per progetti simili di narrazione musicale).
Spartiti è iniziato quando ancora gli Offlaga erano in vita, ma da due anni a questa parte la loro attività live si è intensificata, il progetto ha preso forma al punto tale che è venuto il momento di realizzare un vero e proprio disco in studio, dopo quello registrato dal vivo lo scorso anno. “Austerità” è un lavoro godibilissimo, i cui legami col passato degli Offlaga iniziano e finiscono con la voce di Max. Completamente diverso il contesto musicale (c’è meno elettronica e nel complesso si predilige di più la chitarra sulla base ritmica) ma anche quello lirico, visto che accanto a testi originali vengono ripresi anche brani di altri autori. E’ dunque un progetto a sé stante, che dimostra ancora una volta il talento di uno come Jukka (i Giardini di Mirò sono un gruppo straordinario e sarebbe bello che più gente se ne accorgesse) e consacra Max Collini come uno dei parolieri più importanti del panorama nostrano.
L’ho chiamato al telefono un tardo pomeriggio a Reggio Emilia, dove vive e lavora. Ne è nata una chiacchierata lunga e piacevolissima, come potete leggere qui sotto. Del resto, quando un artista si concede così volentieri a chi fa le domande e quando lo spessore umano non manca, è inevitabile che escano fuori cose cosi…

Ciao Max, innanzitutto, visto che sarà la milionesima intervista che fai in questi giorni, se c’è qualche domanda che ti hanno già fatto migliaia di volte, sentiti pure libero di non rispondere…
Io rispondo sempre a tutti e anche educatamente, non ti preoccupare. Basta che non mi chiedi di mia nonna, perché mi arrabbio…(risate, il riferimento è alla polemica innescata da una recensione dell’ultimo disco di Elisa firmata da Paolo Madeddu NDA)

Senti, come è nata la decisione di trasformare questi anni di concerti in un disco?
Abbiamo fatto un percorso “inverso”, mi piace definirlo così. Di solito chi ha già un’esperienza artistica in qualche modo significativa prima prepara qualcosa in studio e poi lo va a suonare in giro dal vivo. Noi invece abbiamo fatto il contrario. Siamo nati per divertimento, senza nessuna velleità. Dopodiché il primo spettacolo ci è piaciuto, al secondo abbiamo iniziato a diventare più amici, al terzo abbiamo capito che la nostra collaborazione funzionava. Ad un certo punto, dopo una decina di uscite in tutto e molto sporadiche, nel 2013 Jukka mi ha proposto di strutturare un po’ meglio il tutto, passando dall’improvvisazione iniziale a un lavoro più concentrato sull’aspetto musicale e testuale, un passaggio formale insomma che andasse oltre il puro divertimento. Così ci siamo dati un nome, proprio quello della musica scritta e immutabile (che è ovviamente ironico, non siamo certo musicisti dalla preparazione classica) e abbiamo iniziato a girare facendo spettacoli molto più strutturati, appunto. Abbiamo autoprodotto, stampato e distribuito un cd dal vivo e pian piano ci siamo accorti che avevamo anche un pubblico che ci seguiva. Ogni volta che suonavamo c’era gente, ci siamo creati un seguito nostro, che non è semplicemente una parte dei fan dei Giardini di Mirò e degli Offlaga Disco Pax. Anche perché il repertorio che facciamo è diverso, facciamo solo i nostri pezzi come Spartiti e nient’altro, mentre gli Offlaga nel frattempo si sono sciolti per motivazioni indipendenti da noi, purtroppo. Quindi, c’era un pubblico, c’erano tanti concerti, siamo partiti con qualche decina di persone agli spettacoli e due anni dopo qualche volta ne abbiamo trovate cento o duecento e abbiamo capito che tutto questo percorso doveva trovare un compimento anche a livello discografico.

