Niccolò Fabi: Racconto il mio intimo e lo faccio per tutti

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Intervista di Luca Franceschini
Immagini sonore di  Salvatore Vitale [scattate allo Studio Foce, Lugano, il 16 novembre 2016]

Niccolò Fabi appare sempre più lanciato. Dopo aver vinto meritatamente il Premio Tenco per il suo (bellissimo) disco “Una somma di piccole cose”, l’artista romano si è imbarcato in un consistente tour europeo che ha toccato il Belgio, l’Inghilterra, la Francia, il Lussemburgo, L’Olanda, la Germania, l’Austria e che ha portato il suo spettacolo anche in locali storici come il mitico Paradiso di Amsterdam.
Sono stati concerti per i nostri concittadini immigrati, soprattutto ma, come ci ha confidato nel pomeriggio il tour manager “è capitato spesso che l’italiano portasse l’amico locale e che costui rimanesse colpito dalla musica, nonostante poi non capisse le parole. La cosa più bella – ha poi aggiunto – è stata ricevere tantissimi complimenti dai tecnici del posto, che non ci conoscevano, non ci avevano mai sentito, eppure a fine concerto venivano da noi e dicevano di aver assistito davvero ad un bello spettacolo e di essere rimasti colpiti dalla bravura e dalla professionalità dei musicisti”.
E detto da gente che proviene da posti dove la musica è veramente una cosa seria, questo giudizio assume un valore ancora più grande.
Del resto Niccolò Fabi se lo merita: cresciuto esponenzialmente disco dopo disco, con “Una somma di piccole cose” è riuscito a realizzare un lavoro che arriva al cuore di ogni singolo individuo, pur raccontando la profonda intimità del proprio vissuto personale.
L’ultima data del tour è fissata a Lugano, nello splendido Studio Foce da cui noi di Off Topic vi abbiamo già raccontato altri concerti.
Poco prima dell’inizio del soundcheck, un Niccolò sereno e disponibile ci ha accolto nel suo camerino per una conversazione che avrebbe dovuto essere breve ma che poi, per nostra grandissima fortuna, si è dilungata più del previsto…

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Ci sono due canzoni del tuo repertorio, “La promessa” e “Una mano sugli occhi”, che sin dalla prima volta che le ho sentite mi hanno emozionato molto. Mi pare molto interessante che uno come te abbia la forza di salire sul palco a raccontare i fatti propri davanti ad un pubblico. C’è una sorta di contrasto in queste due dimensioni, non trovi?
Sono due cose diverse, in realtà: le cose private e gli affari miei. Io non parlo mai degli affari miei, mentre invece è giusto dire che racconto cose che sono private. Rispetto agli altri cantanti, direi che la differenza è che uso un linguaggio estremamente intimo, anche quando parlo di cose che non sono private. Hai citato due canzoni piuttosto particolari che sono le due più sentimentali che ho scritto, per dire e quindi in quel caso è ovvio che io racconti sfumature dell’amore che ho visto da vicino, però in realtà anche nelle altre c’è un’atmosfera di intimità e di un linguaggio che è privato. Ma non è l’atmosfera ad essere privata, è il linguaggio! È una distinzione per me piuttosto importante. Il fatto di raccontare quello che ti è successo e di trovarvi dentro delle cose che sono un paradigma di una certa concezione di amore, è un qualcosa di naturale. Per altro hai scelto due canzoni che sono una la prosecuzione dell’altra, sono un po’ gemelle, in qualche modo.
Poi in realtà è ovvio che, al di là delle sfumature, il cantautore sia una figura molto esposta, però non si tratta soltanto di mettere in mostra degli aspetti della propria vita, ma anche di raccontare aspetti diciamo più “sociali” dell’esistenza. Ti esponi tanto e questo è indubbiamente violento e spesso doloroso. Però ho visto che a partire da quel tipo di violenza e di fastidio che questa esposizione di intimità può dare, è accaduto che le persone si sono avvicinate. Non si sono allontanate per paura ma hanno in qualche modo utilizzato me come colui che si sacrifica in nome degli altri per andare a raccontare cose che tutti sentono ma che magari in pochi hanno il tempo o il coraggio di andare ad approfondire.

