Niccolò Fabi @ Parco Tittoni, Desio (Mb) – 30 Luglio 2016

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Articolo di Luca Franceschini, immagini sonore di Andrea Furlan

Dopo la leg teatrale il tour di Niccolò Fabi, complice l’estate, approda negli spazi Open Air. Una cornice forse meno adatta alla presentazione del nuovo album, “Una somma di piccole cose”, con le sue atmosfere acustiche e rarefatte, ma sicuramente funzionale a coloro che desiderano godere di un concerto tipo del cantautore romano, immediato e anche divertente, in bilico com’è tra pezzi riflessivi e brani più pop.
Il nuovo disco ci ha spiazzati non poco: la collaborazione con Daniele Silvestri e Max Gazzé, oltre ad aver aumentato in maniera esponenziale i consensi del pubblico, lo ha portato a spogliarsi di ogni orpello, di ogni certezza guadagnata in passato, per farlo approdare al suo disco più nudo e sincero di sempre. Un disco registrato in casa, da solo, con un’indole quasi “Do It Yourself” dei tempi che furono, un disco che flirta pericolosamente con certo indie folk che è diventato croce e delizia della scena internazionale.
Ma un disco che, a dispetto di tutto, riesce ad essere sincero e disarmante, allo stesso modo e forse di più del precedente “Ecco”, che portava con sé la terribile ferita della morte della figlia.
Figlia che è evocata anche in un brano toccante come “Facciamo finta”, uno dei più rappresentativi di un album che sembra abbia voluto fare i conti con tutto ciò che è oggi Niccolò Fabi, col suo “privato” e col suo “politico”, per usare le obsolete e fintissime categorie ideologiche degli anni ’70.

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Tant’è che a inizio concerto, esattamente come successe a teatro (la scaletta in effetti è identica, dal primo all’ultimo brano), decide di farci ascoltare le prime sei canzoni del disco. Una sorta di biglietto da visita, un mettere davanti le cose a cui tiene di più.
E non per forza deve farsi determinare da questo mood, tra l’altro. Perché se è vero che questo dialogo intimo con sé stesso è avvenuto su toni e accenti non certo allegri, è altrettanto evidente come la dimensione live faccia acquisire un nuovo senso a certe canzoni. È il caso, ad esempio, di “Non vale più”, che pur parlando di disillusione e di situazioni ben più complicate di quello che sembrano, viene avvolta da un’aurea di liberazione quando Niccolò dilata il finale facendo cantare e battere le mani al pubblico. Segno che da una parte chi ascolta non ascolta fino in fondo ciò che dicono le canzoni, ma anche che non sempre c’è bisogno di rievocare e rivivere pedissequamente l’occasione in cui sono nate.
“Una mano sugli occhi” però viene suonata così, come la grande canzone d’amore che è; l’unico modo, a ben vedere, in cui può essere scritta una canzone d’amore: la cronaca di un lungo viaggio, dove cambiano i paesaggi ma non la ragione ultima per cui si cammina. Che sia il più bel pezzo italiano dedicato a questa tematica da molto, troppo tempo, direi che è abbastanza indiscusso.
Terminata la prima sezione (che dura troppo poco, avrei voluto un’esecuzione integrale del disco, cosa che sarebbe stata coerente e sensata), comincia quella per cui tutti sono venuti, vale a dire un gigantesco Greatest Hits dove la scelta dei brani appare poco coraggiosa e pesantemente condizionata dai gusti del pubblico.

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È un bene? È un male? Qui ovviamente dipende dai singoli. D’estate si ha voglia di ballare al ritmo di ciò che si conosce bene quindi forse è stata una buona scelta quella di non cambiare di una virgola la setlist e puntare su un repertorio più pop.
Certo, è inizialmente interessante che ci venga permesso di confrontare “Una mano sugli occhi” con la molto più acerba e adolescenziale “Ostinatamente” (che è l’unico brano che non può definirsi classico, ma che è stato tirato fuori dai cassetti): capiamo che Niccolò ha fatto crescere la sua scrittura passo dopo passo, che niente è banale, che non era scontato arrivare fino a qui.
Il pezzo rimane quello che è ma l’arrangiamento è meno plasticoso e più “suonato”, con una prevalenza delle chitarre acustiche che è un po’ la prerogativa di questa nuova band.
Già, la band. Questo è un po’ l’oggetto del contendere del tour. Molti non se ne saranno accorti, ma Fabi non gira più con Angelini, Rondanini, e co. Ha deciso di seguire altri percorsi, di svecchiare il proprio sound, in corrispondenza di un’avventura discografica che, come abbiamo detto, lo ha visto mettersi a nudo come mai in precedenza.
E allora ecco reclutato il gruppo di Alberto Bianco, cantautore torinese dal sapore molto indie che io personalmente non ho mai digerito ma i cui consensi stanno crescendo notevolmente negli ultimi anni, anche forse per merito della collaborazione con Levante.