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Il disco è bello, però trovo che la decisione di non usare la drum machine un po’ abbia condizionato. Nel senso che gli Offlaga avevano un ritmo, un groove molto caratteristico, mentre qui di fatto la musica, pur bella, sembra quasi un accompagnamento alle tue narrazioni… E’ un prodotto che assomiglia di più ad un reading, piuttosto che a un disco vero e proprio…
Intanto Spartiti ha questo nome anche perché i compiti sono “spartiti”, appunto: nel 99% dei casi io nelle musiche non metto parola (ehm), c’è un feeling  davvero forte con Jukka, mi trovo molto a mio agio con le cose che propone e lo seguo con grande fiducia. E’ un musicista diverso da Enrico e Daniele degli ODP, come è anche normale che sia, altrimenti non avrebbe avuto senso fare questa strada assieme. Noi nasciamo come spettacolo di letture accompagnate dalle sue musiche (la parola “reading” cerco di usarla il meno possibile), quella era l’idea iniziale. Nel tempo però la nostra resa artistica è migliorata, assieme alla coesione tra noi, per cui penso che in questo momento l’aspetto musicale di Spartiti per quanto mi riguarda è imprescindibile quanto i testi. Jukka ha fatto un lavoro compositivo e produttivo molto forte, secondo me. Non usare drum machine è una scelta estetica che a me piace, nel senso che è funzionale al tipo di racconto, di narrazione che abbiamo sviluppato per questo disco. Quindi io non farei un discorso del tipo “così la parola ha più valore”. Credo piuttosto che siano state le scelte di un musicista che ha trovato quell’ispirazione per comporre una parte sonora che si adattasse il più possibile a questo tipo di narrazione. Penso che le due cose debbano lavorare assieme nel modo migliore possibile e valorizzandosi l’un l’altra. Ascoltando il disco trovo che i suoni di Jukka, le sue atmosfere, siano funzionali al racconto e che diano profondità al senso e al suono delle parole. Penso ad un brano come “Austerità”: lì c’è addirittura un ritornello, anche se non cantato. C’è in quel pezzo un lavoro di coesione tra testo e musica che è molto importante, secondo me. Sinceramente non riesco ad immaginare le musiche di Jukka come semplice accompagnamento, in questo album. Detto questo, sono molto contento che “Austerità” non suoni come un disco dei Giardini di Mirò e neppure come uno degli Offlaga Disco Pax. Abbiamo le nostra peculiarità e quelle non le possiamo cambiare, però l’unione delle nostre forze ha dato vita a qualcosa di diverso e di autonomo artisticamente, ne sono convintissimo.

Cosa succederà adesso? Continuerete o si tratta di una cosa estemporanea?
Di sicuro ti posso dire che questo al momento è il mio unico progetto, sto investendo in “Spartiti” tutte le mie energie e non credo si tratti di una cosa estemporanea, proprio perché abbiamo deciso di fare il disco nel momento stesso in cui ci siamo accorti che il nostro era diventato un percorso che aveva raggiunto una sua stabilità. Abbiamo suonato dovunque in questi ultimi anni, siamo stati in Puglia, in Sardegna, a Parigi, a Berlino e nel tempo il repertorio è cresciuto ed è stata proprio un’esigenza quella di testimoniare in studio tutto quello che era venuto fuori. Credo sia bello che un disco nasca non per una decisione presa a freddo, ma come risultato di un percorso comune molto lungo.

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Parliamo del titolo. E’ chiaro che la parola “Austerità” appartiene ad un ben preciso campo semantico ed è facile connotarla. Poi però mi ha colpito molto il testo, che ricordo sin da quando l’ho sentito per la prima volta, al Miami di due anni fa…
Da quando lo suonammo al Miami due anni fa su quel pezzo abbiamo fatto molto lavoro. All’epoca era appena nato, probabilmente tu hai ascoltato una delle primissime versioni in assoluto. Da lì siamo partiti per fargli poi assumere la sua veste attuale, anche se la sostanza del brano e il testo erano già quelli.

Ecco, volevo capire qualcosa di più riguardo alla storia, che mi ha davvero molto toccato, ma ci sono tanti nodi che non riesco a sciogliere…
Non c’è nessun mistero, il testo originale è stato scritto da me diversi anni fa. Inizialmente era in prima persona, ma poi l’ho cambiato perché mi sembrava troppo diretto, troppo intimo, troppo personale. Passando alla terza persona la storia assumeva maggiore distacco, diventando anche più universale, però a me pare evidente che il brano descriva me e mia madre, precisamente attorno al 1973.

