Siamo ampi, conteniamo moltitudini… – intervista alla Bottega Baltazar

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Intervista di James Cook

La Piccola Bottega Baltazar non è più così piccola. La formazione veneta, dal 2000 vero e proprio laboratorio “artigianale”, che produce musica per sé ma anche per il teatro, la danza ed il cinema, ha finalmente pubblicato un nuovo disco, a 6 anni di distanza dal precedente.
“Sulla testa dell’elefante” è un lavoro ricco di temi importanti e di suoni contemporanei, pur mantenendo i piedi ben piantati nelle radici folk rock, sonorità che caratterizzano la band fin dalla sua nascita.

Dopo averlo ascoltato in anteprima, abbiamo fortemente voluto incontrare il gruppo per saperne di più su questo affascinante nuovo prodotto discografico. L’evento si è concretizzato in un caldo pomeriggio primaverile in cui Giorgio Gobbo (voce e chitarre) e Antonio De Zanche (contrabbasso e basso elettrico), sono venuti a Milano per incontrare giornalisti e blogger. Questo è quanto ci siamo detti in quell’appartamento, dalle parti di corso Buenos Aires…

Vi definite “Un laboratorio elettro-acustico che si dedica, con cura artigianale, alla lavorazione di nuove forme per la musica folk e la canzone d’autore”, che già detta così per me è una cosa molto affascinante. Mi raccontate (brevemente) i passaggi fondamentali dei vostri primi 15 anni e, in particolare, l’evoluzione finale che ha fatto sparire l’aggettivo piccola dal vostro nome?
[Giorgio] Il momento fondante è proprio la scelta del nome “Piccola bottega Baltazar”. Bottega perché comunque volevamo lavorare con la musica, ma con la giovanile ingenuità e ambizione di farlo utilizzando un linguaggio personale, che non seguisse regole industriali, bensì artigianali. Siam partiti proprio con quest’idea, son passati ormai 15 anni e come diceva Jacques Brel “è stato difficile invecchiare senza diventare adulti”, però siamo a buon punto in tutte e due le cose, nel senso che rimane nel nostro lavoro lo slancio ideale di farlo con cura, dedicandovi tempo e pazienza. L’intento è di creare prodotti che siano veri il più possibile, questo è quello che cerchiamo di vendere all’ascoltatore. Un altro fattore importante, che ha contraddistinto la nostra evoluzione, è stato l’incontro con nuove personalità che sono entrate a far parte del nostro mondo, e noi siamo entrati nel loro. Artisti di teatro come Vasco Mirandola, Andrea Pennacchi ed altri. Del cinema, come Andrea Segre, con cui abbiamo sviluppato negli anni un percorso comune, molti suoi lavori sono stati musicati da noi. Della danza, con la compagnia Ottavo Giorno che si occupa di DanceAbility. Quest’attitudine è diventata uno dei nostri tratti distintivi, cioè la voglia, la disponibilità, di collaborare mettendo al servizio di altri quello che sappiamo fare. Nel presente non siamo più “piccola”, perché ormai stavamo stretti dentro la bottega con tutta la gente che va, che viene, collabora con noi, e viceversa. Era il tempo di fare l’azzardo e di occupare pure il vano attiguo, anche se non so se sapremo pagare l’affitto… (risata collettiva)

E Baltazar da dove arriva?
[G] Baltazar viene direttamente dal “Memoriale del convento” di Saramago, un romanzo il cui protagonista si chiamava così. Inizialmente eravamo Piccola Bottega e basta, poi Sergio Marchesini ha suggerito: “ma perché non Piccola Bottega Baltazar? Il padrone della bottega è Baltazar”, e così è nata…

Concerti, dischi, musica per teatro, danza e cinema. Tutte queste attività sono parte della vostra identità. Ce n’è una che vi piace particolarmente, che sentite più vostra?
[G] In realtà tutto quello che facciamo lo sentiamo nostro, ci prendiamo proprio il lusso di collaborare solo a progetti che sentiamo affini al nostro mondo, quindi non saprei… con declinazioni diverse, ma ci identifichiamo sia nel teatro, che nella danza che nel cinema.

