Ilaria Pastore @ Teatro della contraddizione, Milano. 12 Maggio 2016

Postato il Aggiornato il

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Articolo di James Cook, immagini sonore di Andrea Furlan

Di Ilaria Pastore avevo un vago ricordo, legato ad un concerto in una villa in brianza all’epoca del suo primo cd, alcuni anni fa. La associavo ad un’immagine positiva e sorridente, ad una chitarra acustica ed un’atmosfera sbarazzina.


Nata a Milano, ma di origine pugliese, si è inizialmente dedicata allo studio della chitarra elettrica, passando poi definitivamente a quella acustica moltiplicando nel tempo le sue attività artistiche: sta facendo esperienza in teatro (è nel cast del musical Modì, per il quale ha collaborato anche gli arrangiamenti vocali), fa musica contemporanea (è la voce del Tudip Ensemble) e collabora con Luca Chieregato (come voce narrante e musicista) in un progetto di fiabe per adulti e bambini. E’ inoltre insegnante di musica nella fascia di età fra gli 0 ed i 6 anni, neonati compresi, applicando la “Music Learning Theory”di Gordon. Con canti senza parole, ritmici e melodici che sfruttano in modo molto naturale l’uso del corpo e della voce, la musica diventa così la prima lingua che s’impara, senza accorgersene, fin dalle prime settimane di vita. Negli anni trascorsi dalla pubblicazione del suo primo disco (“Nel mio disordine” del 2010) Ilaria ha macinato chilometri suonando tantissimo, godendosi pienamente la propria vita di artista, fra nuovi progetti e collaborazioni.

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Un intervallo musicale in cui si è concessa la libertà di prendersi tutto il tempo necessario per arrivare a concepire un lavoro più maturo. Il risultato si è concretizzato, pochi giorni fa, con l’uscita del suo secondo album,“Il Faro la Tempesta la Quiete”, prodotto da lei con gli arrangiamenti e la direzione musicale di Gipo Gurrado. Nove canzoni ci raccontano, con intensa e poetica leggerezza, pensieri che hanno attraversato la testa, ma ancor di più l’anima di Ilaria, proponendo quella che si potrebbe definire una “musica d’autrice”. Ho ascoltato il tutto con curiosità, ritrovando la freschezza che ricordavo, ma anche una semplicità ed una capacità di entrare in empatia molto accentuate.
Martedì 10 maggio Ilaria ha presentato il disco al Teatro della contraddizione di Milano, un ambiente unico nel suo genere, in cui i presenti si sono potuti immergere completamente in ciò che stava accadendo, annullando tutte le distanze.

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Sin dai primi istanti sono rimasto colpito dall’atmosfera intima, quasi mi trovassi in un salotto di casa, complici le luci soffuse, la disposizione del pubblico (che sembrava abbracciare gli artisti) e la “scenografia” – sedie e strumenti musicali sparsi in tutto lo spazio disponibile: una poltrona, un tavolino, alcune pile di libri, abat-jours, una vecchia macchina da scrivere Olivetti, un paio di scarpe rosse da donna…

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Per primo è entrato in scena Luca Chieregato che ha “scaldato” il pubblico interagendo con lui e raccontando una fiaba che aveva per protagonisti il silenzio ed una bambina. Di nome Ilaria.
Quando, in penombra, è partito il primo brano – Buio pesto – con Ilaria e la sua chitarra acustica c’era l’asse musicale portante di tutta la serata: Antonio Fusco alla batteria, Lucio Enrico Fasino al basso, Tina Omerzo al pianoforte e Daniela Savoldi al violoncello.
La cantautrice milanese si è presentata a piedi nudi (mi ha spiegato nel dopo concerto che per lei è fondamentale sentire la “terra”). La sua voce limpida, serena, e le sonorità acustiche del brano, ci hanno avvolto descrivendo con acuta sensibilità quel momento particolare in cui la fine e l’inizio di una relazione coincidono. Per rompere il ghiaccio ci ha avvisati che il concerto sarebbe stato più breve dell’attesa, strappandoci una risata. La serata è continuata con “Va tutto bene”, pezzo che, col violoncello in bella evidenza, senza filtri, con toni quasi taglienti, racconta a quali compromessi emotivi si può arrivare quando si sta insieme, per non lasciarsi. Le tracce dell’album si sono susseguite poi come le persone sul palco – sono intervenuti Gipo Gurrado alla chitarra ed Andrea Baronchelli al trombone. Con formazioni via via variabili abbiamo ascoltato: l’ironica provocazione con cui si mettono a confronto bugie e verità in “Compro oro”, il desiderio di ricostruirsi un’identità in “Iole”, per arrivare (questa volta da sola con l’immancabile chitarra), ad un brano molto intimo come “Tu sbufferai”, che, Ilaria ci spiega, è un dialogo che parla del suo più grande amore. Di “Ricordi migliori”, la traccia in cui è contenuta anche la frase che da il titolo al disco, mi ha particolarmente colpito un concetto che mi appartiene da sempre: l’invito a vivere qui e adesso “la vita che vorresti addosso..”, poiché “oggi stesso è l’unico momento giusto”. E’ solo gestendo al meglio il presente, affrontando con coraggio tutto quello che ci accade, che possiamo costruire bei ricordi da portare con noi, come preziosi compagni anche nel nostro domani. Assimilando la profondità di questo testo, ad un certo punto mi son trovato ad immaginare che Ilaria stesse davvero cercando un faro tra la tempesta e la quiete (e chissà che non l’abbia già trovato, vista la sicurezza dimostrata nel gestire la serata).

