Voci dal Pending Lips: intervista a The Cat and The Fishbowl

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Intervista di Luca Franceschini

Matteo Bonavitacola e Filippo Gaudenzi sono i The Cat and The Fishbowl, un duo che ha saputo conquistare il Pending Lips grazie alla sua miscela equilibrata di folk tradizionale e pop solare e divertente. Una chitarra, un violino, qualche intreccio vocale, canzoni che spaziano tra l’inglese, l’italiano ed il francese. Una ricetta semplice, una proposta sincera e scanzonata che mi ha colpito sin dal primo ascolto e che ho per questo voluto approfondire con i diretti interessati, nel corso di una conversazione telefonica. Qui di seguito potete leggere quel che ci siamo detti. Teneteli d’occhio perché in autunno uscirà il loro primo ep e sarà senza dubbio interessante andarselo a sentire…

Per iniziare vi direi che vedendovi dal vivo al Pending, mi avete molto colpito per la vostra attitudine positiva e per il fatto che proponete un genere che in questo contest non si è visto quasi per niente. Siete stati un piacevole elemento di varietà, insomma…
Matteo: Ti ringrazio molto per le belle parole. Sono d’accordo con te infatti, con tutto il rispetto per le band che suonavano, non ci siamo mai sentiti molto in sintonia con la proposta del Pending. Sapevamo di portare qualcosa di diverso, anche se è oggettivamente difficile capire che cosa stiamo facendo ora a livello di generi. Ci siamo conosciuti esattamente due anni fa e siamo partiti da questo grande amore per il folk americano e per quello contemporaneo, oltre che dalla devozione per i mostri sacri del passato. Proseguendo, abbiamo incorporato anche alcuni elementi pop. Riflettendoci, credo che, adesso come adesso, io sia quello che porta più melodia nelle nostre composizioni, mentre Filippo ha più a che vedere con la malinconia. Però in generale la nostra musica oggi vive di una commistione molto particolare.

Come nasce un vostro pezzo? Immagino che debba essere un lavoro non da poco, far convivere queste due anime…
Filippo: Non lavoriamo insieme ma in parallelo: uno dei due porta la parte musicale di un brano, l’altro lavora al testo, poi mettiamo insieme le cose. Abbiamo un repertorio che è cantato in tre lingue: inglese, italiano e anche francese, perché io ho vissuto per un po’ di tempo in Francia e anche Matteo è stato a Bruxelles per un certo periodo. Quindi il fatto di usare lingue diverse ci porta anche un po’ ad adattare le musiche ai testi. Per quanto riguarda ad esempio il brano che abbiamo presentato alle selezioni del Pending, c’era già la musica da tempo ma non avevamo mai trovato nulla da metterci sopra. Una sera al pub ci siamo messi lì e in due ore e mezza abbiamo scritto tutto il testo…
Matteo: Su un sottobicchiere, tra l’altro (ride NDA)! Quello in effetti è stato il processo più corale che abbiamo avuto a livello di scrittura.
Filippo: Poi insieme decidiamo l’arrangiamento, in base anche alla natura della canzone, all’argomento del testo. Lavoriamo molto per immagini e tante delle nostre canzoni sono ironiche: ricollegandoci alla tradizione del folk, cerchiamo di essere il più naif possibili nel raccontare delle storie. Per cui ne abbiamo una che parla del primo giorno di primavera, un’altra che racconta di un pub a Rennes dove mi piaceva tirare tardi… quando cantiamo in italiano parliamo di sogni, di esperienze… procediamo per immagini, insomma.

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Voi siete un duo e questo sicuramente vi dà un’altra prospettiva rispetto ad una band vera e propria. In che modo essere in due determina il vostro progetto artistico? Non avete mai la tentazione o l’esigenza di coinvolgere altri musicisti per rendere più spessi gli arrangiamenti? È una soluzione che, per lo meno in studio, verrebbe piuttosto facile da adottare…
Matteo: In effetti sul palco ogni tanto ci sentiamo un po’ nudi. Essere in due non ti rende la vita facile come per certi versi lo fa essere in una band! Questo ci porta a fare delle cose molto diverse, rispetto a quello che faremmo se fossimo di più. Ad esempio, se ci fossero più componenti non lavorerei mai sul violino come faccio adesso, dovrei preoccuparmi molto meno di certi dettagli. E non ti nascondo che ogni tanto abbiamo paura di risultare un po’ troppo statici. Questo poi si porta dietro un’altra esigenza, che è quella di lavorare molto di più nell’interazione tra musica e parole, in modo tale da creare qualcosa di particolare, unico…
Filippo: La cosa più difficile è riuscire a creare un’unione col pubblico, un’intimità tra noi e loro per cui la gente si coinvolge con noi in quello che stiamo facendo e nasce un’interazione.
Matteo: Ci piace molto anche suonare in situazioni letteralmente unplugged, dove non siamo amplificati e microfonati, come abbiamo fatto poco fa in Parco Sempione, a Milano. Credo che la cosa più bella dell’essere in due si abbia proprio in questa facilità nel suonare, nel senso che sei sempre pronto, puoi metterti dovunque, non hai bisogno di attrezzatura od orpelli particolari.
Filippo: Per quanto riguarda invece la seconda parte della tua domanda, in questo momento siamo in studio per registrare un ep. Abbiamo effettivamente parlato con qualche batterista ma credo che l’urgenza più grande sia lavorare col produttore perché è lui che poi decide il tipo di suono che le canzoni prenderanno, quindi prima ancora di capire se ci saranno o meno dei guest, è importante parlarsi e capire le necessità reciproche.
Matteo: Poi in realtà, tra la scelta di rimanere nudi e crudi con le nostre canzoni e quella di provare invece ad aggiungere qualcosa di più, a mescolare elementi diversi, abbiamo scelto quest’ultima. Ci sta aiutando molto il nostro produttore: la cosa davvero strana è che ci siamo io che ho un’anima più pop, Filippo che è molto più folk, mentre invece lui proviene dal mondo del Punk. Sta uscendo un lavoro molto più strutturato di quello che avremmo creduto anche se dobbiamo sempre fare un bel lavoro per tenere i volumi e le frequenze ad un certo livello perché lui, abituato col punk, alzerebbe sempre tutto ad un livello assurdo (ride NDA)!

