Cesare Livrizzi: Milano portatrice sana di sfaccettature, in bilico tra Otium e Negotium

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Intervista di E. Joshin Galani

Secondo album per Cesare Livrizzi “Milano non contiene amore” dopo “Dall’altra parte del Cielo” del 2011.
Un disco di grande qualità artistica, con un sapore retrò in alcune scelte stilistiche delle parole ed una comunicazione di cuore alla quale non si può rimanere indifferenti.
Una voce con dei bellissimi bassi ci accompagna per raccontarci delle istantanee, in un rinnovato stile cantautorale.

Partiamo dal titolo “Milano Non Contiene Amore” rappresentato nella copertina dal tuo sguardo serio che allunga la mano ad un souvenir di Milano; ci vuoi parlare di questa mancanza che avverti tanto forte da dare il titolo all’album?
In realtà non è uno sguardo serio, è malinconico, la copertina rappresenta il fatto di non riuscire a conoscere realmente questa città, tendo la mano al Duomo così vicino, ma è coperto da una lastra di vetro, che non permette di conoscerlo più di tanto. Ammiro il duomo da lontano, è bellissimo…
Il titolo dell’album potrebbe sembrare un concept, ma non lo è, tutte le canzoni sono state scritte e registrate a Milano, legate alle sensazioni che mi hanno avvolto in questa città, alla fatica enorme delle tempistiche lavorative, difficoltà che a me pare ci sia…
Alle impressioni di una persona che arriva dal sud nel vedere una città così ripiena di lavoro, tante cose che distolgono dal prendersi realmente cura di sé stessi.
Milano è una città veloce, curiosa, piena di cose bellissime ma che perdi un po’ di vista. L’essere umano ha bisogno dell’otium e del negotium. Se non ci rifletti tutto ti travolge.

“Finito il male” tratta un tema molto delicato ed ostico come l’eutanasia. Ho trovato particolare per un giovane come te mettersi nei panni di due persone anziane con questa delicatezza e questa visione. E’ una riflessione generale sul tema o un episodio ispirativo?
Forse detto da un giovane di 33 anni può essere pesante, ma la morte è ricorsa parecchio prima di questo disco, non ho mia madre da quando ero piccolo ed ho visto come un essere umano si possa ridurre per una malattia.
La riflessione sulla morte ha riunito tutte le mie canzoni da quando ho iniziato a scrivere.
Un altro episodio è stato la lettera che Piergiorgio Welby (ammalato di distrofia muscolare), nel 2006, ha indirizzato a Napolitano, chiedeva la morte, si domandava cosa ci fosse di naturale in una vita mantenuta artificialmente.
Queste parole mi hanno sconvolto, c’è un video dove lui parla senza muovere la bocca, ma attraverso dei macchinari. “Finito il male” l’ho cercata tanto, ma non è mai arrivata fino al 2014, quando ho percepito la melodia e si sono poi inserite le parole. Era arrivato il momento di dire la mia, un inno alla vita, che degnamente deve spegnersi perché ognuno è il legittimo depositario della propria esistenza, deve decidere coscientemente.

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L’album si apre con “Due petali”, istantanea di due bimbi al mare. Hai una delicatezza stilistica d’altri tempi nello scrivere canzoni, soprattutto nella scelta di alcune parole un po’ desuete ma belle, con una loro grazia.
Nasce da un immagine che, anche se stucchevole, mi piaceva molto. Mia nipote Maria, aveva tre anni ed in senso di protezione era legata con le braccia al ginocchio del papà, mi ha colpito il senso paterno di questo scricciolo di bambina. E’ anche una riflessione sull’amore, sui litigi amorevoli leggeri, che si tramutano poi in un affetto più ancor grande.
La scelta delle parole è un’attitudine costante in tutte le canzoni, già da quando ero moccioso, cercavo di creare paroloni. C’è stata una ricerca che spesso portava da un’altra parte per chi mi ascoltava e non capiva.
Nel disco nuovo tratto la lingua italiana per come io la vorrei trattare, la adoro, sono figlio di un professore di italiano, ho una formazione classica ed un rispetto enorme per la mia lingua, per la sua musicalità. Ad esempio la parola “scricciolo d’uomo” è di una bellezza descrittiva, mi permette di esprimere bene, con una sola parola, una sensazione ed una grazia, ormai questa ricerca sulla musicalità della parola è quasi automatica.