Si crea un legame molto profondo, così…
Certo, molto profondo. Poi dipende anche da quanto ti dai, chiaro, però ci tengo a precisare che non è un raccontare i cavoli propri. Quello lo vedi in quegli artisti che ti raccontano la loro visione delle cose ma in modo più da “selfie”, se hai capito cosa intendo dire: un volerti fare per forza di cose partecipe di tutto quello che gli succede…

Anche se, comunque, si tratta sempre di cose intime: un conto è parlarne con qualcuno e un altro è registrarle su un disco…
Beh sempre di intimità mi occupo, in ogni caso. Devo comunque espormi in qualche modo!

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Rimanendo sull’ultimo disco, che a me è piaciuto veramente tanto, ricordo che alla data di Milano dicesti quello che hai detto ora, che eri stato proprio contento di vedere come un lavoro così personale avesse raggiunto tanta gente… Flannery O’ Connor diceva sempre che fare letteratura vuol dire per forza di cose partire dal particolare per arrivare all’universale. In un certo senso hai fatto così anche tu, non trovi?
Beh, probabilmente è così, è un disco che rappresenta un passaggio ulteriore del mio percorso e, francamente, non vedo cosa potrei fare, sul piano del coinvolgimento emotivo e dell’intimità, che vada oltre “Vince chi molla”, la traccia che chiude il disco; quella è una cosa che ho scritto e che non avrebbe mai dovuto essere pubblicata, non nasceva assolutamente come canzone ma come il fluire di un momento molto speciale. Per cui, nel momento in cui sono arrivato a quella cosa lì, è difficile immaginare quale possa essere il passo successivo. Credo che in qualche modo dovrò cambiare qualcosa. Allo stesso tempo però, sono contento di aver fatto questi passi perché tutti questi vent’anni sono andati in questa direzione, almeno fino all’abbattimento dell’ultima difesa, dell’ultima condivisione d’intimità. È ovvio quindi che l’atmosfera minimale, sia nella realizzazione che nella scrittura, andasse in quella direzione. Tutti gli elementi, si può dire, andavano in quella direzione, è un disco che è arrivato perché non aveva nessuna possibilità di essere frainteso, era chiarissimo. Negli altri dischi invece ci sono sempre stati dei momenti più chiari ed altri meno.

Sempre riguardo a questo disco, ci sono altre due cose che vorrei chiederti. La prima riguarda la title track, che dice quello che anch’io ho sempre pensato negli ultimi anni. Eppure, se guardo a come vanno adesso le cose in Italia, pare che siamo piuttosto lontani dal pensare che si possa ripartire da “una somma di piccole cose”…
Beh sì, in effetti siamo molto più vicini all’ipotesi asteroide, magari non in senso letterale ma comunque un fenomeno che inneschi una grande paura: c’è un’altra canzone sul disco (“Non vale più” NDA) che dice che le grandi paure fanno fare grandi rivoluzioni, ricordi? Ecco, io ho paura che questo sia per la maggior parte degli uomini l’unico fattore di accensione del cambiamento; la somma di piccole cose è veramente una soluzione molto matura e saggia, bisogna esserne consapevoli, mentre invece spesso le condizioni di vita degli uomini non sono neppure così agiate da poter stimolare la saggezza. Così, per la paura si reagisce in maniera più aggressiva e temo che alla fine sarà questa la soluzione che prevarrà…

Anche se è indubbio che l’alternativa da te auspicata sia preferibile: chissà, magari anche questo tuo disco potrebbe in qualche modo contribuire…
Mah sai, ognuno poi fa quello che può, quello che è nelle proprie facoltà, poi si vedrà…

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Beh, di sicuro non è comune che tu abbia scritto una cosa così! Come non è comune, ed è il secondo punto del nuovo disco che mi interessava approfondire, una canzone d’amore come “Una mano sugli occhi”: va molto contro lo stereotipo dell’amore sentimentale e romantico, racconta un amore che è frutto di una lunga esperienza di condivisione…
Sai l’amore è una cosa talmente composita… alla fine le persone si lasciano maggiormente colpire dai momenti più spettacolari, quelli che sono descritti in una canzone come “Costruire”, per dire. La gente si fa colpire da certi momenti di una storia d’amore: l’inizio, pieno di entusiasmo e di sentimento, oppure la fine, se c’è una separazione particolarmente violenta e drammatica, non corrisposta. È un po’ più difficile, meno comune, invece, soffermarsi su momenti altrettanto importanti di una storia d’amore che sono o l’apparente monotonia della quotidianità oppure delle separazioni che arrivano attraverso un’evoluzione non traumatica, violenta ma attraverso la naturale trasformazione di quello che proviamo nei confronti di una persona. Per quanto, da ragazzi, noi tutti abbiamo un po’ odiato i nostri genitori che ci dicevano: “Vedrai che l’amore col tempo si trasforma, cambia!”, alla fine ci siamo resi conto che è proprio così: l’amore non è sempre fuoco, come avremmo voluto da adolescenti ma è un bel viaggio che per forza di cose va incontro a trasformazioni.