Ti giuro che non l’avevo assolutamente capito!
E’ un episodio della mia infanzia ed è andata esattamente così: io e mia mamma siamo entrati in questo negozio di giocattoli, che in realtà era un angolo della “COOP 1” di Reggio Emilia, uno dei primi supermercati Coop aperti in Italia. Era un negozio molto bello, con una scala mobile che attirava l’attenzione di tutti i ragazzini. Si trattava di un periodo in cui le cooperative in questa zona iniziavano la loro espansione ed era il primo vero e proprio supermercato che aprì a Reggio Emilia. C’era appunto questo angolo bellissimo di giocattoli, che a me sembravano giganteschi, visto che ero alto un metro o poco più. Mia madre mi portò  a scegliere un regalo per il mio compleanno, però ero cresciuto con l’educazione anti consumistica (una favola per non chiamarla, semplicemente, mancanza di mezzi) di cui parlo all’inizio del pezzo, quindi non ci potevo credere, non mi fidavo (infatti nel testo il bambino, dopo un’ora di esitazione, compra una pistola ad acqua dal costo modestissimo NDA). La storia è questa ed era anche il periodo dell’Austerità e partendo da quelle problematiche Berlinguer fece negli anni a seguire il famoso discorso appunto sull’austerità, che non era nella sua ottica solo un concetto economico, ma anche il modo in cui la classe operaia avrebbe dovuto affrontare il governo della nazione in un periodo difficile come era allora. Abbiamo scelto il titolo “Austerità” anche per contrapporci alla vulgata attuale, il cui il concetto di Austerità viene dibattuto con accezioni ben diverse da quelle con cui lo affrontarono Berlinguer e il PCI all’epoca.

A questo proposito, la storia di “Sendero Luminoso” è interessante…
(Scoppia a ridere NDA) Che trollata memorabile oh!

Appunto. Io di solito i comunicati stampa non li leggo, se conosco l’artista in questione, per cui fino a stamattina, quando ho dato una scorsa veloce, mica avevo capito che eri tu l’autore della cosa! A quel punto mi si è chiarito anche il finale, che senza quel dettaglio mi risultava incomprensibile…
Dunque, si presentarono a Reggio Emilia a questa assemblea nazionale della FGCI (i giovani del PCI), assemblea che tra l’altro si tenne a venti metri dal mio ufficio di adesso, dove c’era un palazzo bellissimo che poi è stato venduto negli anni ’90, Palazzo Masdoni”, ne ho parlato nella canzone omonima degli Offlaga…

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Certo! E’ quel palazzo lì?
Esattamente. Quindi, tu immaginati quel  palazzo, che è il luogo di questa assemblea nazionale della Fgci. In quanto assemblea nazionale da tutta Italia arrivavano due, tre o quattro compagni da ogni città in rappresentanza delle varie federazioni. La cosa fantastica, e lo dico anche nella canzone, è che nel 1986 i membri della Fgci erano quelli che poi sarebbero diventati protagonisti importanti della politica degli anni a venire: i vari Cuperlo, Folena, Vendola, Stefania Pezzopane (oggi nota anche per vicende più di costume che politiche), Airaudo, Rondolino, ecc. ecc. La lista dei dirigenti di allora è diventata nel tempo una lunga lista di deputati, parlamentari europei, senatori… è una generazione che la carriera politica l’ha portata avanti e già allora si capiva che sarebbe andata così. Certo, non hanno fatto il percorso che mi aspettavo, ma pazienza. Invece io e Arturo Bertoldi eravamo due oscuri militanti e piccoli dirigenti locali che la carriera non ci saremmo mai sognati di immaginarcela, avevamo un punto di vista di mera partecipazione politica, ma non eravamo certo spinti da motivazioni carrieristiche che già allora questi altri avevano. In pratica abbiamo fatto loro uno scherzo. Ma la cosa fantastica, e che forse la dice lunga su che tipo di classe dirigente stava venendo fuori, è che questi se la sono bevuta. Ora, come ti può venire in mente di pensare che sia vero che alle 17.30 faremo un attacco armato ad una chiesa? Nel 1986??? (il volantino era una sorta di programma per un finto congresso alternativo a quello della Fgci, il cui punto di riferimento sarebbe stata la visione ultra radicale del socialismo portata avanti dal movimento di Sendero Luminoso in Perù NDA)! Ma dai! Ma secondo te? Il testo letto nella canzone è esattamente quello del documento che scrivemmo allora, di notte, di nascosto, nella sede della Fgci reggiana, di cui avevamo le chiavi. Stampammo questa cosa a spese del Partito e la distribuimmo il giorno dopo con l’idea di farci due risate. Il problema è che nessuno se le è fatte quelle  due risate, perché parecchi di quei convenuti pensarono che quel documento che ci inventammo durante la notte fosse vero… (oggi lo definiremmo un “fake” ben riuscito)

In effetti è piuttosto assurdo…
Surreale, decisamente. Non ricordo più bene chi ha scritto cosa tra me e Arturo, anche se certi dettagli sono sicuramente miei e altri suoi, lo si capisce dallo stile. La cosa certa è che allora, mentre lo scrivevamo, ci siamo fatti davvero delle matte risate e la stessa cosa è successa trent’anni dopo: mentre lo leggevo ti giuro che stavo soffocando. Non ho cambiato neppure una parola, l’ho lasciato esattamente identico, era perfetto così trent’anni fa ed è perfetto così oggi.

