Nadiè: “Di come l’acqua alta ha invaso la nostra Venezia quotidiana” – l’intervista

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Articolo di Eleonora Montesanti

Acqua alta a Venezia è il nuovo disco dei siciliani Nadiè. La protagonista assoluta di questo nuovo lavoro è la rabbia, un sentimento sempre meno presente nella musica, soprattutto come canale costruttivo e disvelante, che qui viene spurgato in dieci canzoni cariche di tensione emotiva. Quello dei Nadiè è un rock potente ed elettrico: da questi scossoni, uniti alla forza delle parole, è impossibile non uscirne purificati. Proprio in occasione dell’uscita dell’album abbiamo scambiato quattro chiacchiere di testa e di pancia con Giovanni Scuderi, voce, chitarra, piano e autore dei testi. Ne è uscito qualcosa di davvero prezioso. Buona lettura.

Iniziamo proprio dal principio: quand’è che avete capito che la musica avrebbe avuto un ruolo tanto significativo nelle vostre vite?
Beh, da sempre, da quando c’hanno concepiti, immagino. Penso che la musica ti scelga, e non il contrario. Poi, un giorno, il caso e/o destino ha creato una simbiosi creativa chiamata Nadiè, fatta da 5 teste pensanti con gusti, usi e costumi diversi (pensa che uno di noi dorme a testa in giù) ma complementari. Da qui, in origine, nasce il suono Nadiè.

Il vostro percorso artistico come Nadiè è iniziato più di un decennio fa. Se vi chiedessi di fare un tuffo nel passato come vi sentite adesso rispetto ad allora?
Siamo cresciuti da tutti i punti di vista. Le esperienze personali, il privato, la voglia di misurarsi, i calci ai denti… sono tutte cose che ti fortificano e ti fanno crescere. Dal punto di vista professionale siamo meno disincantati, direi più cattivi, cinici. Avere a che fare con i concerti, i produttori, i direttori artistici, i festival, i locali. Penso alla storia del lupo con l’agnellino… è da un po’ che abbiamo capito.

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Proprio in questi giorni è in uscita il vostro nuovo disco Acqua alta a Venezia, un disco molto forte a livello di contenuti, incentrato sulla rabbia nei confronti di molti aspetti della nostra società. Credete che la rabbia possa essere un motore costruttivo per cambiare le cose?
La rabbia è il carburante che ti permette di schiodarti dal divano e fiondarti nel mondo reale. Scendere in strada e cambiare le cose. Non lo fa più nessuno, sono tutti in casa, collegati, connessi wifi. Soli. Oggi questo sentimento è confuso, le testate e i social lo spogliano del vero significato. Nel disco cerchiamo di retrocedere a quando ci si sporcava le mani, a quando pensavamo ai nostri nonni e alle loro schiene rotte per darci quello che abbiamo oggi. La rabbia di vivere onestamente e credere nel futuro costruttivo che alimenta le coscienze.

Una delle denunce che appaiono più fortemente all’interno del disco è la povertà di contenuti (soprattutto nei giovani). Credete che di questo ne risenta anche la musica?
La musica di oggi non è più all’altezza. I giovani rappano, non suonano. Questo è già indicativo. Se si parla di musica chiaramente. Se si parla di espressione artistica nulla da dire. Le nuove uscite, in linea di massima, sono piastrate da luoghi comuni: l’amore finito, il mostro del videogioco, la nuova app del trono di spade… il miele ovunque, anche sul ferro da stiro… la tragedia di una visualizzazione andata a male. Le tragedie dei ciuffi e dei piedi d’argilla… Mai si parla di politica, di ruoli, di sentimenti. Forse ciò che viviamo oggi è lobotomizzato o forse siamo noi a crescere con uno strato di crema direttamente dalle colazioni dei bar.

A tal proposito: c’è qualche giovane artista italiano che vi piace particolarmente?
C’è davvero poco. Nel sottobosco (vs mainstream) c’è sempre fermento, anche se i contenuti e la scrittura dei testi spesso mi spiazzano. Nel disco pluri osannato di Motta, ad esempio, salvo 2 brani. E’ tutto molto difficile. C’è Leo Pari che non mi dispiace.

Rimanendo sempre nell’ambito dei giovani, c’è una frase all’interno del brano Breve esistenza di un metallaro che mi ha colpita particolarmente: sono troppo giovane per vivere una vita intera. Ci raccontate la storia di questa canzone?
Breve esistenza è un brano che tratta il suicidio. Ho sempre pensato che la figura del “metallaro” sia di una sensibilità unica. Il cut-up testuale è fortemente voluto per prendere una posizione da alieno tra ciò che potevamo essere e ciò che siamo diventati. Anch’io spesso mi sento un po’ troppo giovane per una vita così lunga.

Uno degli argomenti più caldi di Acqua alta a Venezia è la religione, affrontata da diversi punti di vista. Quello più interessante è legato al capitalismo. Chi è, secondo voi, il Dio chitarrista a cui avete dedicato una canzone?
Il Dio capitalista fa capo alle multinazionali. Il mondo è in mano a 10/15 persone e non ce ne rendiamo conto. Siamo telecomandati tra social, telefonini, calciatori, scarpe, giornali. Ma poi anche la chiesa, la fede falsa, le cose dello stato e lo stato delle cose.

Quali sono state le ispirazioni musicali (o, più in generale, culturali) che vi hanno accompagnato nella fase creativa di Acqua alta a Venezia?
Dal punto di vista testuale me ne occupo io e ti posso dire che ho davvero reagito di pancia nella scrittura di questo disco. Cerco sempre di essere onesto con i miei giudizi. Parlo di vita vissuta e non le mando a dire, ragion per cui scrivo per me stesso e non per gli altri. Mi piace pensare che qualcuno la pensi come me e non che io la pensi come qualcuno. Per le musiche abbiamo diversi ascolti personali che mettiamo a fondere in sala, al fine di creare un suono personale chiamato Nadiè.

Se questo disco avesse un colore, quale sarebbe? E perché?
Viola. Perché viola è il colore della morte, ma una morte che mi sa di rinascita.

Quali sono i vostri progetti per il futuro? E come vi vedete da qui a dieci anni?
I progetti nel cassetto sono tanti. Alcuni già realizzati, altri da realizzare. Sicuramente suoneremo “live” molto a lungo e proporremo il nostro percorso ovunque in Italia, in giro per festival e locali adatti al nostro genere. Tra 10 anni? Forse ci trasferiremo a Venezia.

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