Io del resto preferisco quest’ultimo tipo di canzoni d’amore…
Beh, ma lì dipende anche dai momenti personali di ciascuno. Ci può essere chi magari in un determinato momento sta vivendo una cotta e preferisce sentire altro. Bisogna dire poi che le canzoni d’amore non mancano, ce ne sono di tutte le salse e di tutte le sfaccettature (ride NDA)!

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Riguardo alla tua nuova band di accompagnamento: io ti ho visto sia in questo tour che in quello precedente e devo dire che, nonostante la bontà di entrambi gli spettacoli, qualcosa sui pezzi vecchi si sia perso. Prendila come una critica costruttiva, ma trovo che il gruppo precedente fosse a un altro livello…
Guarda, che qualcosa si perda per strada è inevitabile: col gruppo precedente ho suonato per sei anni e avevamo ormai raggiunto un grado di compattezza e di affiatamento enorme su quelle canzoni. Abbiamo suonato in tutte le situazioni per cui è inevitabile che se facciamo un confronto diretto, su alcune cose si senta la differenza. Probabilmente andando avanti, questo lo sentirai sempre meno perché anche loro si stanno integrando ed amalgamando sempre di più. Del resto, la stessa cosa che dici tu ora veniva detta da altri quando quelli di prima erano appena arrivati, prendendo il posto di quelli ancora prima! È abbastanza inevitabile: quando sei sicuro nei pezzi, quando li suoni da tanto tempo, sei molto più libero, puoi fare molte più variazioni. Già stasera sentirai (per quanto un paragone vero e proprio non si possa fare perché tante cose sono più asciutte) che la confidenza con cui suoniamo è diversa rispetto a sei mesi fa. Tieni conto che tu hai sentito proprio i primi tentativi: quando abbiamo suonato a Milano era probabilmente il nostro quinto concerto in assoluto! Sono ragazzi molto giovani, è la prima volta che affrontano un tour vero e proprio, hanno anche un’eredità piuttosto pesante da sostenere però, allo stesso modo, Rondanini, Angelini e compagnia non erano molto diversi visto che prendevano il posto di Marangolo e gente analoga. Il Rondanini di allora non era mica quello di adesso, musicista stimato e quotato, che suona nei Calibro 35 e negli Afterhours! Otto anni fa era timido, contratto, tutto preoccupato di non sbagliare. E si vede, quando suoni con la paura di sbagliare, eh (ride NDA)! Comunque di Bianco e degli altri ragazzi mi piace molto l’energia, concettualmente e simbolicamente mi fa molto piacere stare con loro ma questo non significa che con Bob, Fabio e Lazzaro si smetta totalmente di fare cose insieme. Voglio dire, siamo tutti di Roma, gli altri sono di Torino, nella mia quotidianità vedo molto di più i primi! Sono amici di famiglia, fanno parte da sempre del mio giro! Abbiamo preso questa decisione con grande semplicità: loro adesso avevano troppi progetti, tutti insieme contemporaneamente e io stavolta avevo chiesto loro più tempo perché volevo che queste canzoni fossero vissute in maniera diversa, anche perché volevo andare in giro tanto a suonarle e loro adesso sono passati dall’altra parte, sono padri di famiglia ora; è incredibile se ci pensi: dieci anni fa erano quelli scapestrati (ride NDA)! Io inoltre avevo anche bisogno di avere nuovi stimoli, come del resto anche loro, per cui ci siamo separati molto serenamente.