Però questa cosa un po’ attuale lo è, non trovi? C’è sempre stata una certa l’idea, nel mondo comunista, di trovare una realtà più “pura” a cui guardare. Voglio dire, negli anni Sessanta, con l’Unione Sovietica ormai considerata una potenza imperialista, si guardava alla Cina, poi a Cuba, poi al Vietnam, forse addirittura all’Angola… dopotutto anche Sendero Luminoso poteva essere visto in quest’ottica…
No dai, se qualcuno negli anni Ottanta avesse davvero guardato all’esperienza di Sendero Luminoso e del Partito Comunista del Perù come ad un modello riproducibile anche qui in Italia o in altre realtà europee avrebbe avuto dei seri problemi mentali. Era un movimento rivoluzionario di ispirazione maoista e se uno è minimamente onesto intellettualmente, dovrebbe domandarsi come mai nel 1992 avesse potuto controllare ancora il 40% del territorio peruviano (!) – un paese immenso – e avrebbe dovuto ammettere che questo controllo dipendeva unicamente dal fatto che il Perù era un paese estremamente povero, devastato dai conflitti sociali, per cui era anche comprensibile che un movimento di guerriglia potesse ancora sopravvivere. Questi movimenti di norma esistono e hanno consenso quando c’è una situazione insostenibile dal punto di vista della disparità sociale. Che poi fossero anche dei pazzi invasati è abbastanza fuor di dubbio. L’ipotesi di realizzare un movimento senderista in Italia, negli anni ’80, con Craxi e la Milano da bere sarebbe stata perlomeno originale. Diciamo che, a memoria, in Italia nel 1986 si stava un po’ meglio che in Perù. Decisamente, direi.

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Ma a chi è rivolta questa canzone? Intendo dire: perché hai deciso di riproporre questo episodio a distanza di trent’anni? Un giovane di oggi è in grado di capire certe cose, di immedesimarsi in certi contesti?
Beh, intanto c’è un incipit in cui spieghiamo la genesi dell’episodio e quindi di fatto dico che quel documento era sostanzialmente uno scherzo. Poi che dire? L’abbiamo scelto perché quando l’ho ritrovato mi è sembrato da subito un testo strepitoso. Adesso lo so che mi sto lodando da solo, ma l’ho trovato divertentissimo. Esilarante, direi.

Di brutto!
Ecco, pensa a quanto ho riso io trent’anni dopo. Ho pensato: “Ma come ci è venuto in mente, trent’anni fa, di tirar fuori una cosa del genere?”. L’abbiamo usato anche perché, oggi quella generazione politica che allora era composta da ragazzi di 25 anni ed ora ne hanno più di 50, era dentro al PCI (quello post berlingueriano di Natta), e c’erano grandissime e fortissime idealità. Invece se li vai a prendere adesso, uno per uno, vedi che alcuni ce l’hanno ancora, quell’idealità, mentre altri hanno combinato solo disastri. Quindi è diventato anche un guardarsi indietro: noi nella nostra ingenuità e nel nostro amore per la politica e loro, che pure all’epoca erano più o meno come noi, per come sono diventati adesso. Immagino che a 50 anni si sia diversi da quando se ne hanno 20, è così anche per me, però se penso ad alcuni nomi citati vedo dei percorsi parecchio inquietanti. Non abbiamo nessun approccio pedagogico nella proposta che facciamo dei testi: questo lo abbiamo trovato molto ironico, molto divertente, offre più piani di lettura, come dici tu, ma poi non è che stiamo qui a fare la morale a Rondolino o a altri come lui, ognuno ha la sua storia, il suo percorso. Semmai una considerazione la si può proporre sul linguaggio: quello usato in quel documento era già allora desueto, non funzionava più, era già superato. La sinistra di oggi non ha una sua identità linguistica e mi sembra un grande problema, per cui poi è difficile aggregarsi intorno alle grandi idealità se non hai un linguaggio condiviso e identitario per esprimerle.