1_Foto di Raffaella Vismara

Si intuisce, che lo fate perchè vi piace…
[G] Si si lo facciamo per… (pausa) denaro (risata generale), però non abbiamo raggiunto grandi risultati. Di base vorremmo essere dei Lanzichenecchi, dei mercenari, invece in realtà ci lanciamo in cose che rendono meno, ma che ci portano ad essere felici.

Ascoltando il vostro nuovo disco, “Sulla testa dell’elefante”, si percepisce un fortissimo legame tra il realismo geografico e la libertà artistica. Quanto influisce sulla vostra musica, il paesaggio che avete attorno?
[Antonio] Tutte le nostre canzoni derivano dal paesaggio tout-court, ma anche dal paesaggio umano che ci circonda. La nostra realtà è quella della provincia veneta, che vive una situazione  abbastanza complessa, all’interno di una regione passata dalla povertà alla ricchezza in pochi anni. Girando, puoi vedere i campi di mais accanto ai capannoni industriali e ultimamente c’è in primo piano il grande problema dell’integrazione con gli immigrati. Diciamo che è una fucina di spunti, di idee, quasi un laboratorio sociale dal quale traiamo grande ispirazione.
[G] A noi interessa molto l’essere umano, concetto che, paradossalmente, sembra negare il fatto che l’ambiente naturale entri dentro la nostra ispirazione. In realtà c’entra moltissimo, perché alla fine tutto ruota attorno a noi creature nude, sole, piccole, in mezzo all’habitat naturale, che in veneto è straordinario. Può essere metropolitano, con le sue contraddizioni, oppure marino, di alta montagna con le Dolomiti, a seconda di dove vogliamo collocare la nostra ambientazione. Quello che ci interessa veramente è raccontare l’essere umano nel suo contesto.

Il vostro disco è stato scritto proprio “sulla testa dell’elefante”, ovvero in cima al Monte Summano, sulle prealpi venete. Lo avete descritto come un luogo in bilico, soprattutto tra la pianura cittadina e la montagna selvaggia. Ascoltando le vostre canzoni, però, sia a livello melodico, sia di contenuti, si arriva ad una condizione di pace ed equilibrio interiore. Cos’è che, per voi, trasforma il bilico in equilibrio? Cosa vi fa trovare la stabilità?
[G] La consapevolezza che tale equilibrio sia precario, che non durerà nel tempo.
[A] Io aggiungerei anche, in qualche modo, l’accettazione dei propri limiti e dei propri difetti, che è un po’ anche il tema della canzone “rugby di periferia”…
[G] C’è anche il fatto di poter contare sui propri simili, avere una tensione nei loro confronti. Il nostro è un disco anche di grandi solitudini, ma è sempre presente questa attitudine verso la condivisione…

La vostra è una musica con evidenti radici folk, ma in questo lavoro sembra si accentui la necessità di arricchirla coniugandola a sonorità contemporanee. Si tratta “solo” di sperimentazione, o è anche nato il desiderio di ampliare la vostra potenziale base di ascolto?
[A] Questo è il modo in cui noi intendiamo il folk, che non dev’essere un genere “ da museo”, ma qualcosa di vivo, immerso nella nostra contemporaneità. Esige quindi l’apporto anche di sonorità diverse, più attuali rispetto a quelle che eravamo abituati a sentire come riferimento.
[G] Credo che sia  anche lo specchio delle nostre contraddizioni interne. Dentro abbiamo i suoni rassicuranti del folk, ma anche l’urlo di Riccardo Marogna nell’assolo di “venite adoremus”. Qualcosa di più moderno, quasi free jazz, siamo molto pieni di cose diverse, spesso anche in apparente contrasto fra loro. Come diceva Walt Whitman “siamo ampi, conteniamo moltitudini…”
[A] Infatti ogni volta che ci chiedono: “ma voi che genere fate ?” cosa risponderesti? E’ giusto dire folk, per l’esattezza new folk, ma questo termine ha un senso in America, in Inghilterra. Qui da noi se lo usi cosa si capisce? E se dici  semplicemente folk, vengono in mente i mandolini…

In fondo non conta classificare per genere… Io suggerirei: ascolta, immergiti e ne ricaverai qualcosa di buono…

