Bellinzona Blues Sessions 2016

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Articolo di Giuseppe Spanò Greco

Immagini sonore di Antonio Spanò Greco

Terza serata di blues a Bellinzona. Ci sono anch’io. E’ un appuntamento ormai imperdibile. Antonio mi racconta delle serate precedenti ed io non vedo l’ora che le note mi sommergano come mille gocce di un potente temporale.

Le sei del pomeriggio dopo la sconfitta della Svizzera agli europei di calcio non è proprio l’ora migliore per iniziare a proporre novità. Manca l’atmosfera, mancano le luci della sera, il buio della notte, la gente che riempie la piazza sbuffando inequivocabili aliti blues. Ma qualcuno deve pur iniziare. Il programma e intenso e pieno. Tocca a Faris Amine. Il più innovativo della serata. La sua musica è un fantastico mix di deserto, pianura padana, preappennini e Mississippi. Ne esce un suono ipnotico e meditativo che ben si sposa con la sua aria assente e serafica quasi da asceta della musica. Sono chiare le radici arabe, delle sue passeggiate nel deserto e nel caldo africano, ma emergono altrettanto chiare il richiamo delle rive del Mississippi e del blues primordiale che fa pensare a discriminazione, fatica, dolore, passione, lotte e feste, gioia di vivere. Faris ripropone il suo CD (Mississippi To Sahara) in cui i titoli riprendono brani famosi del “vecchio” blues ma lo trasportano, anzi lo riportano alla sua terra di origine reinterpretandolo e conferendogli quel tono di misticismo mai perduto ma sempre meno evidente nelle produzioni moderne. Quando finisce la sua fatica – accompagnato da Pier Bernardi al basso e Giovanni Amighetti alle tastiere – la piazza gli tributa un grande e sincero applauso che nonostante provenga da un numero ridotto di persone si fa sentire abbastanza da costringerlo al bis. Più tardi approfitterò per fare una foto con lui. Ho già il suo cd autografato e ne sono orgoglioso. Forse non è piaciuto a tutti – le persone, tra cui alcuni musicisti conosciuti, hanno espresso apprezzamenti convinti – ma sicuramente qualcosa di nuovo che va ascoltato in religioso silenzio in attesa dei prossimi impegni, Ben Harper e Taj Mahal permettendo, considerata l’attenzione che hanno rivolto verso Faris.

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La serata continua e promette esibizioni anch’esse eccezionali per musica e interpreti.  Dopo poco meno di 20 minuti la musica riparte con Larry Garner & Michael Van Merwyk Blues Band. Una band nata dall’incontro, non so quanto casuale, tra un consacrato paladino del blues, Larry, e un novello alfiere, Michael, della musica del diavolo. Larry, affermatissimo compositore e virtuoso della sei corde inizia e fin dalle prime note accende l’aria della piazza e attira l’attenzione di qualche distratto. E’ nato in Louisiana nel ’52, nell’88 ha vinto il BB KING Lucille Award e nella sua carriera ha vinto molti altri Award come migliore artista blues. Definiscono il suo stile come un mix tra lo stile tipico (Swamp blues) della Louisiana e le sonorità più moderne. Fatto sta che affronta i suoi brani con grande carica emotiva. Istrionico e grande affabulatore snocciola note e parole, canta e racconta, si perde e ci fa perdere tra le note della sua chitarra e d’incanto ti ritrovi ad ascoltare le sue storie e i suoi sogni…Michael è un altro mago della voce e della chitarra. Secondo classificato all’International Blues Challenge di Memphis nel 2013 integra il sound di Larry alla perfezione eseguendo mirabili assoli e fraseggi ad effetto fino a proporre i suoi brani e a riempire il centro di Bellinzona con la sua voce profonda e potentemente blues. Mi è sembrato di riconoscere, tra i tanti pezzi proposti, Keep On Singing The Blues, Jook Join Woman, Cold Chills per Larry e  Blues garage, The Bear, Cheeky Darling, Happy man, per Michael, ma potrei anche sbagliarmi. Comunque tutti brani eseguiti “spaccano” l’aria elvetica come fendenti contro vento e compiacciono un pubblico che aumenta mano a mano che cala la sera. Su You Tube ho trovato anche godibilissime versioni  acustiche dei nostri nuovi eroi.

 

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Il tempo strettamente necessario per cambiare gli strumenti ed ecco che sul palco arriva Lurry Bell Chicago Blues Explosion. Altra band che dagli States, al seguito del figlio del leggendario armonicista Carey Bell, si presenta alla piazza oramai piena per esibirsi come una delle migliori blues band che si possa sentire in circolazione. La band è composta da grandi musicisti: Melvin Smith al basso, Anderson “Sonny” Edwards alle tastiere e Willie Hayes alla batteria. Basta un attimo e la temperatura si alza immediatamente nonostante la serata piuttosto fresca. Ottima espressione del c.d. Chicago Blues, emerge chiaramente la personalità di Lurry e tutti i musicisti ruotano attorno ai suoi riff e alle sue ipnotiche armonie. Grandissimi. Noto che tutti i chitarristi che si sono esibiti stasera hanno buttato via il plettro e suonano con le dita. La morbidezza e l’espressività del suono ne guadagnano decisamente!

Manca solo l’ultimo gruppo: Deitra Farr & The Soul Gift Revue. La stanchezza si fa sentire (c’ho un’età…),  il fresco della sera ha consigliato a molti di coprirsi un po’, ma non ci si può perdere l’ultima scarica dei fuochi d’artificio. Il palco si riempie di nuovo e la musica inonda di nuovo piazza, aria, alberi, spiriti buoni e maligni. L’introduzione inizia con un organista “acrobatico” di nome Raphael Wressing, che comincia a fare scintille, accompagnato dal batterista Silvio Berger, da Alex Schultz, funambolico chitarrista tedesco, Andrea See e Horts-Michael Schaffer, rispettivamente sax e tromba e dopo due brani di riscaldamento, si fa per dire, entra in scena  Deitra Farr. L’impatto vocale per carica, grinta, entusiasmo, e perché no, trasporto emotivo e sexy, è imponente. E’ uno schiaffo che sveglia qualche stanco ascoltare che, come noi, è da sei ore immerso in questa piazza incredibile.

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Tra un gruppo e l’altro, tra un discorso iniziato a squarcia gola per sentirsi e finito per dire a gesti “ok ne parliamo dopo”, pur sapendo che non ci sarà un dopo perché saremo troppo stanchi per riprendere qualsiasi discorso, si arriva alla fine. E’ l’una passata. Beviamo un’altra birra? Ok. Salutiamo gli amici musicisti, gli amici della COPASO, le persone che abbiamo conosciuto stasera, ci si da appuntamento ad un prossimo evento e si commenta qualche esibizione, qualche brano, cosa è piaciuto e cosa no, ma si è contenti. In sette ore di musica sfrenata si è attraversato il mondo. Senza toccare mai terra abbiamo attraversato il deserto con Faris volando fino al Misissippi. Ci si è affacciati sulla Lousiana e passando da Chicago siamo tornati in Europa. Il blues è universale, forse come tutta la musica, ma nel blues c’è tutto lo spirito delle nostre comuni origini e ricordando e guardando a quelle origini forse si può comprendere che non potranno mai esistere muri abbastanza resistenti per tenerci lontani.

Stay Blues, Live Blues, Love Blues!

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