Puoi spiegare meglio questa cosa?
Guarda, ti racconto un episodio: alcuni mesi fa sono andato ad aprire il concerto de Lo Stato Sociale al Paladozza di Bologna. Sono ragazzi molto più giovani di me e hanno deciso di fare questo concerto conclusivo del tour, che è andato subito esaurito (!). Il pubblico medio avrà avuto sui 18-19 anni, più o meno. Mi hanno chiesto di fare una sorta di “comizio” ad inizio concerto e allora io ho scritto un testo appositamente, che ho poi letto davanti a una folla scalmanata Erano lì per vedere il loro gruppo preferito, non certo per sentire Max Collini, per cui qualcuno fischiava anche…

Anche perché penso che molti non sapessero neppure chi eri…
Ah beh, questo è ovvio. Su 4500 persone, se va bene, forse mille sapevano chi ero. Più probabile 500. Comunque, parlo per cinque minuti, declamo una cosa anche un po’ retorico se vuoi, ma del resto la situazione lo richiedeva, credo. Concludo il mio “discorso”, chiamiamolo così, salutando la gente con un “Compagne e Compagni”. Al “Compagne e Compagni” è venuto giù il palasport. Non sto scherzando. Non avere costruito in questi decenni di colonialismo culturale e liberismo economico un linguaggio identitario, comune, condiviso (oggi non si potrebbe certo usare quello degli anni ’70) testimonia di per sé una debolezza grandissima. E poi c’è un’altra cosa che non sopporto più di sentire, che è la storia secondo cui le ideologie sono morte. E’ una cazzata, per me. Sono vivissime, in particolare ce n’è una che è più viva di tutte, talmente pervasiva che ci riempie la testa al punto che ne siamo tutti soggiogati non ce ne rendiamo nemmeno conto. Il libero mercato prospera dentro di noi. Ed è dentro di noi che dovremmo iniziare a combatterlo ancor prima che altrove.

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Ecco, ma a questo punto mi verrebbe da chiederti: quanto è giusto, per quelli della tua parte politica, farsi la domanda: “Ma dove abbiamo sbagliato”?
La roba, i soldi, la finanza. Questa è l’ideologia dominante, troppo forte per essere arginata, mentre invece il resto è diventato debole, anche perché non ha più un linguaggio per potersi affermare. Ora, il problema è che di questo nessuno si rende conto: il capitalismo è diventato una religione di stato per cui… scusami qual era la domanda?

Se è giusto chiedersi: “Dove abbiamo sbagliato?”. Adesso mentre parlavi mi si è chiarita meglio la questione: questa cosa che tu dici del libero mercato che ha annientato le altre ideologie (io la ridirei dicendo che ha annullato la persona e le sue dimensioni intrinseche) la vedo anch’io che non sono mai stato comunista. Anzi, mi sembra che su questo ci possa essere una certa consonanza con la visione anche di un certo cattolicesimo, che non ha mai nascosto la sua antipatia verso un certo capitalismo. Quindi, ci si può chiedere che cosa si è sbagliato, per arrivare a questo punto? Ci sono delle responsabilità che si possono rivendicare oppure è semplicemente andata così?
Parliamo dell’Italia, perché altrimenti si ragiona dei massimi sistemi. Da noi c’è stata una generazione politica che ha svenduto la propria storia. Vero anche che forse era impossibile tenere in piedi quell’utopia, a seguito di tutto quello che è successo con la caduta del muro e la fine dell’URSS. Quei regimi, (perché tali erano diventati), inamovibili, privi di vivacità interne, incapaci di rinnovarsi, sono crollati su se stessi, ma quale è stata l’alternativa? D’accordo che poi è stata portata la libertà, la democrazia, ma la democrazia di chi? Degli oligarchi? Può essere una soluzione valida? Ora, io mi rendo conto che la sinistra di oggi è debilitata, non ha punti di riferimento forti, che c’è una generazione che ha svenduto la storia illudendosi di poter navigare nel pensiero debole, ma il suo è un tentativo destinato a fallire. Il sistema, che qualcuno ha ritenuto di poter governare si sta mangiando vivo anche chi sta cercando, blandamente, di ammaestrarlo.