Nella parte centrale dell’album invece emerge il tuo lato comico con “Single vista bagno” “Il cambio” e “In alto i medi”, un aspetto che convive anche se quel lato poetico dal sapore un po’ più sofferto, lascia spazio anche ad un lato “cazzuto”.
Si cazzuto, cazzone, tragicomico (ride). È il lato grottesco, trascorri gran parte della tua vita fantozzianamente… “Single vista bagno” è una canzone fantozziana, ci sono molte citazioni tipo l’autobus al volo; la maggior parte delle mie giornate le passo a ridere, non mi piace vomitare sulla gente il lato triste, quello malinconico emerge da sé dialogando. Il lato tragicomico-grottesco è  imperante, quando non hai una lira e devi fare lavori assurdi. Ho fatto un anno in un call center che raggiungevo con 4 mezzi, ero sempre mentalmente in ritardo, ogni mattina pensavo che avrei dovuto timbrare il cartellino col sangue, come Fantozzi. Ma in generale in questi cinque anni ho conosciuto  l’80% delle persone di tutta la mia vita, tutto questo “toccare” la gente fa sì che le cose diventino rocambolesche.

Questa dualità sofferto/comico la ritroviamo anche nei tuoi live, lasci sempre spazio alla genesi delle tue canzoni raccontando episodi spassosi tuoi e del tuo Amico Matteo, sarà così anche con il nuovo tour?
Nella data del 21 a Milano no, per i cambi palco degli ospiti, Roberto Dell’Era, Marco Parente, Vincenzo Vasi, Valeria Sturba, Micol Martinez, Marco Gioè.
Vorrei che fosse una piccola festa per il mio disco, ci saranno solo poche parti discorsive.
In tutte le altre 19 date ci sarà questo trait d’union tra me e Matteo, la parte narrativa è fondamentale.
Non mi piace propormi come uno che se la canta e se la suona, mi piace che alla fine mi dicano: “cavoli che bel viaggio!”.

Mi soffermo su “In alto i medi” dove richiami Tenco e quel suo “ahahaha” de “La ballata della moda” .
Ammetto la mia ignoranza, l’ho conosciuta grazie ad una cover di Dimartino. Tenco è stato un precursore con questa canzone, è un lampo, aveva previsto perfettamente cosa la moda avrebbe portato, l’assoggettarci e lobotomizzarci a modi di pensare comuni, modi di vestire comuni, anche se provi ad estrometterti, non riesci a farne a meno. 

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Chi sono per te i pilastri della musica d’autore?
Non ti saprei dire chi siano i pilastri, ma so chi mi ha sconvolto: Tom Waits, Nick Cave, De Andrè, Ivano  Fossati, a suo modo Daniele Silvestri.
I primi due in diversi modi, Nick Cave per la cura dei testi, per la sua musicalità e lo scrivere di Dio.
Tom Waits mi ha fatto scoprire la bellezza del rivoluzionare la musica in maniera un po’ sgangherata, ma questa ricerca sonora si è affievolita nel tempo. Credo nella bellezza della scrittura pop, dove, in pochi minuti, essa si racchiude in strofe e nel ritornello. Attualmente la mia ricerca è più letteraria e narrativa.

A proposito di pilastri della musica d’autore, Dalla in una sua canzone di Milano diceva “Milano che fatica”; ci racconti di quella volta che avete chiacchierato davanti ad un caffè?
Con Dalla ho collaborato per sei mesi. Ero un bamboccio di vent’anni, sono andato a bussare alla sua etichetta discografica, ci pensavo da tempo. Mi risposero che non era semplice; ero disposto ad aspettarlo a lungo. Così feci, lo aspettai sulle scale, leggendo dispense universitarie. Poi mi sentii bussare alle spalle, era Lucio: “Mi dicono che mi stai cercando, ti va di bere un caffè?”. Gli diedi i miei testi tradotti dall’inglese, e il cd. Leggendoli aveva percepito che non avevo più la madre, mi fece i complimenti per la scrittura e salimmo nel suo studio. Mi consigliò caldamente di scrivere in italiano, cosa che avevo cercato di evitare perché per me allora significava scoprirmi troppo.
Iniziammo a collaborare, spesso ero a casa sua, si sedeva sul divano, ascoltava le mie canzoni, iniziammo a scrivere assieme.
Mi chiamò per comporre con lui un testo per i Simply Red, che poi non si è più fatto. La collaborazione poi si è interrotta per differenza di vedute su molte cose.