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Una domanda che è più una curiosità che altro: come mai hai deciso di non suonare tutto il nuovo disco per intero? Alla fine ne lasci fuori solo due brani ed è talmente bella la prima parte del tuo spettacolo che ho pensato che ne sarebbe valsa la pena farli tutti…
Forse ci sarà una piccola correzione e ne aggiungeremo un’altra nel nuovo giro che inizieremo da dicembre, e che andrà a toccare posti più piccoli tipo Bergamo… che poi vabbeh, Bergamo non è piccola, è per dire che non faremo le solite Roma, Firenze, Milano (ride NDA)!
Tornando alla tua domanda: è difficile, perché se fai un disco per intero va via un’ora almeno e io non voglio mai suonare più di un’ora e cinquanta. Non per pigrizia, ma perché penso che per le cose che racconto io il tempo sia quello, e già così siamo al limite. Un concerto rock pieno di energia ti scivola di più, mentre invece io ti costringo a stare più teso, attento e si sa che la concentrazione ha un limite, sia per noi che suoniamo, sia per chi ascolta. Quindi, se la metà del tempo se ne va per un disco, io poi ne ho altri sette da fare! E in questi sette, ci sono almeno sei pezzi che non posso non fare e tieni comunque conto che io già di quelle che vorrebbe il pubblico, la maggior parte non le faccio (ride NDA)! Però “Lasciarsi un giorno a Roma”, “Vento d’estate”, “Costruire”, “È non è”, “Il negozio d’antiquariato” le devo fare per forza! Ma non perché sia obbligato, quanto perché servono proprio al concerto! All’interno di tanti episodi d’ascolto, servono quelle canzoni che la gente non deve seguire con impegno, quelle che sono già date per assodate, assimilate a dovere. Servono a rifiatare, capito? Come una pausa quando sei al cinema: un caffè, una sigaretta e si ritorna in sala. A questo punto, non è che rimanga molto spazio. Mi piace trovare sempre quelle tre o quattro canzoni che non facevo da tempo ma lo spazio è sempre poco, non posso fare più di così.E tieni conto che io non sono nemmeno uno di quelli a cui piace cambiare la scaletta, ma anche qui, non è per mancanza di voglia…

Cioè?
E’ che il concerto è un film e io non mi posso presentare ad ogni data e dire: “Allora, stasera facciamo questa piuttosto che quest’altra”. Ci sono miei colleghi che lo fanno, Daniele Silvestri ad esempio è uno che le cambia sempre.

Io amo molto gli artisti così perché se ti piace davvero qualcuno, andarlo a vedere più volte è una bella occasione per ascoltare tante canzoni…
Lo so, però per me un concerto è come un libro e un libro non è che lo puoi cambiare perché ti ha annoiato la terza volta che l’hai riletto! E poi non posso prendere come target le persone che si fanno otto concerti a tour! Oddio, meno male che ci sono, che Dio li benedica, però io posso ragionare su chi ne vede in media due o tre e in due o tre concerti cambi tu, sei tu che lo percepisci in maniera diversa. Quello di stasera vedrai che sarà diverso dagli altri due che hai visto, e non lo dico solo perché saremo in tre sul palco. E già a Desio è stato diverso rispetto a Milano (per citare i due del tour che mi hai detto di avere visto) perché si stava in piedi, perché l’atmosfera era diversa o anche solamente perché a teatro certe cose arrivano meglio, oppure perché ce ne sono altre che funzionano di più all’aperto. Mi piace la liturgia del concerto, mi piace che non ci sia quell’effetto karaoke per cui si sceglie di volta in volta che cosa si vuole suonare. Non in generale, eh! È che con le mie canzoni non funziona, punto!

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Capisco bene cosa vuoi dire. Del resto, io che sono un grande fan di Bruce Springsteen, non posso non riconoscere che da quando ha iniziato ad accettare i famigerati cartelli con le richieste, i suoi show ne hanno parecchio risentito…
Non lo so, una cosa così secondo me la fai quando cominci ad essere stanco. Io non ho bisogno di cambiare i pezzi per rinnovare la mia emotività. Tutte le sere mi bastano quelli lì perché li vivo ogni volta e se fai così, se li vivi ogni volta con la stessa intensità, non ti annoi mai. Sono esposizioni emotive molto forti per cui all’inizio mi costruisco con cura la mia casetta, mi scelgo le mie protezioni… se dovessi farne una al posto di un’altra non sarei pronto emotivamente. È un problema emotivo, non tecnico, anche se indubbiamente alcune dovrei ripassarle perché non me le ricordo… Però anche quelle che mi ricordo, se dovessi inserirle improvvisamente posizionandole in un certo punto dello spettacolo, non sarei pronto a farle. La scaletta è determinante, da questo punto di vista.

