Contaminazione e perfezione: Antonio Faraò presenta Eklektik @ Masada – Milano, 2 Marzo 2017

Postato il Aggiornato il

Articolo e intervista di Giacomo Starace, immagini sonore di Valentina Brosolo

Antonio Faraò, uno dei migliori jazzisti italiani, ci ha stupiti con un album innovativo e per niente scontato: Eklektik è una fusione fra jazz, funk, rap, musica elettronica, che porta un genere poco ascoltato nel mondo della musica di consumo di massa. Siamo andati ad incontrarlo nel bellissimo Masada, poco lontano dall’Arco della Pace a Milano.

Sig. Faraò, fra noi giovani il jazz non è molto ascoltato, per cui le chiederei: è un genere per pochi adepti o può comunicare anche a noi?
Il disco si chiama Eklektik, perché è influenzato da diversi stili, quali musica brasiliana, r&b, rap; penso che tocchi molto anche i giovani. La differenza è che, mentre questi generi un po’ commerciali vengono fatti dal deejay, questo disco è fatto da musicisti che suonano. Secondo me è una musica che i giovani possono ascoltare volentieri.

Come si concilia il jazzista con questi generi commerciali?
Il jazz è la musica più contaminata del mondo, per cui per forza si concilia bene. Quello che suoniamo noi riprende diversi stili, per cui ci sta tutto questo discorso. Il jazz è eclettico, è contaminazione, superare barriere, per cui questo progetto si concilia benissimo con esso.

Quando è scattata la molla per questo progetto?
È scattata qualche anno fa, abbiamo iniziato a lavorare con Dario Rosciglione, mio collaboratore in questo nuovo progetto, e con Enrico Solazzo, che ha curato alcuni arrangiamenti. Fondamentalmente questo progetto è nato 14 anni fa ed è rimasto nel cassetto, purtroppo, perché in Italia si cerca di etichettare i musicisti, cosa sbagliata, senza dargli una possibilità diversa. Quindi ho aspettato tutto questo tempo, ma poi ho trovato un produttore esecutivo (Walter Lagorio) che si è innamorato della mia musica, ha sostenuto questo progetto, e un produttore discografico (Patrizio Romano), così abbiamo finalmente fatto uscire questo lavoro.

C’è un intento comunicativo, una specie di filosofia alle spalle?
L’intento è quello di far capire a livello umano che le differenze, di ogni tipo, non devono esserci: per quanto mi riguarda è un modo per abbattere le barriere, la differenza può creare una cosa nuova, può dare uno stimolo in più alla tua cultura. È la fusione di tutte le culture.

È un po’ quello che ha fatto il jazz storicamente…
Le contaminazioni sono inevitabili, rientrano nei rapporti umani, nelle differenze, anche politiche, poi non metto mai la politica nella musica perché quest’ultima è una cosa a sé, fa parte dell’arte. In qualche modo il messaggio è abbattere le barriere, andare oltre, non fermarsi, non essere ottusi, aprirsi: il jazz è apertura, non chiusura.

Provando a fare dei passi indietro, da dove nasce questa passione per la musica, per farne la propria vita?
Ho sbagliato il Paese sicuramente, me lo dicono in tanti, jazzisti anche famosi. Il punto è che io sono cresciuto con questa musica: a sei anni i miei genitori mi portarono ad un concerto di Count Basie ed Ella Fitzgerald.   Mi è entrata subito nel sangue,  l’ho sempre amata, fa parte della mia vita, non riuscirei a starne senza. È nata così, poi si è sviluppata.

Guardando, invece, al futuro, dove si dirigerà? Nuovi progetti, nuove idee..
Sicuramente andrò avanti con questo progetto, poi ho in programma un piano solo, molto atteso, visto che non ne ho ancora fatto uno.

Ancora una  domanda. In questi ultimi anni sono usciti molti film che hanno toccato, tanto o poco, la musica jazz, l’ultimo è La La Land, che ha riscosso molto successo. Cosa ne pensa del legame fra cinema e musica?
Ho visto Miles e mi è sembrato un po’ un’americanata; al contrario, ci sono film che sono opere d’arte. Trovo che sia una bella idea parlare di questa musica, molto di nicchia.  Poi adoro le colonne sonore, ho lavorato per il regista di Les Choristes, Cristoph Barratier, abbiamo fatto la colonna sonora per un film con Sophie Marceau, per la quale abbiamo registrato negli Abbey Road Studios, un’emozione pazzesca. È una cosa che mi piace, lo faccio volentieri se ne ho l’opportunità. Un esempio di quanto sia stretto questo legame è la musica di John Williams (compositore per Star Wars, Indiana Jones…), lui era jazzista, suonava il piano, quindi quando lui scrive senti le cose di cui parla, è fondamentale. Prova a vedere un film senza musica…

La sala del Masada si riempie in fretta, appena si spengono le luci inizia lo spettacolo. Nessun inizio in sordina: Antonio Faraò (piano), Enrico Solazzo (keyboards), Dario Rosciglione (basso) e Lele Melotti (batteria) suonano da subito dell’ottima musica, dando prova delle loro qualità di musicisti fuori dal comune. Stupisce particolarmente la capacità tecnica di Faraò, le cui mani sembrano far parte del pianoforte che sta suonando. Il pubblico viene rapito fin dalle prime note. Ascoltando i brani trovo conferma di ciò che mi ha detto: i generi, pur differenti, sono amalgamati senza far percepire alcuna spaccatura.
Guardarli suonare insieme è emozionante, sono profondamente sintonizzati l’uno con l’altro.
Il livello musicale continua a salire con l’ingresso sul palco di Mauro Capitoli ed il suo sax, seguito da tre splendidi cantanti: Walter Ricci, giovane promessa del jazz italiano, Fabiana Rosciglione e Claudia Campagnol. Ricci ci regala un’interpretazione di altissimo livello, Campagnol stupisce tutti con l’estensione e la padronanza della sua voce. La seconda parte del concerto dimostra quasi una simbiosi assoluta di questi straordinari musicisti che continuano ad alzare il livello, con la tranquillità di chi è seduto nel proprio salotto, ridendo e scherzando nelle pause fra un brano e l’altro.
Quando l’ultima nota di Europe si spegne resta un’emozione indescrivibile: siamo stati avvolti da un’arte allo stato puro.

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