Abbiamo citato Dellera, Vasi, Sturba e Parente che saliranno sul palco, ma che hanno collaborato anche al disco. Che apporto hanno dato?
Enorme nel rispetto delle canzoni, non c’è mai stata un’ invasione di campo. Le collaborazioni sono nate da una stima creata da subito e nutrita nel corso dei tempi. E’ un apporto che dura da due anni, c’è anche affettività nel collaborare.
Marco Parente è il produttore artistico. Quando ha ascoltato le canzoni mi ha detto che stavano in piedi da sole e che avrei potuto pubblicarle chitarra e voce. Abbiamo riflettuto sul fatto che sarebbe stato un prodotto di nicchia, io vorrei arrivare a più gente possibile, con ottima musica che non scavalchi l’impalcatura originale, ma possa amplificare le sensazioni già presenti nelle “canzoni scheletriche”.
Le collaborazioni sono nate per amicizia. Parente ha suonato la batteria. Asso Stefana, che ora è chitarrista di P.J. Harvey e mi ha appoggiato perché gli piacevano le canzoni, lo ha fatto anche in progetti collaterali che non vedranno la luce, mi ha sostenuto in momenti di difficoltà. Vincenzo è un Amico, persona meravigliosa, con Valeria collaboro dal 2010 dal primo disco, c’è un rapporto speciale d’amicizia profonda.

“Teresa e il mare” è il brano che chiude l’album. Hai un’attenzione particolare a parlare di figure femminili…
La domanda è  tendenziosa? (ride)
La figura femminile è necessariamente una figura di completamento. È presente in tutto il disco. Teresa è una bambina al cospetto del mare, vuole fare il bagno in inverno e chiede alle balene di disporsi in modo da far barriera, con la loro possenza, alle onde che non glielo permettono. E’ una figura di donna in crescita, di una tenerezza massima. Non ti so dire perché sia femminile questo racconto, ma per come sono fatto, sento una propensione a proteggere le persone con cui vengo a contatto, soprattutto le donne. Non che ne abbiano necessità, è una mia attitudine all’accudire. Nel disco ci sono anche tanti punti d’affetto nei riguardi dei bambini che vedo indifesi al cospetto di una metropoli enorme.

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Cos’è successo in questi 5 anni di intervallo dal tuo primo album?
Esperienze, esplorazioni e curiosità che è divenuta maggiore. Ho vissuto 10 anni a Bologna che è una città che ti culla; però 10 anni in una piccola città, sei hai bisogno di rendere grande il progetto che hai in testa, sono troppi. Col primo disco si è chiuso un ciclo, ho esplorato la mia vocalità. Da cantautore, credo che spesso ce la si racconti sul fatto di cantare “a modo proprio”. Se canti male e non esplori la tua vocalità  ti manca una parte dell’alfabeto, devi sapere cantare bene o al meglio, se no lasci cantare le tue canzoni agli altri. Ho esplorato anche le mie sensazioni, cosa mi piace cantare ed ascoltare. In passato avevo iniziato a scrivere cose noiose anche per me. La domanda è stata se avrei ascoltato quello che cantavo. La risposta era no. In questi cinque anni ho capito cosa mi piaceva della canzone, la sua struttura pop.
Mi sono dedicato all’esplorazione dei luoghi, a Bologna non uscivo più, a Milano ho iniziato a girare dovunque; Milano è sfaccettata, l’imponenza del Duomo, luoghi perfetti come Sant’Ambrogio e l’opposto come le periferie. Rogoredo, dove vivo, è pieno di eroinomani, questi opposti mi hanno creato una grande curiosità, la voglia di capire cosa significhi lavorare con distanze enormi e le sfaccettature di cui Milano è  portatrice più  o meno sana.

