Milo Scaglioni: La musica dovrebbe far ridere, piangere, fare incazzare, rendere pensosi o spensierati, se no è solo rumore

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Intervista di E. Joshin Galani

Profuma di note di cuore questo regalo settembrino che ci arriva da Milo Scaglioni, “A Simple Present”, riassunto di una vita, viaggi che si snodano nei binari che corrono tra Codogno, Manchester, Roma e Milano.
Un debutto discografico solista, dopo aver accompagnato al basso Jim Noir nel 2006 ed in tempi recenti, facendo parte della formazione dei The Beep Seals e successivamente dei Jennifer Gentle. Da sei anni suona con Dellera, accompagnandolo anche al basso nei tour. Ha collaborato con i Thee Elephant e Sonic Jesus.


Milo Scaglioni, cantautore nel senso più allargato del termine, scivola con la voce morbida, ma la dolcezza è un superamento delle burrasche, un ritrovarsi nel qui e ora, piuttosto che nei contenuti che costellano il disco.
Un album così intimo a cui mi sento di approcciare in maniera altrettanto delicata, cercando di non violarne la sincera genuinità di cui è permeato.
Ho incontrato Milo e ne è uscita una lunghissima chiacchierata, ho raccolto di seguito l’essenziale.

Un esordio con un disco bellissimo, si deducono le tue passioni musicali, ed è forte di una tua identità sonora. Nel 2013 “Stone Cold Sober” uscì nella compilation Gas Vintage Super Session. Qual è stato il cammino per la realizzazione completa dell’album?
Prima di tutto grazie. E’ stato un periodo di sviluppo sia per quanto riguarda me stesso come persona, che come musicista. Sicuramente anche le canzoni sono cresciute e se ne sono aggiunte parecchie nuove. Si è trattato prima di trovare il coraggio di prendere sul serio l’idea di fare un mio disco e poi di partire per il sud est studio di Guagnano (LE) per iniziare a registrare. Al sud est mi è venuto a trovare Gianluca De Rubertis, che era in vacanza e in un paio d’ore ha registrato il pianoforte di Sea of Misery e quello di Stone Cold Sober. Poi è passato un po’ di tempo e mi sono spostato all’Edac Studio di Fino Mornasco per lavorare al disco insieme ai Winstons, che stavano ancora registrando il loro primo album. Un paio di giorni in studio con loro, registrando dal vivo e su nastro, e poi ancora due sessioni, una per le voci e una per il mix e master.

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Musicalmente troviamo un amalgama di song pop, folk, psichedelico. Al disco hanno collaborato i tuoi amici musicisti, ce ne parli?
Sul disco insieme a me suonano Gianluca De Rubertis, Roberto Dellera, che ha suonato il basso in 5 tracce, Enrico Gabrielli che ha suonato pianoforti, organi e fiati, Lino Gitto alla batteria e Simone Prudenzano, che ha suonato le percussioni su Stone Cold Sober.

E’ sempre difficile parlare di gusti, ma la sensibilità che traspare sia musicalmente che nei testi mi spinge a chiederti cosa ti affascina in una composizione?
Dipende dal tipo di composizione. Apprezzo tutta la musica che riesce a muovermi emotivamente, o al limite quella che riesce a farmi muovere il piede per tenere il tempo. Invece non mi piace che la musica arrivi contraffatta, uno scimmiottamento metodico e magari impeccabile dal punto di vista tecnico di qualcosa. La musica dovrebbe far ridere, piangere, fare incazzare, rendere pensosi o spensierati, se no è solo rumore.

Hai vissuto a Manchester 10  anni, i tuoi testi sono in inglese, una scelta legata alla musicalità della lingua, perché ti viene più immediato comporre in inglese o altro?
Mi viene più immediato perché ho incominciato a scrivere in inglese, e anche perché questa è una lingua che si presta dal punto di vista metrico alla musica che mi viene naturale scrivere. Ma i testi sono molto importanti per me ed è un peccato che parte dei miei sforzi per dire qualcosa vadano persi con il pubblico italiano. Mi cimenterò anche con la mia lingua prima o poi.

Cosa ti ha lasciato l’esperienza musicale all’estero? Sei tornato perché si era concluso un ciclo?
Mi ha lasciato molte esperienze, aneddoti e un bagaglio che oltre a essere musicale è di fatto anche 10 anni della mia vita, dai 19 alla fine dei vent’anni…Ma come dici si era chiuso un ciclo ed ho dovuto scegliere dove farlo ripartire, ha vinto l’Italia perché da qui ero praticamente scappato ed era giunto il momento di guardare in faccia la realtà. In Inghilterra ci torno spesso ed ho una specie di famiglia fatta di amici, sapere che la porta è aperta anche lì mi basta a non percepire alcuna frattura con quel mondo.

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10 sono anche i quadretti poetici che hai musicato, che distanza o vicinanza compositiva hanno i brani?
Alcuni, tipo Stone Cold Sober, sono vecchi, forse quella canzone ha già compiuto 10 anni, alcuni nuovi, Enough is not Enough ad esempio l’ho scritta in studio a Guagnano e l’ho registrata all’Edac di Fino Mornasco.

I testi, più che la struttura del racconto, hanno quella visiva dell’emozione, una poetica che trabocca di temi sull’identità, su precipizi, smarrimento, nostalgie, dolori … sembrano molte onde impetuose che giungono morbide a riva, dissolvendosi; mi è parso un po’ questo il senso globale del titolo, un regalo nel presente, ma anche un punto e a capo rispetto al passato
E’ vero, è così.

Anche il senso della propria direzione pare un tema ricorrente assieme all’essere profondamente l’espressione di quello che si è. E’ complicato manifestarsi, riflettendo fuori quello che si è dentro?
Quella è una conseguenza, la cosa difficile è sapere chi si è, anche perché si cambia in continuazione…

In mezzo a tante amarezze, c’è anche un senso di speranza, di direzione, un mantra, nell’ultima frase di “Baffled Mirror”: “ Costruisci un mondo tutto tuo, puoi”
Certo, io non sono disperato, anche se ci sono dei momenti in cui non vedo via d’uscita né sento gli stimoli per cercarla. Ma la vita è condizionata dai nostri occhi, da quello che vediamo e che sappiamo prendere, dalla nostra voglia di capire e dal coraggio di vedersi per quello che si è, e tutto questo ha un prezzo. Mi viene in mente il teatrino de “Il lupo della steppa” e la scritta che si trova all’entrata: il costo del biglietto è la vostra mente.

C’è spazio anche per aspetti sognanti come in Letter for Pretty
La vita è sogno

C’è una lunga session musicale nel brano che chiude il disco Enough is not Enough più di 8 minuti di durata che lascia un grande senso di spazio, dello stesso brano mesi fa è uscito in anteprima il video. Quali altri prevedi di pubblicare?
Uscirà a breve il video di Black Dog n°7, diretto da Attilio Marasco e Serena Malacco.

Come hai scelto di registrare l’album?
E’ registrato per buona parte dal vivo e su nastro.

Su quali palchi ti vedremo prossimamente?
Ci sarà un tour autunnale in via di definizione, queste le date, per ora:
Ottobre:
19 Maglie
20 Bitonto
21 Alberobello
22 Pulsano
26 Lamezia Terme
27 Ragusa
28 Barcellona PDG
30 Napoli
31 Vitulazio
Novembre:
1 Roma
4 Manchester
5 Osio Sopra (BG)

Un tour dall’Inghilterra all’Italia, come i tragitti della sua vita musicale.

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