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Nel disco spiccano intro e code strumentali che rendono ancor più intensi racconti sempre “di sostanza”. Sono quindi le melodie al servizio delle parole?
[G] Abbiamo cercato di mettere a fuoco quanto più era possibile l’aspetto musicale rispetto alla storia che stavamo raccontando in quel dato brano. Noi siamo una band, per cui ci risulta facile suonare insieme, lo facciamo da tanti anni. Abbiamo però cercato di tenere le briglie, portando la musica lì dove ci serviva, per fare arrivare più chiaramente all’ascoltatore quello che stavamo raccontando. In questo ci è stata molto utile la collaborazione con Carlo Carcano, quasi un membro aggiunto della band. Lui, ci fa proprio da specchio, è arrivato ad arrangiamenti quasi conclusi, con i suoi apporti musicali ci ha aiutati a mettere a fuoco quello che volevamo dire. Se siamo stati bravi le parti strumentali dovrebbero rendere più facile, per chi ascolta, immergersi nei testi.

Sono molto interessanti la metrica e la forma linguistica che usate per esprimervi. In particolare nel brano “La smortina innamorata” l’amore adolescente si fa poesia in rima, descritto con una discrezione e un pudore oggi in gran parte perdute. Si tratta di un omaggio nostalgico per un mondo che non c’è più, o di una “delicata provocazione” che inviti al recupero di un’affettività come la intendevano le generazioni che ci hanno preceduto?
[G] Per noi la poesia è qualcosa di attuale, anzi siamo sempre alla ricerca di poeti che riescano ad essere contemporanei. E’ quello che cerchiamo di fare anche nell’utilizzo del linguaggio, delle parole che usiamo nelle nostre canzoni. La smortina innamorata si rifà ad un canto popolare dal titolo “La smortina”. E’ un pezzo che parla dell’adolescente interiore; per noi che abbiamo superato da qualche anno quel passaggio dell’esistenza, probabilmente viene fuori anche un aspetto nostalgico. La sentiamo ancora presente dentro di noi questa fase della vita, che dura anche dopo che l’adolescenza si è ormai consumata.

Il primo singolo è “rugby di periferia”, in cui lo sport (che è un’attività caratterizzata dall’urto fisico in cui rimanere uniti è fondamentale) diventa metafora del coraggio che serve per affrontare le difficoltà della vita quotidiana. Immagino che abbiate fatto esperienza diretta per aver trovato parole così toccanti…
[G] (Sorriso)… si io ho giocato, Toni no, ma anche lui è un grande appassionato. Come spesso capita nelle nostre canzoni, le parole sono passate veramente per la carne prima di finire sulla carta. Speriamo di esser riusciti a far capire che non ci interessava tanto tessere le lodi dello sport rugby in sé, quanto più usarlo come metafora della vita che talvolta è un gioco duro, con all’interno molte contraddizioni. Come capita con il rugby, appunto, nel quale, accanto ad uno spirito originariamente “cavalleresco”, convive allo stesso tempo lo scontro fisico molto esasperato, che mira proprio a “mettere sotto” l’avversario. Un po’ come succede nella vita, niente è chiaro…
Questa canzone soprattutto parla di uomini che decidono, nonostante tutte le circostanze avverse, di rimanere in campo, di “continuare a dar peso alla terra”, come diceva il vecchio Omero, e per farlo scelgono di mettersi insieme in maniera solidale.

Tra l’altro so che il rugby in Veneto è uno sport piuttosto sentito, diverse squadre militano anche in serie A…
[G] e’ uno sport strano, ci siamo sempre chiesti perché alla fine sia particolarmente praticato in determinate zone d’Italia …
[A] Secondo me perché è un sport molto legato alla terra, all’agricoltura, al vino. Una volta ho avuto modo di conoscere un viticoltore sudafricano, e ovviamente non mi sono lasciato sfuggire l’occasione di parlare con lui di rugby. Questa persona mi faceva notare, giustamente, che i paesi in cui si pratica maggiormente, corrispondono anche alle nazioni che producono vino. Penso all’Australia, la Nuova Zelanda, il Sud Africa, la Francia e anche l’Italia. Le isole britanniche, che per motivi climatici non sono in grado di farlo, sono comunque grandi consumatrici di questa bevenda… Se ci pensi, l’Inghilterra è il primo paese consumatore di prosecco (risata collettiva).
C’è questo legame dello sport con i valori più autentici del vivere la terra…
[G] E’ strano, pur nascendo inizialmente come “sport da ricchi“, anche se comunque ci sono delle bellissime realtà in tutta Italia. Ad esempio a Milano c’è la squadra “stella rossa” che, fortemente impegnata nel sociale, è aperta a tutti, inclusi coloro che sono in carcere o appartengono a categorie svantaggiate. Il rugby è uno sport che si presta a creare unione fra le persone, visto che anche l’avversario spesso non è considerato un nemico, ma qualcuno che ti permette di confrontarti con i tuoi limiti…