È molto interessante questo discorso. Anni fa leggevo un’intervista di De Gregori dove diceva che ormai non si mette più, sera dopo sera, nella stessa situazione emotiva in cui si trovava quando scrisse ciascuna delle sue vecchie canzoni, altrimenti ne uscirebbe pazzo. Mi pare di aver capito invece che il discorso per te è diverso…
Per me è diverso, certo. Ci saranno giusto un paio di pezzi a cui non penso più. Ma questo anche perché gran parte di quello che porto in giro in questo tour è roba recente. Vedi, a tutti questi cantautori, se togli i primi dieci anni della loro produttività, rischi che il concerto non si faccia, capito? Ma ti parlo anche di Daniele Silvestri, che è un mio amico e che è simile a me. La mia fortuna è che io sto facendo un concerto che ha dei brani che provengono per la maggior parte dai miei ultimi cinque anni. E la cosa ancora più bella è che il pubblico è felice perché chi mi segue è affezionato a quel periodo, diciamo gli ultimi cinque-otto anni, ecco. Per cui se non faccio “Capelli” o “Dica”…

Non è che si ammazzano… 
Zero, proprio! Però vaglielo a dire a certi miei colleghi, di non fare i pezzi più conosciuti dei primi anni! Quella cosa lì a me capita giusto con “Vento d’estate” o “Lasciarsi un giorno a Roma”, che canto sempre con intensità però è vero che sono canzoni figlie di un’epoca diversa, lontana. “Lasciarsi un giorno a Roma” è una gran bella canzone, la canto sempre volentieri, contiene un linguaggio che sento, però è evidente che rispetto alle cose che ho scritto dopo è diversa. Per esempio, “Costruire” è di dieci anni fa eppure la sento come se l’avessi scritta ieri, non ho nessun problema a cantarla, mentre invece ne ho su “Capelli”, che infatti non faccio più! “Lasciarsi un giorno a Roma” la faccio perché serve allo spettacolo, nella parte finale del concerto è un momento liberatorio, serve. Per cui, come vedi, il problema di De Gregori non ce l’ho. Certo, vedremo tra una decina d’anni che cosa riuscirò a fare…

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Oggi i cantautori che vanno per la maggiore, i vari Dente, Brunori, Calcutta, ma anche gruppi come I Cani o The Giornalisti, parlano un linguaggio musicale e testuale che mi pare molto legato a quest’epoca, eccessivamente ripiegato su un vissuto generazionale. Manca, per quanto poi nel loro genere siano anche bravi, quel respiro universale di cui parlavamo all’inizio…
Beh, innanzitutto bisogna dire che già noi, quando abbiamo iniziato, ci siamo trovati in una situazione in cui almeno l’80% delle cose che si potevano fare, erano già state fatte. Perché sai, la canzone è una forma d’arte piuttosto limitata, non è mica come una sinfonia, gli schemi, le soluzioni armoniche e stilistiche, gira e rigira sono sempre quelle. Non è facile inventare qualcosa di nuovo, quando si scrivono canzoni. E la mia generazione si è trovata a doversi confrontare con mostri sacri del calibro di De Andrè, anche se poi io ero molto più legato a Lucio Dalla e a Lucio Battisti, vale a dire alla scuola più melodica, piuttosto che a quella più letteraria. Siamo arrivati dopo, siamo una generazione che è partita alla fine degli anni ’80 e in qualche modo sembravamo più leggeri, rispetto a chi ci aveva preceduto. I ragazzi di adesso si trovano ulteriormente in difficoltà perché adesso ci siamo anche noi: non solo non possono imitare Dalla e Battisti, ma neppure Fabi, Silvestri e la Consoli! Per cui inevitabilmente, il linguaggio delle nuove generazioni è fatto più di mescolamento. Il rap, oltretutto, ha in qualche modo modificato la comunicazione nei testi, se vogliamo. Diciamo che loro si sono trovati un’estetica più forte: nell’immagine, nel modo di atteggiarsi, sono sicuramente più definiti ma questo li rende anche un po’ troppo simili tra loro. Sono un po’ tutti tipizzati mentre noi eravamo magari meno definiti ma avevamo tutti la nostra personalità. La stessa cosa la si può dire sull’estetica del video: adesso c’è tutta questa cosa, che viene anche molto presa in giro, del pianofortino e della chitarrina, no? Però questi artisti hanno un ruolo difficile, non bisogna dimenticarselo. Sono stretti tra un’eredità pesante e un’immagine stereotipata del cantautore come uno sfigato per cui la televisione lo snobba. Però devo dire che se la cavano, fanno anche cose interessanti. Un po’ è anche la moda ma quello è inevitabile, uno come Calcutta di sicuro adesso fa quei numeri perché è un po’ il trend dominante, bisognerà aspettare i prossimi dischi per vedere se continuerà così…