Parliamo del vostro monicker: mi sembra un qualcosa di molto simpatico e solare, in linea con le atmosfere della vostra musica. Potete dirmi qualcosa di più a riguardo?
Filippo: L’abbiamo scelto principalmente perché avevo visto questa immagine della faccia di un gatto dietro ad una boccia di pesci rossi e mi era sembrata molto divertente. Poi, quando ci siamo incontrati per la prima volta e si è trattato di capire quali gruppi piacessero ad entrambi, il primissimo nome che è venuto fuori è stato quello dei The Head and The Earth e quindi abbiamo pensato di adottarne uno simile, visto anche il fatto che siamo in due. Ci chiedono sempre quale dei due è Cat e quale Fish ma preferiamo sempre essere vaghi a riguardo (risate NDA)!

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Negli ultimi anni si è parlato molto di “New Folk”, con tutte queste band tipo Bon Iver, Mumford and Sons, Band Of Horses, Iron & Wine, che sembrano aver riportato in auge certe sonorità, soprattutto presso il pubblico più giovane. Mi piacerebbe sapere che cosa ne pensate, dove vi collocate rispetto a questa scena…
Matteo: Guarda, Bon Iver è il motivo per cui ci scioglieremo, prima o poi (ride NDA)…
Filippo: E’ bravo ma non mi piace!
Matteo: Appunto. Diciamo che appartiene a quella frangia del Folk contemporaneo che è più di ricerca e di sperimentazione e che a Filippo non piace per niente, soprattutto a livello di voce. Io personalmente lo adoro ma capisco anche che non è uno dei nostri modelli. Quando prima Filippo parlava di quella band, i The Head and The Heart: ecco loro hanno più a che vedere con il raccontare storie piuttosto che con la sperimentazione e quindi sono maggiormente in continuità con un certo passato. Per quanto riguarda i Mumford and Sons, sono forse uno dei problemi più grossi del Folk, hanno giocato delle carte più commerciali e hanno preso una deriva hipster che non ci piace e che non vorremmo assolutamente prendere anche noi. Vorremmo rimanere il più possibile legati alle radici, a quella che sentiamo essere la nostra vera essenza.
Filippo: Io ho fatto il percorso inverso, dal New Folk a quello tradizionale. Tre anni fa suonavo rock in una band e solo in un secondo momento mi sono ritrovato a suonare da solo e ho scoperto tutta una serie di altri artisti. Diciamo che oggi, i due che mi piacciono di più, quelli per cui ogni volta farei carte false pur di vederli suonare, sono The Tallest Man on Earth e Johnny Flynn. Da una parte c’è una preponderanza di melodia in noi che viene dalle nostre frequentazioni passate e che abbiamo poi unito al nostro amore per il Folk, che è arrivato in un secondo momento. Però mi chiedevi del New Folk: a me piace abbastanza, del resto se oggi questo genere è così in auge lo si deve anche a loro. Poi è vero che c’è questa componente modaiola che un po’ dà fastidio, soprattutto per quanto riguarda i vestiti…
Matteo: Sì, diciamo che una delle prerogative più importanti del Folk del passato è sempre stata l’onestà del raccontare storie che riguardavano tutti, da Bob Dylan a Nick Drake l’esigenza è sempre stata quella. Adesso forse questa cosa si è un po’ persa, è rimasto solamente un certo tipo di suono. Non lo so, forse ogni tanto mi piacerebbe vedere un po’ più di onestà, ecco.

L’ultima domanda è d’obbligo: che cosa vi ha lasciato l’esperienza del Pending Lips?
Matteo: Innanzitutto il fatto di aver scoperto che non era solo una nostra impressione, quella della validità dei nostri pezzi, nel senso che suonando lì abbiamo avuto la conferma della validità di quello che facciamo. Da questo punto di vista, è il contesto giusto perché da una parte c’è il pubblico ma dall’altra parte una giuria selezionata e competente, che è utile per avere un punto di vista esterno ed autorevole sulla tua produzione. Avevamo bisogno di un feedback strutturato per sapere se avevamo i numeri per andare avanti, per fare una cosa che potrebbe avere la potenzialità di piacere. Questo ci sta dando una motivazione enorme nella registrazione dell’ep e questo, più di ogni altra considerazione su quanta gente è venuta a sentirci, è stato il vero guadagno della nostra partecipazione al Pending.
Filippo: Sono d’accordo, è importante avere gente che ti dà un parere, e che non è per forza di cose la tua ragazza o il tuo amico. Poi la location è bellissima e la presenza della giuria tecnica e speciale ti dà l’occasione di avere una grande visibilità!

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Photo credits:
[3] [4] Niska Tognon

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Un pensiero riguardo “Voci dal Pending Lips: intervista a The Cat and The Fishbowl

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