Marabou – cosa c’è alla fine dell’arcobaleno?

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Intervista di Luca Franceschini

Marabou è il monicker dietro cui si nasconde Giovanni Alessandro Spina, giovane artista romano che, dopo un passato all’insegna del rock ha declinato il suo desiderio espressivo nei suoi numerosi ascolti e ha scelto il linguaggio della musica elettronica come il più adatto per esprimere quel che aveva da comunicare. “The End of the Rainbow” è il suo primo lavoro, anticipato dal singolo “Lovely” già questa primavera. Un disco dalle atmosfere malinconiche, molto vario dal punto di vista compositivo, dove loop e sintetizzatori non sono freddi e impersonali ma al contrario vengono utilizzati sempre al servizio delle singole canzoni. In poche parole, che dietro c’è un background molto variegato si sente eccome e non ci siamo stupiti neppure quando abbiamo saputo che sono previste delle date dal vivo. Anzi, siamo sicuri che sarà una dimensione dove avremo modo di apprezzarlo ulteriormente.
Abbiamo scambiato quattro chiacchiere via Skype con Giovanni e questo è il resoconto di quel che è venuto fuori: nonostante i problemi tecnici che ci hanno funestato per tutto il tempo, siamo riusciti a portarla a casa!

Per prima cosa direi di introdurre il tuo progetto a chi ancora non ti conosce…
Il progetto è nato dalla mia esigenza di suonare da solo. Mi sono ritrovato a fare musica e non avendo compagni che mi potessero seguire, ho deciso di andare avanti da solo. Ho capito che l’opzione più comoda sarebbe stata il computer e da lì ho iniziato ad avvicinarmi al suono dei sintetizzatori che per me era una cosa nuova, venivo dal mondo del rock, suonavo roba in stile Interpol, quelle robe lì. Però ho avuto sempre ascolti piuttosto vari per cui non è stato difficile.
Quello che faccio deriva semplicemente da ciò che mi viene al momento, non ho un’influenza esterna che possa identificare la mia musica. Mi ispiro ai suoni che mi passano per la testa. Come tipologia di sound ho sempre puntato a sfruttare al cento per cento determinati strumenti ma mi sono reso conto pian piano che questo tipo di musica mi portava a sovrapporne diversi tipi per creare una certa atmosfera. È lì che ho cominciato a cercare altri musicisti che mi potessero supportare dal vivo e ho reclutato Valerio Giannetto alle percussioni e Simone Corsaro al Synth, i due ragazzi che sono indicati nel booklet del cd, due miei amici carissimi che mi hanno sempre supportato, che mi seguono costantemente anche se ci troviamo in luoghi diversi d’italia e che hanno sempre influenzato i miei ascolti. Veniamo da percorso diversi ma ci siamo sempre ritrovati insieme.

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E’ un disco elettronico ma è anche un disco “suonato”, se mi permetti il termine. C’è una componente elettronica che però è al servizio di pezzi che sembrano classicamente suonati. E poi è un disco molto vario, i vari episodi vivono di atmosfere diverse e questo lo rende interessante, non annoia…
Diciamo che la composizione parte sempre dal mio istinto, parto dal ritmo, dalle percussioni e mi lascio andare pian piano. Questo mi permette di creare tanti tipi di atmosfere perché è tutto di getto, si sviluppa autonomamente. A livello di sound, di varietà, come dici tu, sicuramente c’è una base elettronica ma poi ci ho messo dentro tutti i miei ascolti, così che i brani sono stati strutturati senza essere legati per forza di cose a determinate entrate e uscite di loop, a soluzioni che in questo genere sono piuttosto abusate. Ho avuto sempre questo metodo di scrittura, l’ho poi adattato in modo piuttosto naturale a questo mondo musicale che affronto da poco tempo.

Da che cosa deriva, secondo te, questo dilagare dell’elettronica negli ultimi anni? La usano tutti, anche chi non fa propriamente questo tipo di musica. Al di là della diffusione maggiore del computer, dei programmi che permettono di comporre e registrare, potrebbe anche esserci dietro una sorta di scomparsa delle band? Ci sono sempre più artisti che scrivono e pubblicano da soli, nel chiuso della loro stanza, il gruppo che suona nel garage di casa è un po’ passato di moda, non trovi? 
A parte chi ha questa passione, questo attaccamento per la musica elettronica sin dall’inizio, credo che il ritrovarsi solo nasca dalle problematiche che abbiamo in Italia: non c’è uno spirito d’iniziativa, di promozione per quanto riguarda le band locali e di conseguenza ci si ritrova sempre in difficoltà. Chi si approccia a questo tipo di musica credo sia una persona legata alla propria intimità. Io ragiono così: mi trovo bene a scrivere da solo, senza influenze esterne, senza avere a che fare con quegli scazzi che per forza di cose devi affrontare se suoni in una band. Da un certo punto di vista, parlo della scrittura e della consapevolezza che si può raggiungere sul valore di un brano, stare da soli è molto meglio, è più facile. Di conseguenza, potrebbe anche essere come dici tu, che è più facile, però nello stesso tempo è anche difficile perché hai a che fare con una situazione diversa, con strumentazioni diverse, perché sono macchine che in un certo senso vanno da sole, non è così facile controllarle.