Nel senso che?
Se tu guardi lo spostamento a destra di questo paese negli ultimi trent’anni c’è da rabbrividire. E’ quasi grottesco. Prova ad andare su Youtube ad ascoltare il discorso di un socialdemocratico qualsiasi del PSDI del 1974, uno che allora sarebbe stato bollato come il peggior reazionario. Ascoltalo adesso e vedrai che dirà delle cose che sembrano dette da un pericoloso sovversivo. Ma che cataclisma ideologico dev’esserci stato perché si provi un tale effetto di straniamento? Oggi sembra che fare dei ragionamenti sull’uomo, su valori che non siano legati alla centralità del sistema imprenditoriale, sul sindacato, sui diritti dei lavoratori sia sbagliato come principio. Ho capito che il mondo è cambiato, ma qui stanno passando dei concetti che fanno paura, si sta dicendo senza vergogna alcuna che il capitale deve avere le briglie sciolte e che nulla può essere messo in discussione, che non ci sono freni, meccanismi di controllo, niente. Il problema è che il capitalismo selvaggio produce disastri. Sarò anche un vecchio trombone comunista, però sono preoccupato, ecco.

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Senti, tornando ai testi dell’album…
Direi che è meglio. Anche perché è di questo che dovevamo parlare. Io faccio parte di un gruppo musicale, non sono un politico. La stessa cosa vale per Jukka. Che, tra l’altro e non so se lo sapevi, è figlio di un ex membro del Comitato Centrale del PCI…

Ma dai! No, non lo sapevo
Che è stato anche per molti anni il segretario del PCI di Cavriago.

Anche lui viene da lì quindi?
Eh no, anche tu sei vittima della leggenda metropolitana (ride NDA)! Gli Offlaga Disco Pax sono tutti e tre di Reggio Emilia, che siamo di Cavriago è una leggenda metropolitana dovuta al fatto che in “Robespierre” citiamo Piazza Lenin, a Cavriago. Però poi scusa, il fatto che specifichiamo che piazza Lenin è a Cavriago, significa che le altre vie citate nel pezzo saranno da un’altra parte, no? Quindi gli ODP erano di Reggio Emilia, mentre alcuni dei Giardini di Mirò sono di Cavriago. Infatti Jukka andava a lavorare al cinema cooperativo Teatro 900 che sta proprio lì. E’ assurdo, ma io ho messo Jukka in una mia canzone, “Piccola Pietroburgo”, quando ancora non lo conoscevo di persona. L’ho incontrato grazie ad Enrico, perché sono coetanei. Sapevo che era il figlio di Iones Reverberi, ma non lo frequentavo, ho nove anni in più, appartenevo ad un’altra generazione.

Tornando ai testi del disco: come mai avete deciso di inserire in questo lavoro anche cose che non sono tue?
E’ molto semplice, in realtà: l’inizio della collaborazione tra me e Jukka è nata con l’idea di affrontare dei testi, miei ma anche di altri autori, che per contenuto o per l’amore che sentivo per chi li aveva scritti, ritenevo particolarmente affini a me. Io leggo principalmente letteratura contemporanea, soprattutto italiana, per cui avevo scelto cose di Gianluca Morozzi, Paolo Nori, Simona Vinci, Pier Vittorio Tondelli (che tra l’altro sono tutti emiliani), autori che in qualche modo mi hanno influenzato, che ammiro particolarmente, che appartengono alla mia generazione o a quella immediatamente precedente.
Questa idea è rimasta nel tempo, per cui anche in questo disco abbiamo inserito testi di autori nei quali mi sono riconosciuto. Li ho scelti sulla base di un sentimento neanche tanto nobile, che è l’invidia: sono testi che avrei voluto scrivere io. Ovvio che un testo scritto dalla prospettiva femminile come quello di Simona Vinci (“Ti aspetto”, il pezzo che chiude il disco NDA) io non avrei mai potuto scriverlo, ma ho deciso di “cantarlo” perché lo sento molto importante, dà tante risposte e per nulla scontate. Dal vivo lo presentiamo così: “Questo è il nostro contributo alla soluzione dei vostri problemi sentimentali”. Che è ironico, perché poi si tratta di un testo molto duro, brutale dal punto di vista dei sentimenti umani e della loro verità.