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Sono ragazzi giovani, sanno suonare e si divertono molto. Rispetto alle date in teatro, tra l’altro, appaiono anche molto migliorati e più affiatati con Niccolò.
Purtroppo devo però confermare quello che già scrissi in occasione del concerto all’Auditorium di Milano: l’effetto complessivo è ordinario, niente di più.
Gli arrangiamenti sono composti con cura ma senza grande fantasia, mirando più all’effetto accompagnamento e a riempire i vari brani, non a dar loro la necessaria profondità.
Ne risulta una resa complessiva gradevole ma piuttosto anonima, priva di personalità. Le sonorità sono prevalentemente acustiche, con la ritmica di Niccolò a fungere quasi sempre da struttura portante, spesso affiancata dalle tastiere di Matteo Giai (che a seconda dei momenti, suona anche basso e chitarra).
Poi c’è Damir Nefat alla chitarra solista: molto bravo, senza dubbio, ma i suoi assoli e i suoi fraseggi sono a volte fuori posto e vien da pensare che su certi brani sarebbe stato meglio lavorare di sottrazione, piuttosto che di aggiunta. Non fraintendiamo, però: è stato tutto molto gradevole anche perché le canzoni scelte sono quelle più amate dal pubblico e a cui è giusto affidarsi se si vuole andare sul sicuro. Da questo punto di vista, “Vento d’estate” e “Lasciarsi un giorno a Roma” sono state perfette confermandosi come le due grandissime pop song che sono.

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Non a caso, però, gli unici momenti davvero sublimi del vecchio repertorio, quelli dove si è respirata quella grandezza che Niccolò è capace di portare, sono stati “Solo un uomo” e “Costruire”. Probabilmente perché legati a quei temi universali che ogni vero artista dovrebbe inseguire, ma anche e soprattutto perché sono canzoni assolute, tra i punti più alti del cantautorato italiano degli ultimi anni.
Ecco, questi due momenti hanno brillato a prescindere, anche con questa band. Tanto che verrebbe quasi da dire che se la setlist avesse incorporato più brani di questo tenore (“La promessa”, ad esempio, è stata sciaguratamente lasciata fuori), il concerto ne avrebbe beneficiato.
In conclusione, comunque, possiamo dire poco: il pubblico ha partecipato con affetto e passione (pochi telefonini, grazie al cielo) e se ne è andato a casa più che soddisfatto. Niccolò è apparso affabile e gentile come sempre, contentissimo di trovarsi lì e molto sereno in questa sua nuova dimensione. Non rimpiange la vecchia band e si capisce perfettamente che ha avuto voglia di cambiare.
A noi “critici” (mi fa ridere definirmi tale ma è così che molti ci chiamano) spetta il compito di fare le pulci e di sottolineare particolari scomodi. Quindi non ho problemi ad ammettere che spero in un ritorno di Roberto Angelini, Fabio Rondanini e tutti i meravigliosi musicisti del precedente gruppo. Per il momento però, se lui è contento va bene anche a noi…

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2 pensieri riguardo “Niccolò Fabi @ Parco Tittoni, Desio (Mb) – 30 Luglio 2016

    […] diverso dagli altri due che hai visto, e non lo dico solo perché saremo in tre sul palco. E già a Desio è stato diverso rispetto a Milano (per citare i due del tour che mi hai detto di avere visto) […]

    […] al basso, ai cori, che comprende anche Filippo Cornaglia, Matteo Giai e Damir Nefat. A suo tempo non avevo scritto proprio bene di loro, lo stesso Niccolò, quando lo avevo intervistato, mi aveva detto di avere pazienza e io ho […]

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