Decibel @ Teatro della Luna, Milano – 10 Aprile 2017

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Articolo di E. Joshin Galani, immagini sonore di Stefania D’Egidio

I Decibel son tornati: Vivi da Re!

A 40 anni esatti dalla prima uscita discografica dei Decibel, esce “Noblesse Oblige”, nuovo lavoro con pezzi nuovi e nuove versioni di alcuni vecchi brani più famosi.
Sono alla data milanese del tour omonimo, ho grande curiosità per questo concerto, sia per lo spazio temporale che lo divide dal primo disco – era il 1977 – sia per la  scaletta.

Credo sia importante pensare a quel periodo storico, perché le circostanze sociali e politiche sono spesso state emanazione della musica di un determinato periodo.
All’epoca l’Italia non era ancora uscita dalla lotta armata, dalle P38, dai rapimenti.
Narrano i sussidiari musicali di allora che, mentre l’onda cantautorale si diluiva assieme a tutto il significato socio politico degli anni 70, alcuni giovani musicisti prendevano direzioni diverse. I nostri erano affascinati da Velvet Underground, Bowie, Talking Heads…

L’interesse ed il gusto per ciò che accadeva musicalmente a Londra in quel periodo germinava in Italia, i sapori di queste contaminazioni davano vita sia ad artisti che a nuovi spazi di musica live. “Underground” era il termine in uso per definire questo sottobosco nascente pieno di promesse. In toscana nascevano Litfiba, Diaframma, Moda, Neon, a Bologna i Gaznevada, e poi in veneto i Frigidaire Tango. A completare la rosa della New Wave italiana, da Milano Faust’O, Garbo, Chrisma, Kandeggina Gang ed i Decibel.
In questo 2017 i Decibel tornano ad incontrarsi, una reunion che non sa di celebrazione o nostalgia, un nuovo disco che non ricalca vecchi stilemi punk o post punk, direi più una versione Decibel 2.0.
La location è il teatro della Luna. Trovo sempre insoliti i teatri come spazi musicali pop rock, anche se gli impianti sonori rendono sicuramente una pulizia di suono ineccepibile.
Nelle prime file i fan storici: camicia bianca, cravattino stretto in pelle come da copertina di “Vivo da Re”, alcuni coi Lozza montatura bianca come portava Ruggeri all’epoca.
Ero praticamente certa che il pubblico sarebbe stato di cinquanta-sessantenni, sono invece sorpresa di vedere un’età assolutamente eterogenea, anche ragazze con la T-Shirt Decibel.


A mettere le cose in chiaro sulla radice musicale della nascita dei Decibel lo fa il primo brano, “Walk on The Wild Side” di Lou Reed, inframezzato dalla parole di Ruggeri che cerca di farci entrare nel suo vissuto, nella differenziazione degli ascolti musicali di quel periodo – “era musica da carbonari” – dice. Il gruppo è nato sui banchi del Berchet, liceo milanese di Porta Romana, presenta Fulvio Muzio e Silvio Capeccia come “gli amici dell’ultimo banco”.
“Gli anni del silenzio” è seguita da “Superstar” vecchio brano.
C’è una bella miscela tra vecchio e nuovo, fa dei ponti tra passato e presente, trovando il fil rouge che li unisce.
“La gente crede di decidere, ma li stanno pilotando da altre parti, ecco due canzoni con lo stesso argomento, scritte a 40 anni di distanza” dice per introdurre “Il primo livello” e “Il lavaggio del cervello”.
Chiude la prima parte del live “Indigestione Disko” e “A Disagio”, cantata però da Silvio Capeccia, e giù, discesa del sipario 🙂
I suoni sono perfetti, il pubblico è molto partecipe e caldo.
Riprende l’accesissima “Tanti Auguri” dal vecchio repertorio, seguita da “Crudele Poesia”.


Non poteva mancare un omaggio e saluto a David Bowie con un’intensa versione di “The Man Who Sold The World”. Mi viene il dubbio che tanti dei presenti non la conoscano, non vedo molta presenza emotiva tra il pubblico.
Enrico parla tra un brano e l’altro, dice di avere ammirazione per le minoranze, a costo di essere considerato snob, ed è così che presenta Noblesse Oblige.
Prima di partire con “Teenager” racconta: “quando l’abbiamo scritta avevamo 20 anni, ora un testo così sarebbe ipotesi di reato, però ho un’amica che da anni canta “Non ho l’età” noi abbiamo la moratoria!”
Ed anche qui, un ponte con “L’ultima donna “.
E’ sulle note di “Sweet Jane” che fa un cenno con la mano, una sorta di benestare, ed il pubblico si alza accalcandosi sotto palco. Naturalmente mi ritaglio uno spazio anch’io, finalmente il teatro diventa un po’ più R’n’R.
E’ “Decibel” a seguire e i cori da stadio gli vengono tributati dal pubblico, in un festone sottopalco ad alte temperature.
Poco prima di iniziare “Pernod”, Enrico chiama alla chitarra Pino Mancini, il “bel giovanotto” come lo definisce, chitarrista facente parte dei primi Decibel, che ha partecipato anche alla realizzazione del loro ultimo album.

Una lunga versione, di quasi 10 minuti, in cui presenta tutta la band sul palco:  Silvio Capeccia che usa unicamente tastiere dell’epoca, (mellotron , minimoog e il mitico organo Vox Continental) Fulvio Muzio alla chitarra, Lorenzo Poli al basso, Massimiliano Agati alla batteria e Paolo Zanetti alla chitarra.
Annuncia di essere vicino alla chiusura, “non vi faccio fare tardi, so che dovete andare di fianco a prendere i figli” alludendo al concerto di Fedez e J-Ax concomitante al Forum.
Anche l’ultima parte è una “scaletta ponte”: “My Generation” dell’ultimo, (in cui cita David Bowie, J. Cale, Lou Reed, Talking Heads, Roxy Music, Sparks, Sex Pistols, Stranglers, Devo, M. DeVille, Iggy Pop, Ramones, Clash).
Gli succedono, in un boato, le hit dei Decibel, “Vivo da Re” e “Contessa” anticipata da un esilarante siparietto di Ruggeri che, con bombetta in testa, scimmiotta il ballerino della pubblicità della Tim (per il cui spot è stato utilizzato l’incipit di Contessa) e fa suonare due diverse tastiere, una con le note esatte di “Contessa”, l’altra con quelle utilizzate dalla pubblicità. Ma non entra in polemica, c’è troppa aria di festa – “Ma sì, dai, sono belle tutte e due” – commenta.
Ringrazia tutti di esserci, lui il lunedì gioca a calcio, per la sua assenza ha dovuto far saltare la partita, ma ha invitato la squadra a sentirlo, stasera.
Io credo che i Decibel siano sicuramente scritti nella storia della musica Italiana, di un certo tipo di musica sicuramente, e credo che stasera abbiano dato prova di poter continuare ad esserci, senza rimpianti, nostalgie o celebrazioni, semplicemente come un “c’eravamo e ci siamo”.

 

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