Murubutu – L’uomo che viaggiava nel vento e altri racconti di brezze e correnti (Mandibola Records, 2016)

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Articolo di Giovanni Tamburino

«È il miglior cantautore senza note o parole
Nella notte fra i dolmen cantastorie ad honorem»

È il vento il protagonista della quarta collana di rap-conti – così ormai vengono definiti – di uno dei maestri dello storytelling italiano, in collaborazione con altri grandi nomi della scena nostrana quali Ghemon, Dargen D’Amico, il collettivo reggiano La Kattiveria.
Il prof. Mariani tira fuori il suo celebre alter ego per insegnare raccontando storie. Storie di vita, storie di miti, storie di storie. Il tutto intessuto su una struttura melodica estremamente variegata, dalla dolce lullaby al piano fino ai ritmi più tribali, che svela scenari dalle atmosfere sognanti come dai toni estremamente cupi e opprimenti.

Le cuffie diventano un paio di vele per lasciarci trasportare dall’aria e dalla musica, verso la loro meta. È questa la chiave della lezione: lasciarci trasportare attraverso luoghi, tempi, volti, perché conoscere vuol dire imparare a guardare con occhi diversi dai propri. Come gli occhi di Pampero, che attraverso quelli de La bella creola incontrano il mondo sotto la superficie, oltre i confini del suo villaggio:

«E fu l’incontro distratto nato per strade in un tratto
Il contatto fra natura e cultura nel lampo di un attimo
Quando lui le porse il braccio e lei lo prese di scatto
Fu l’impatto fra il vento freddo, il ghiaccio, il caldo e il vapore acqueo»;

oppure gli occhi di Giulia, che iniziano a non vederlo più, il mondo. La piccola ballerina di Grecale – primo singolo estratto – riuscirà a realizzare il suo sogno risalendo tra i propri demoni, oltre il proprio limite, dimostrando che «Non è vero, sai, che i ciechi sognano il buio».

«Mentre piange da tempo soffia il vento sopra il vetro
Sembra quasi sussurrarle fra le gocce che
Ti stai facendo più male tu sola ogni ora
Di quanta te ne ha fatto ‘sta sorte che ti odia

Giulia si alza tra i cocci dei sogni distrutti
La danza è oltre gli occhi, è nel corpo e nei flussi
Questa sera sarà l’arte qua a darle i suoi frutti
Quando ballerà con le altre di fronte a tutto e tutti».

Murubutu non rinuncia a fare un po’ di storia e lascia che il vento spiri avanti e indietro nel tempo, lascia che chi ha già vissuto sussurri attraverso le brezze dei secoli a chi vive. In Linee di Libeccio accompagna Maria da Napoli al Ellis Island dopo la guerra, la guarda perdere il sorriso quando il suo bel soldato americano la abbandona in un’alba del Connecticut. Disperde le sue ceneri nell’incendio in cui resta vittima, senza essere riuscita a tornare a casa. Senza aver trovato la via che le avrebbe salvato la vita.
Soffia ancora più lontano, fino a spingersi oltre le porte del mito ne Il re dei venti, per poi ritornare ad assistere alle vicende de L’armata perduta di re Cambise e la seppellisce nel Sahara, assieme all’arroganza del suo condottiero.

«E fu la brama di un re sadico, avido di potere teocratico
O per vendetta sull’oracolo magico che volle prevederne il baratro
[…]
No, non lo videro
No, non lo udirono
Lui li raggiunse in un soffio ogni corpo sparì».

Anemos, in greco antico significa “vento, soffio”. Anche “anima”. Magari perché entrambi sono incorporei, magari perché da sempre l’uomo ha percepito un legame stretto con questo elemento, al punto che quasi tutti i miti della creazione fanno iniziare la vita da un soffio vitale, divino.
Diventa un motore imprescindibile della natura stessa dell’uomo, sia che porti l’odore del cambiamento che quello di casa, delle proprie origini.
Può diventare l’occasione della fuga, il simbolo della rabbia. La rabbia di Paolo in Scirocco, che, oppresso dal grigiore della sua provincia e dalla claustrofobia della quotidianità, toglie i lucchetti alla sua Benelli a due tempi e corre via.

«Quando avviò la moto là era un giorno buono
Chi vedendolo per strada chiese: “Paolo dove vai?”
“Seguirò il vento e non ho scopo, non ho luogo
Ma una mappa dettagliata per riuscire a non tornare mai”»

E Rancore dà voce alla furia titanica dei suoi ultimi istanti:

«Non sarò né semestrale né facile da ammaestrare
Ed andando a braccetto con il Levante e col Mezzogiorno
Che voglia strappare il mare e lanciarlo contro il Maestrale».

Oppure questa forza che spinge oltre se stessi del vento può diventare la sfida per eccellenza, anziché non un modo per tirarsene fuori un modo per prendere in mano il proprio destino e farsi accompagnare verso la sua realizzazione. È questo che fa Angelo – al secolo Angelo D’Arrigo, deltaplanista dai numerosi record, morto nel 2006 nella sua terra sicula –, protagonista del singolo che dà il nome all’ultima fatica di Murubutu: L’uomo che viaggiava nel vento – accompagnato dalla dolce voce di Amelivia –, che al richiamo dell’aria non può che dire sì.

«L’inquietudine pacata, la curiosità e l’audacia
Lui vuole andare oltre, in volo accorda mente e cuore
Nel tragitto che da Ovidio porta fino a Konrad Lorenz».

Seguire la corrente, l’irrinunciabile richiamo di ciò che è altro, ciò che è oltre rispetto sé e senza il quale non vi può essere io. Angelo prende a braccetto quella che è la sua natura più intima, l’unica chiave per svelare il proprio destino, e ad essa si abbandona. Per questo possiamo immaginarlo volare via con lo sguardo fisso avanti e il volto sereno verso il futuro. Verso dove il suo vento lo porterà.

«L’aria era eterna e senz’ombre
Poi rilassando le gambe volava in alto elegante
(E il vento spirava lassù)
Fra nebbie e cirri lasciava una scia
(La luna è una falce vibrante lassù, oltre i confini del blu)
La dove vide oltre i confini nuove sfide, nuove guide».

Tracklist:
01 Anemos – Introduzione
02 La bella creola
03 Grecale
04 Scirocco (feat. Rancore)
05 Mara e il Maestrale
06 Bora (feat. Dj T-Robb)
07 Dafne sa contare (feat. Dia)
08 Levante (feat. Dargen D’Amico, Ghemon)
09 Linee di Libeccio
10 L’armata perduta di re Cambise (feat- La Kattiveria)
11 L’uomo che viaggiava nel vento (feat. Amelivia)
12 L’ultimo soffio – Conclusione

 

 

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