E “Babbo Natale”? Quello è tratto da un racconto di Simone Lenzi…
Simone ha più o meno la mia età, viene da Livorno che, come Reggio Emilia, è una città dalla tradizione politica molto definita. Abbiamo quindi lo stesso imprinting culturale e la sensibilità con cui ha scritto quel racconto la sento mia, anche se lui è uno scrittore decisamente più importante di me. Simone ha una formazione classica, è uno che traduce dal latino, ha pubblicato delle traduzioni di Marziale…è un intellettuale organico, io sono solo un geometra (ride)!

Vi conoscete di persona?
Sì certo. Ci siamo conosciuti grazie ai Virginiana Miller: sono sempre stato un loro fan, andavo ai concerti, un giorno gli ho portato in regalo il primo album degli Offlaga Disco Pax e siamo diventati amici, o almeno qualcosa in più che semplici colleghi. Quando poi ho letto quel racconto, che ho davvero trovato fulminante, gli ho chiesto se potevo farlo mio e lui ha accettato. In seguito mi ha detto che il brano gli è piaciuto io sono ovviamente molto contento di questo.

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Sono d’accordo, è un’osservazione che stavo per fare anch’io. Mi è capitata la stessa cosa con “Perle per porci” di Canali, non so se l’hai sentito…
Certo.

Quando ho sentito in anteprima due brani quest’estate, se non avesse subito chiarito che erano cover, avrei pensato che fosse in procinto di pubblicare il nuovo disco…
Beh, poi in quel caso ha ripreso cose talmente oscure che se non sei un super esegeta di certa musica indipendente italiana, è impossibile che tu riconosca quei brani, se avesse scelto De Andrè o Battisti magari era più difficile non accorgersi che erano cover.

Tu scrivi principalmente del tuo vissuto, della tua esperienza. Quando senti che un determinato fatto, un ricordo o una riflessione deve trasformarsi in una canzone di Max Collini?
Ecco, questa è una domanda che non mi pongono mai e ti ringrazio di avermela fatta.
Lo decide solo il tempo. Sono incapace di dire, se scrivo una cosa adesso, che domani, dopodomani o tra un mese finirà in un disco o in uno spettacolo. Per capire se una cosa mi rappresenta ho bisogno di tempo, solo nel lungo periodo mi rendo conto se quello che ho scritto funziona. Questo rendeva difficile lo scrivere per gli Offlaga, ad esempio. Il primo disco era frutto di racconti che erano già stati scritti: Enrico e Daniele mi proposero di collaborare con loro al gruppo che stavano mettendo in piedi, sulla base del fatto che avevano letto quei racconti e gli erano piaciuti. Tutto quanto ho scritto dopo è stato parecchio complicato: sono pochissimi i racconti che ho scritto appositamente fin dall’inizio per un disco degli Offlaga, quattro o cinque, forse sette, non di più. Tutto il resto è frutto di una rielaborazione di cose scritte anni prima, opportunamente riguardate, ripensate, dopo che mi ero reso conto che potevano funzionare. Ho dei testi nel cassetto da dieci anni e più, ma è solo il tempo a farmi capire se verranno ritirati fuori o no. Anche perché bisogna verificare che non siano troppo legati alla contemporaneità e che quindi, anni dopo e fuori dal contesto, perdano di significato.

Quindi tu scrivi sempre, se non ho capito male…
No, scrivo di rado, purtroppo, e il problema è che non so scrivere a comando. E poi sono talmente parco, talmente lento nel mio processo di scrittura, che è sempre molto complicato gestirlo. Gli Offlaga hanno fatto pochi dischi anche perché io scrivevo poco: tre album in dieci anni non sono tanti, ma d’altronde anche Enrico e Daniele erano lenti, quindi non era solo colpa mia. Del resto essere lenti e riflessivi può aiutare a fare delle cose che non siano solo figlie del doverle fare. Anche con Jukka è così: dal primo concerto a questo disco sono passati otto anni. Non ci si crede.

Quindi il prossimo uscirà nel 2024 (risate NDA)?
Spero di no, anche perché in questi anni di collaborazione abbiamo costruito un repertorio piuttosto consistente. Nel disco, per scelta nostra, abbiamo deciso di inserire anche alcune cose nuove, quelle composte più di recente, ma abbiamo ancora del materiale inedito che meriterebbe di venire inciso. Spero che il prossimo album esca in tempi ragionevoli, insomma.

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Non ti conoscono benissimo come artista però mi hai sempre dato l’impressione, sentendo le tue storie e vedendoti dal vivo, di essere uno che è arrivato al successo un pochino per caso…
Ma che un pochino! Per caso proprio!