In Foresto casa mia, sembra vogliate ribaltare la prospettiva tanto diffusa del “Padrone a casa mia” che spesso ci acceca, impedendoci di percepire gli altri, le loro storie, i loro viaggi. Il fatto che sia cantata in dialetto mi sembra ancor più “forte” come messaggio…
[G] E’ un canto d’amore per una terra che nello specifico è il veneto, ma che può essere inteso come qualsiasi luogo in cui arriva gente straniera. E’ dedicata proprio ai nostri conterranei cosiddetti autoctoni, perché possano riscoprire il piacere di essere aperti, di trovare il bello anche dove inizialmente possono nascere difficoltà nell’accettare, capire e “accogliere” il vicino di casa che, per dire, cucina cose diverse dalle nostre… Sappiamo che è un’attitudine  difficile da mettere del tutto in pratica nella realtà di ogni giorno, però crediamo che sia un’opportunità da non lasciarsi sfuggire, per cui dedichiamo questa canzone proprio a loro, augurandoci che si possano sentire “foresti”, forestieri…
[A] Avere la capacità di guardare la propria terra e le sue bellezze con l’occhio del forestiero, anziché essere continuamente ossessionati, sentirsi minacciati …
[G] Spesso purtroppo, a mio parere, la politica ci marcia un po’ sopra a questa cosa. Il veneto in realtà è un tipo umano molto particolare, nel senso che, come spesso capita a chi ha un’origine contadina,è più chiuso, ma allo stesso tempo è anche di cuore. Capita spesso di girare nei bar e sentire delle cose, mentre bevi il caffè, disumane, terribili… La sera dopo torni e vedi lo stesso tipo che le diceva, giocare a carte col ragazzo del Bangladesh (sorriso)… Alla fine, l’umanità ti sorprende sempre, mi piace quando lo fa in senso positivo. Foresto casa mia è un invito: “lasciatevi sorprendere dall’umanità!”

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E’ piuttosto evidente il forte legame con le tradizioni della vostra terra. Tra l’altro nel disco ci sono due brani in dialetto. Mi spiegate il motivo di questa scelta?
[G] E’ avvenuta spontaneamente, spesso le cose che raccontiamo in dialetto è perché sono accadute proprio in questa lingua. Ci piace l’idea di utilizzare il dialetto veneto che spesso, anche nel nostro stesso immaginario è considerato una “lingua bassa“ per esprimere concetti poetici. La cosa stupisce solo al primo sguardo. Se, ad esempio, pensiamo ad un artista come Andrea Zanzotto, uno dei più significativi poeti italiani della seconda metà del novecento, scriveva molto spesso in dialetto. Quello veneto non è solo la lingua delle goliardate, delle sagre delle salsicce, etc,ma anche qualcosa di più e ci piace! …
[A] Per poter esprimere certe cose il dialetto è molto più efficace dell’italiano, quindi per foresto casa mia ci voleva proprio..
[G] Per il pubblico veneto è molto comprensibile una canzone cantata in dialetto, la speranza è che anche chi non è della nostra regione possa cogliere, grazie alla melodia e alle parole che comunque restano comprensibili, il senso della canzone. Un po’ come quando ascolti Pino Daniele, anche se non sei napoletano lo capisci…