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Una cosa davvero positiva che avevo notato ascoltando il disco erano gli arrangiamenti, vari e molto curati. Quasi immediatamente ho realizzato che, dal vivo, in tanti casi sono piuttosto diversi. Le canzoni sembrano aver indossato “un abito nuovo” e l’ottima acustica del teatro ne ha esaltato le sonorità rendendole ancor più interessanti. Ho scoperto successivamente che molte parti erano lasciate alle libere improvvisazioni dei musicisti. La vera svolta della serata è avvenuta con l’introduzione del Tudip Ensemble (Alfonso Martone alla fisarmonica, Raul Pusterla al violino, Rouben Vitali al clarinetto basso e Antonio Baldassarre alla chitarra acustica), con il quale sono stati rivisitati alcuni brani del primo disco in chiave “cameristica”. L’atmosfera si è trasformata, diventando particolare, a tratti rarefatta, ma tra il pubblico solo qualche neonato si è annoiato, facendosi notare rumorosamente. Si è rafforzata in qualche modo la sensazione di trovarci in un’atmosfera casalinga, dove certi eventi è normale che accadano.

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Tornati al presente, Ilaria ci ha parlato dei brani recenti, tutti percorsi da una tipica “pesantezza femminile”, cosa peraltro assente dalla sua vita. L’unico pezzo ironico del disco, “Il dubbio”, eseguito con atmosfere vagamente jazzate, si è rivelato un elogio del concedersi la libertà di andare lontano dal proprio punto fermo, e ha anche proposto un’arguta domanda: “cos’è che conta: decidere o attendere abbastanza?”
Ci siamo avvicinati al finale con “Polaroid”, brano molto personale e poetico, ispirato ad una foto esistente davvero e che ha colto lo sguardo sorridente della madre di Ilaria mentre stendeva il bucato in veranda, d’estate. Ilaria, fra l’altro, adora i panni stesi che, quando vede penzolare dai palazzi immagina sempre siano i sorrisi bianchi di questi edifici. Probabilmente si è trattato del pezzo più noto ai presenti perché “trainato” da un simpatico video, in cui scorrono vecchie immagini di vita della famiglia conservate nell’archivio Cinescatti di Bergamo.
L’ultimo pezzo della serata (come del disco peraltro) è stato“Decifrato”, col quale la giovane cantautrice ha scelto di calarsi, per una volta, nei panni di un uomo che ha paura di amare. Ha messo così in primo piano una sensibilità maschile che molto spesso non viene colta, né portata in superficie. Dopo l’ovazione finale sul palco è rientrato Luca Chieregato, finendo quasi come si era iniziato, con una favola per adulti, “la parola principessa”. L’occasione, attraverso il suono e il canto, di esprimere il desiderio di vivere davvero, di sentire il cuore battere, attraversando con coraggio anche i momenti di dolore, che, una volta metabolizzati, portano con sé la capacità di acquisire nuove sensibilità. Non a caso il brano e la serata terminano con le parole “è anche per questo che la vita ha un buon sapore…”

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Ottimi musicisti si sono alternati per accompagnare Ilaria sul palco, e lei ha condiviso con noi le diverse sfumature del suo presente, coinvolgendoci senza mettere alcun tipo di barriera. Si è creata in modo spontaneo un’atmosfera talmente famigliare che sono uscito dal teatro  “pacificato” e con chiaro in mente un pensiero: sono anche serate come queste che regalano un buon sapore alle nostre vite!

[Grazie ad Ellebi per il grande aiuto]

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