Sta partendo un tour in 20 tappe, chi ti accompagna?
Nessuno, per scelta. A parte il Bellezza il 21 novembre, il resto delle tappe sarà il mio live, un piccolo viaggio che cerco di far fare alle persone che ho davanti. Un viaggio dove non parlo di me, ma di Matteo che citavi prima.
Matteo è tutto, ci sono io, c’è lui, le cose viste in tanti anni di vita. Mi piace il contatto diretto con le persone, come il vecchio cantautore da osteria alla Guccini.

Qual’è il tuo primo ricordo musicale?
Uno dei miei primi ricordi musicali è legato all’infanzia, facevo fatica ad ascoltare la musica; avevo un odio enorme per quella nella pubblicità del panettone; il carillon, ancora adesso non lo sopporto, mi permette internamente di avere uno sfogo emotivo.
Cercavo di non essere presente quando in tv c’erano trasmissioni musicali, perché una delle regole della nostra umanità è che non si piange davanti agli altri. Ho avuto un rapporto di odio con la musica, ma capivo che c’era altro che mi legava profondamente a lei, ho creato una teoria su quali melodie mi facessero piangere. Quando ho iniziato a studiare musica ho cercato sul pianoforte quali combinazioni  mi creassero quella tensione emotiva.

Come sarebbe la tua vita senza Musica?
Non è neanche lontanamente presagibile. Il piano b non è istintivo, è qualcosa di cervellotico e macchinoso. A volte evito di prendere la chitarra in mano perché scrivo talmente tanto che poi le canzoni invecchiano. Ogni situazione che mi si pone davanti è un’occasione per scrivere. È tutto legato alla musica, istintivamente, l’acustica coinvolge tutto, le mie impressioni sono legate ad espressioni che se forti, potrebbero diventare piccoli quadri musicali. Non avrebbe senso pensare a qualcosa di diverso da questo.

Come sarebbe la tua vita senza Milano?
La mia vita sarà senza Milano prima o poi, ma non potrebbe non esistere in maniera assoluta.
Milano sarà fonte di ispirazione a vita. E’ una città  immensa, ha tanto da dire, troppo, non credo ci possa essere una fine nell’esplorazione di Milano. Nessuna città mi da queste sensazioni. Venezia mi da una sensazione esteticamente bellissima, ma è un qualcosa di estetico o estatico, qualcosa che deriva da una impressione esterna, non c’è una riflessione su quella bellezza. Le considerazioni su  Milano sono date da pensieri contrastanti, credo che non possano avere fine.
La mia vita senza Milano prima o poi accadrà, è faticoso vivere qui, già un po’ mi sta inguaiando, inizio ad avere affetti enormi che mi legano, persone che adoro, che mi chiedono perché ho scritto “Milano non contiene amore”. Dovrebbe essere visto come un titolo giornalistico, il mio ruolo è di scuotere in qualche modo, se io dico ad una milanese come te, una frase così, non vorrei offenderti, vorrei darti una spallata e fare in modo che tu possa chiederti perché un terrone, dice che la mia città non contiene amore?
Io vorrei, nel mio piccolo, che ogni tanto le persone rallentassero, siamo tutti un po’ tutti simil-cinesi,  lavoriamo in continuazione per fare cosa, non si sa. Vorrei che la nostra cultura occidentale venisse salvaguardata e l’ affettività tipicamente italiana non si perdesse nel cercare di raggiungere questa produttività  eccessiva. La nostra cultura è riflessiva. Non vorrei che amore e la durevolezza dei sentimenti venisse meno per la velocità che ci sta attorno, io so che tu contieni amore, ma tu, ti dai spazio per L’Amore?

[foto di Antonio Campanella]

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2 pensieri riguardo “Cesare Livrizzi: Milano portatrice sana di sfaccettature, in bilico tra Otium e Negotium

    […] Cesare e c’è Milano. Lui è un ragazzo sulla trentina, arrivato da qualche anno dalla sua Sicilia […]

    Bugo @ Ohibò, Milano – 18 Maggio 2017 « Off Topic ha detto:
    23 maggio 2017 alle 01:46

    […] completamente colma quella dell’Ohibò a Milano per il concerto di Bugo. Apre Cesare Livrizzi, interessante cantautore che presenta il suo ultimo album “Milano non contiene Amore”. Non mi […]

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