Roberto Vecchioni canta le sue storie di felicità nella straordinaria cornice del parco della biodiversità

Postato il Aggiornato il

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Articolo di Iolanda Raffaele

Il 15 settembre è una data che ricorderò a lungo, un po’ come quelle prime volte che non si scordano mai.
Per lui, però, non è stata la prima volta, “in Calabria sono venuto tante volte” – ha detto -, “è una delle terre che ho visto di più”.
E così dai miei pochi o tanti 29 anni guardo quell’uomo sulla settantina, settantatré per la precisione, e inizio ad ascoltare la voce di colui che è tre e più persone in una: Roberto Vecchioni o meglio Roberto Michele Massimo Vecchioni.


Sì, perché da un personaggio così straordinario ci si deve aspettare anche un elenco infinito di nomi che pochi sanno, sfuggendo ai più.
Non sfuggono, invece, la bellezza dei testi, le musiche studiate e mai a caso, le canzoni che sembrano racconti, poesie di vita ed omaggi alla stessa, anche se dentro ad esse la malinconia e la tristezza si mescolano, non si nascondono.
D’un tratto il palco si trasforma in quella cattedra su cui è salito per tanti anni come professore e docente, mentre il pubblico presente, di ogni età, diventa una classe di alunni senza numero e senza tempo.

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Tutti, veramente tutti, in mezzo al verde Parco della Biodiversità di Catanzaro, sotto la luna piena di un settembre quasi estivo, a sentire con il cuore le sue melodie, a non perdere neanche una canzone.
L’occasione di incontro tanto attesa per la comunità catanzarese e non solo è stata, infatti, la X edizione di “Settembre al Parco – NaturArt: suoni, voci e forme della natura”, che ha consentito di ospitare questo grande artista e la sua band (Ruggero Pazzaglia, Marco Magelli, Massimo Gelmini e Lucio Fabbri) assaporando il suo tour “La vita che si ama”, ispirato all’ultimo libro, edito da Einaudi, in cui esplora la felicità a partire dagli affetti.

Si tratta di 45 canzoni in cui sono trasfusi i frammenti e le tracce della sua memoria personale e in cui vengono un po’ accantonati i personaggi storici e mitici, per guardare alla sfera più intima, profonda e inconsueta.
Vecchioni con la saggezza e l’ironia di moderno intellettuale, invita il pubblico caloroso e partecipe a cercare e trovare la felicità nelle piccole cose, anche nelle difficoltà, perché, in fondo, “la malinconia è la felicità del dolore”.
Racconta dei suoi cari, dell’amore, delle pubblicità ormai vuote e sterili, ride e irride con leggerezza. Parla di mito e richiama storie da “le Mille e una notte”, respira l’aria della Magna Graecia che conosce bene, ma soprattutto concede un magico momento di musica.

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E così, romanticismo e amore universale attraversano “Chiamami ancora amore”, canzone che lo portò alla vittoria a Sanremo 2011. Riflessione e spinta al coraggio gridano in “Figlio, figlio, figlio”, che si intreccia a “ Sogna ragazzo sogna”, in cui l’appello ai giovani è di non arrendersi davanti ai mille ostacoli e disagi che intralciano l’età della crescita, di vivere con dignità, affrontando con grinta ogni sfida. La nostalgia e un’occhiata al futuro nel presente colorano “Un lungo addio” dedicata alla figlia, mentre il cielo si illumina con “Luci a San Siro”, uno sguardo autobiografico alla sua Milano, perché la luce della giovinezza e della felicità continui a brillare.

Nel finale la simpatica “Samarcanda” fa danzare con i suoi ritmi orecchiabili, con i temi della natura, della morte, dell’amore, degli affetti e della poesia. Tra le note e qualche sigaro, cala il sipario su una serata straordinaria e su di lui, il caro professor Vecchioni, che si congeda portando con sé tanti pezzi della Calabria, una regione che lo ama e lo ringrazia attraverso l’affetto della gente e con la scultura del “Pitagora d’argento” dell’orafo crotonese Michele Affidato.

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Photo credit: Michele Varcasia

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