Ecco, l’ultima volta che ti ho visto è stato al Miami dell’anno scorso, sul palco dei Post CSI…
Sotto il diluvio…

Già, quella pioggia pazzesca… appunto, ti ho visto in quella circostanza e mi hai colpito perché eri proprio felice come un bambino, sembravi un fan che fosse stato appena tirato su dalle prime file…
Ma è esattamente così (Ride NDA)! Il giorno in cui Massimo Zamboni mi ha telefonato e mi ha detto: “Ti piacerebbe fare dei pezzi dei CCCP nei nostri spettacoli?”. Ma io li andavo a vedere da ragazzo ed erano il gruppo più importante per me, dal punto di vista culturale. Sono diventato maggiorenne nella Reggio Emilia di “Affinità e divergenze…”, vedevo quei dischi nelle vetrine, era una roba che mi è arrivata in faccia come un tir, potentissima, fortissima. Ho cominciato a fare concerti a 36 anni ed è bellissimo che, per una serie di circostanze, si sia riusciti a fare questa cosa, mi ha reso immensamente felice! Per quanto riguarda quello che dicevi prima, ancora oggi, dopo tanti dischi e tante cose che ho fatto, fatico a definirmi artista.

Ecco appunto, era proprio questo che volevo chiederti: sei arrivato al successo un po’ per caso, però adesso sei un personaggio di riferimento nella scena indipendente italiana. Come la vivi questa cosa? Come si concilia la tua popolarità (di nicchia ma è innegabile che ci sia) con la vita che conduci tutti i giorni?
Innanzitutto diciamo che io con la musica non ci campo e penso sia una cosa positiva il fatto di dovere per forza fare anche altro per vivere. In questo modo non sono costretto a spingere troppo la mia vita artistica, non ne sono dipendente. Oddio, non mi dispiacerebbe neanche, da un certo punto di vista, ma non ho mai avuto una dimensione tale che mi consentisse di far diventare la musica un lavoro. Quando ho iniziato avevo già un’occupazione che ho avuto la fortuna di potermi tenere, essendo un libero professionista potevo organizzarmi il tempo come volevo. Non ho mai avvertito il bisogno di dire “faccio l’artista”, non lo avevo a 36 anni quando ho iniziato, né tantomeno ce l’ho adesso che ne ho 49. Ormai mi sono abituato, vivo questa cosa da tanti anni, all’inizio mi sembrava  incredibile, non riuscivo a capacitarmi che le cose che scrivevo potessero trovare così tanto consenso, interesse, attenzione. L’anno in cui pubblicammo “Socialismo tascabile” abbiamo fatto 160 concerti e siamo passati dai primi in cui c’erano 50 persone ad altri dove ce n’erano anche 700-800. Eravamo una realtà grandissima in quell’epoca lì: tra il 2007 e il 2008, quando è uscito “Bachelite”, gli Offlaga erano probabilmente uno dei gruppi indipendenti più grandi che c’erano in Italia, in termini di presenze ai concerti, intendo. Dopo sono arrivate altre cose: sono usciti Vasco Brondi, Dente, tutta la nuova leva di cantautori prima non pervenuta. La scena indipendente italiana col tempo è diventata molto più grande: se solo dieci anni fa, ai concerti dei gruppi più importanti c’erano 500 persone, adesso ce ne sono 2000. I Cani, Lo Stato Sociale oggi sono gruppi che fanno migliaia di persone ad ogni concerto. La scena indipendente successiva a quella dei primi Offlaga Disco Pax è sicuramente più grande ed è anche vero che le nuove formazioni sono anche molto più accessibili e la maggior parte di esse hanno a che fare col cantautorato, che è un linguaggio che arriva, è sicuramente quello che colpisce di più le nuove generazioni, assieme al rap.

Bene Max, direi che è tutto, ti ringrazio del tempo che mi hai dedicato, è stata davvero una bella chiacchierata…
No, grazie a te! Soprattutto perché non hai mai usato la parola “nostalgia” parlando di noialtri “Spartiti”: ti stimo moltissimo.

In effetti c’è ben poco di nostalgico in queste canzoni. C’è un vissuto, un’esperienza, ma il tutto sempre ben radicato in una concezione della vita che è legata a doppio filo alla contemporaneità. Spartiti è ormai una solida realtà nel nostro rock indipendente: se questa intervista vi ha incuriosito, procurarsi il disco è assolutamente necessario…

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