Però è interessante come internet abbia abbattuto certe barriere: tu comunque hai un pubblico molto trasversale, piaci anche a chi ascolta “Indie”, non solo ai fan di De André o De Gregori…
E’ vero, però considera anche che io sono in giro da vent’anni! Piano piano il pubblico inizia ad assomigliarmi molto, nel senso che è un pubblico trasversale ma lo è per età! Ogni artista che sta sulla scena per diverso tempo, ha modo di farsi conoscere, svela se stesso poco a poco. E poi noi abbiamo attraversato diverse estetiche: la televisione negli anni ’90, fino ad arrivare ai giorni di oggi, con lo strapotere dei Social. Vedi, i ragazzi di adesso, non essendoci più i budget che c’erano prima per realizzare i video, fanno queste cose Low Fi che sono diventate un marchio preciso, hanno creato essi stessi una tendenza. La stessa cosa è accaduta per le registrazioni. Ma noi queste cose non le potevamo mica fare, vent’anni fa! Non avrei mai potuto fare questo disco da solo, vent’anni fa, mi ci sarebbe voluto uno studio vero e proprio perché dove cazzo sarei andato con un quattro piste a cassette? Mica avrei potuto pubblicare il risultato! Adesso invece, soltanto con un telefonino, posso realizzare qualcosa che è pubblicabile e l’estetica me la scelgo io. Ecco, semmai adesso c’è il fatto che l’estetica se la scelgono loro e quindi c’è quella vanità in più come da selfie, che non è più una fotografia ma che ha qualcosa che non va… è cambiato il tempo, perché noi ci lamentavamo che eravamo troppo preda delle case discografiche mentre invece loro sono molto più liberi ma poi non è detto che questa libertà la usino bene…

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Poche ore dopo, col locale imballato oltre ogni limite ed un’atmosfera caldissima, che non ti aspetteresti mai da un posto considerato freddo e formale come la Svizzera, Niccolò Fabi, Alberto Bianco e Filippo Cornaglia salgono sul palco.
Le promesse vengono effettivamente mantenute: l’impianto dello show è simile a quello visto quest’estate (solo leggermente più corto nel numero di brani eseguiti) anche se qualche piccola variazione c’è stata, visto che è ritornata in scaletta “Io” e che è stata proposta una versione di “Evaporare” bella da lasciare senza fiato.
Per il resto, la formazione a tre e la maggiore esperienza accumulata in questi ultimi mesi, hanno reso le esecuzioni più fluide e a tratti anche più piacevoli.
Il pubblico è entusiasta, canta e applaude tantissimo tra un pezzo e l’altro, dando l’impressione che stesse aspettando questo evento da anni. Dal canto suo, Niccolò non si risparmia, si dimostra contento e totalmente a proprio agio con gli altri due musicisti, e si rivolge al pubblico con affetto e anche con un po’ di timidezza, quasi imbarazzato da tanto entusiasmo.
È l’ultima data di questo tour europeo per cui è chiaro che ci sia anche un po’ di malinconia nell’aria; a dispetto di questo, però, l’energia e l’allegria non mancano. Certo, se fosse per me, sceglierei di ascoltare solo i brani più intimi e meditativi, come quelli del nuovo disco (sempre tra i momenti migliori) o certe perle assolute come “Solo un uomo” o “Costruire”. Ragion per cui, certi momenti un po’ gigioneschi o certe improvvisazioni in libertà (ad un certo punto si sono lanciati in una versione simil reggae di “With My Own Two Hands” di Ben Harper) mi hanno un po’ lasciato indifferente, anche se era chiaro che loro si divertivano tantissimo mentre lo facevano.
È stata una bellissima serata, l’ennesima consacrazione per uno dei cantautori migliori del nostro paese e l’ennesima vittoria di un posto come il Foce, che ogni volta che ci andiamo riesce a farci desiderare di avere la cittadinanza svizzera…
Il tour adesso prosegue. Da dicembre si riparte per un altro giro di città, alcune di quelle che tra primavera ed estate erano state lasciate fuori. Se ve lo siete persi, avete un’ottima occasione per rimediare…

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Un pensiero riguardo “Niccolò Fabi: Racconto il mio intimo e lo faccio per tutti

    […] Giai e Damir Nefat. A suo tempo non avevo scritto proprio bene di loro, lo stesso Niccolò, quando lo avevo intervistato, mi aveva detto di avere pazienza e io ho pazientato. Ora, non sono certo arrivati al livello di […]

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