A proposito, mi piacerebbe comprendere cosa si dice (ed in che dialetto) nel testo di “Sora del mont”
[A] Quello non è proprio dialetto veneto (sorriso)… è un esperimento linguistico di grammelot, di esperanto, di dialetti nordestini, quindi c’è un po’ di veneto, di friulano, di trentino…
[G] Nasce quasi come un divertissement, però esprime anche un concetto che ci è caro, che abbiamo messo a fuoco nel tempo. Quello vissuto sulle cime della montagna, sulla “testa dell’elefante”, per noi che proveniamo dalla modernità, dalla città, è stato come una specie di viaggio sciamanico. Un perdersi, entrare in una dimensione che non è consueta, per poi tornare e restituire quell’esperienza. Mi è piaciuto prima, quando dicevi che  ascoltando il nostro disco si avverte un senso di equilibrio e serenità. Se riuscissimo a restituire anche queste sensazioni al pubblico, per me sarebbe una cosa che giustifica gli alberi che sono stati tagliati per produrre tutto questo (indica con la mano le pile di cd che stazionano sul tavolo, vicino a noi). Quindi in un viaggio sciamanico ci stava, aveva un senso, anche l’utilizzo di un linguaggio strano, di un esperimento linguistico di  questo tipo. Nella canzone c’è anche una lunga coda strumentale, che nella nostra immaginazione racconta un po’ di un trascorso extraterrestre, quasi psichedelico.

Ma siete tutti appassionati di montagna?
[G] No, ad esempio Riccardo Marogna odia la montagna e ama il mare (risata). E’ stata un’esperienza molto bella, anche se la convivenza forzata non è sempre facile – ci siamo fermati più di un mese d’estate e i primi d’autunno, il tutto per periodi lunghi e ripetuti. I testi del disco sono nati lì, lì abbiamo scoperto la bellezza della montagna, la bellezza dello stare insieme, ma anche le difficoltà che questo comporta. La montagna molto spesso è un ambiente naturale anche aspro, sempre magnifico in tutte le stagioni, ma a volte molto duro, ostile. Insomma abbiamo fatto diverse scoperte interessanti durante la nostra permanenza…
[A] Non è una montagna da cartolina, è una montagna vissuta anche nei suoi aspetti drammatici, che ti mette alla prova!

C’è un notevole senso etico che pervade i vostri testi, attraverso i quali analizzate con profondità e senso critico temi sempre attualicome la guerra,il fenomeno dell’immigrazione, la carenza di lavoro. Pensate sia fondamentale vivere pienamente immersi nel tempo contemporaneo,ed in qualche modo attraverso le canzoni diventarne testimoni creando spunti di riflessione?
[G] Credo che ci sia un’istanza politica di sottofondo nel nostro fare musica. Politica intesa in senso lato, nella quale l’espressione di valori umani diventa una tensione etica. Credo che faccia parte del ruolo di chi scrive saper parlare anche di questo, interrogare prima di tutto se stesso fino in fondo, per poi provare a raccontare cosa ha trovato: le contraddizioni, talvolta anche la sua indignazione rispetto a certi temi. Quest’attitudine è insita un po’ nel nostro dna e forse trae origine anche dalla grande famiglia alla quale ci piace pensare di appartenere, quella di cantautori che hanno saputo fare quest’operazione di racconto della realtà.

Siete sempre stati particolarmente attivi in veneto, ma molto meno nel resto d’Italia. E’ arrivato il momento buono per portare la vostra musica ovunque?
[A] Bella domanda! E’ arrivato, si dai, deve arrivare! Ci piacerebbe veramente uscire dal veneto e far conoscere la nostra musica ovunque in Italia, perché pensiamo ci sia gente disposta ad ascoltarla con attenzione e ad apprezzarla.
[G] Chiaramente ci basiamo molto sul passaparola, non abbiamo grandi mezzi, il che spiega anche perché fino ad ora siamo stati più circoscritti geograficamente. Speriamo con questo lavoro di riuscire ad arrivare a toccare il cuore di quanti più possibili ascoltatori anche in giro per l’Italia. Siamo solo all’inizio di questo lancio, ma ce lo auguriamo davvero!

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Ringraziamenti:
Eleonora Montesanti e Marta Pegoraro per l’ispirazione
Ellebi per il grande aiuto
Marta Falcon di Parole & Dintorni per la disponibilità
Raffaella Vismara per le foto

 

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