Per quanto riguarda invece l’uso generico dei loop, io credo che sia legato al discorso live: tanti artisti utilizzano l’elettronica anche sul palco, per riempire. A me personalmente questo non piace, preferisco sempre suonare tutto direttamente ed è per questo che dal vivo ho chiesto a questi miei amici di accompagnarmi. Io stesso, quando scrivo un brano, lo concepisco sempre per essere suonato da più persone.

L’artwork del disco è davvero bello, sia la copertina che le illustrazioni all’interno del booklet. Ci vedo dentro un senso di liberazione ma anche di sofferenza, in un certo qual modo. Non ho letto i testi ma mi pare che ci sia una sorta di filo conduttore… Me ne vuoi parlare?
È stata un’idea della mia ragazza, abbiamo condiviso molto tempo insieme e ci abbiamo lavorato parecchio. Il senso dovrebbe essere quello della dispersione, l’essere in un posto ma il sentirsi allo stesso tempo isolato dal mondo. Per quanto riguarda il legame con i testi e le atmosfere musicali, diciamo che c’è sempre questa sorta di malinconia, di solitudine che potrebbe legare entrambe le cose. L’atmosfera è quella lì, non saprei davvero come definirla, a parte la loro fluidità, la loro melodicità. I testi sono abbastanza personali, non ci troverei una vera e propria connessione con la copertina, ma il fatto di essere abbastanza “astratti”, per così dire, fa sì che poi la gente li possa interpretare anche per come li vede…

Ma che cosa significa esattamente “The End of the Rainbow”? C’è per caso un qualche riferimento alla pentola d’oro della famosa fiaba?
No, non c’è nessun legame con quello. Si tratta piuttosto di una domanda che mi sono posto sin da quando ero piccolo: “Che cosa c’è alla fine dell’arcobaleno?”. Si tratta di una sorta di punto di snodo di tutti gli interrogativi, di tutte le questioni che normalmente tutti ci facciamo, soprattutto quando si arriva alla mia età. L’inquietudine, ecco che cosa vedo in questa domanda. Una sorta di ricerca perenne ma anche di speranza, perché in fondo l’arcobaleno trasmette anche questo, grazie ai suoi colori.

A giudicare dal tuo approccio alle canzoni, ma anche a leggere qua e là quello che ti riguarda, pare che la musica nella tua vita sia molto di più di una passione…
Beh, la musica è ciò che ti permette di farti uscire da un periodo brutto, da qualsiasi cosa che in quel momento ti sta uccidendo psicologicamente. È un qualcosa che aiuta parecchi anche se chiaramente dobbiamo essere noi stessi a lasciarci andare perché non succede automaticamente che essa ti salvi. Diciamo che io ho questo modo particolare di vivere la musica, per cui associo determinati brani a certi periodi della mia vita e quando me li vado a risentire, provo le stesse emozioni, quindi direi che oltre a farti uscire da un periodo buio, potrebbe anche farti ripiombare dentro un incubo…

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Hai scelto di firmare con Costello’s: come ti trovi con loro?
Guarda, i ragazzi sono davvero fantastici. Appartengono a quella categoria di persone che fa quello che fa per passione, credono in quel che portano avanti, per loro non è solamente un lavoro. La cosa è nata dal mio tentativo di iscrivermi al Pending Lips: alla fine non ho partecipato però si è stabilito un contatto, la mia musica è piaciuta e quindi mi hanno proposto di lavorare con loro. Devo dire che è stata assolutamente la scelta giusta!

Come sta andando il disco?
Guarda, in realtà deve ancora uscire (ride NDA. L’intervista è stata fatta a fine settembre)

Hai ragione! Scusami ma ho la mia copia da un po’ e ho perso la cognizione del tempo…
Figurati, ti capisco (risate NDA)

Puoi però dirmi qualcosa riguardo alle reazioni di chi lo ha ascoltato?
Le reazioni sono state positive, per ora. In molti, come te, hanno notato la varietà del songwriting, per cui per il momento non mi lamento…

Che aspettative hai? È un momento storico dove può essere veramente difficile farsi notare per la propria musica…
Non vorrei peccare di presunzione ma le mie aspettative sono piuttosto alte. Penso che bisogna portare avanti le proprie idee fino in fondo, fino a quando non si riesce a spaccare. A livello di obiettivi, vorrei puntare più sul mercato europeo perché qui in Italia, per quanto ci possa essere una cultura di nicchia, non si può pensare di farsi conoscere in un certo modo, non è un contesto che aiuta. Non ho limitazioni di lingua per cui credo che non sarà difficile affacciarsi su questo mercato, poi vedremo come andrà…

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