E’ appena uscito “Figure senza età”, il terzo disco di Luca Rovini, quello più maturo, per saperne di più lo abbiamo intervistato

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Intervista di Luca Franceschini

Luca Rovini è di Pisa, canta in italiano con una bella e marcata inflessione toscana ma ha l’America nel cuore. Guarda a tutta la grande tradizione letteraria e musicale degli Stati Uniti: da Cormac Mc Carthy ad Edward Bunker, da Neil Young a Bob Dylan, passando da nomi non tanto conosciuti dalle nostre parti (e ti pareva) come Joe Ely, Guy Clark o Townes Van Zandt…“Figure senza età” è il suo terzo disco e, nonostante già i due precedenti avessero fatto trasparire ottime potenzialità, questa volta siamo davanti ad un notevole progresso a livello di scrittura dei pezzi, oltre ad un lavoro di arrangiamento davvero notevole. Il disco della maturità? Potrebbe essere, anche se ovviamente ci auguriamo che abbia ancora tante altre cose da dire. Nel frattempo lo abbiamo intervistato e ne è uscito il ritratto di un artista che ha la musica nel cuore e che si muove consapevole che quello che fa è tremendamente serio, perché ha a che fare con la verità di se stesso… 

Ciao Luca, complimenti per il disco, credo si tratti del tuo miglior lavoro. Mi racconti qualcosa di com’è nato?
Mi fa piacere che ti sia piaciuto. Anch’io credo sia superiore agli altri due. All’inizio in realtà non volevo registrare un nuovo disco, poi c’è stato questo incontro con Stefano Cudia, chitarrista di Pisa con cui ho suonato anni fa, negli anni ‘90. Lui ha sempre fatto roba surf, strumentale però quando ci siamo rivisiti mi ha detto: “Se hai qualche canzone nuova che hai bisogno di arrangiare, chiamami perché mi piacerebbe lavorarci sopra.”. Così ci siamo trovati, abbiamo iniziato a suonare in giro come duo, abbiamo provato e arrangiato i brani nuovi, li abbiamo portati in giro dal vivo e ne abbiamo scritti anche due insieme. Ci vedevamo solo una volta alla settimana per le prove, ci siamo presi molto tempo. 
Siccome eravamo soddisfatto del lavoro fatto, abbiamo poi deciso di registrare e di immortalare questo progetto nato quasi per caso. Il risultato è una cosa un po’ diversa da quello che ho sempre fatto ma lo sento molto vicino al suono che ho sempre avuto in testa per le mie canzoni.

Ho visto che ci sono molti ospiti su questo disco: me ne parli? 

Originariamente avevamo detto che avremmo suonato tutte le canzoni come trio: io, Stefano e Stefano Costagli alla batteria. Avrebbero dovuto essere sette o otto brani. Poi però avevo tradotto questo pezzo di Guy Clark e volevo suonarla con chitarra e voce. È successo che ho suonato dal vivo a Marina di Pisa e lì c’era  Eugenio Corsaro, che è pianista ma suona anche la fisarmonica. Abbiamo parlato un po’ e ho deciso di coinvolgerlo su quella canzone. Avevo un altro brano nuovo,  “Companeros”, che avevo già suonato dal vivo, accompagnato alla tromba da Mike Perillo: è stato dunque naturale chiedergli di suonare anche in studio. In generale, mi piace questo discorso di mettere in un disco uno strumento mai usato, non proprio inerente alla tradizione rock, ma che potrebbe dare qualcosa in più, spiazzare un po’ l’ascoltatore. E infine ho coinvolto Paolo Ercoli, mi piaceva molto l’idea di utilizzare anche la pedal steel, e il dobro. Stefano Cudia è un bravo chitarrista ma questi due strumenti non li ha mai approfonditi molto; Paolo invece è uno dei più bravi in Italia, con dobro e pedal steel, è stato naturale chiamare lui.

Mi piace molto il titolo “Figure senza età”: in che modo ti è servito a focalizzare e ad inquadrare tutto il disco? 

Mi piaceva il discorso di provare a creare delle canzoni che non fossero collocate in un tempo preciso. Sono storie che ho scritto nell’ultimo anno e mezzo ma per come sono uscite, ho sentito che avrei potuto averle scritte anche dieci anni fa e che magari tra dieci anni potranno essere riascoltare senza essere considerate fuori tempo. L’idea è proprio quella di creare una canzone e di vederla come una figura senza età, in movimento. Mi piace questa idea che non abbiano una collocazione precisa nel tempo, ecco.

Tu parti da una tradizione ben precisa che è quella dei grandi cantautori americani e che potremmo chiamare “Roots Rock”, pur con il rischio di banalizzare. Nella tua musica però c’è dentro un po’ di tutto, alla fine, anche forse per il cantato in italiano, hai saputo dare un’impronta personale alla tua proposta… 

Io sono un amante di tanti generi, in verità. Mi piace il vecchio blues acustico, quello più recente, il country, il rock, ecc. In generale cerco di non collocare le cose che ascolto: se metto su un disco di Hank Williams, mi ci rapporto come se fosse stato registrato poco fa. Mi viene anche spontaneo suonare quel tipo di musica: è la musica che ho sempre ascoltato, da quando avevo quindici anni a oggi. In ogni brano quindi affiorano queste mie radici musicali, è naturale. Mi piaceva però l’idea di provare a suonarli usando la lingua italiana, anche se non ascolto molti artisti che la usano. Mi piacciono De Gregori, De André, Conte, mi piaceva molto anche Gian Maria Testa, ma niente altro al di fuori di loro. Mi piace però usare la lingua italiana su questi generi musicali che ho sempre ascoltato e che mi viene spontaneo suonare.

Senti, mi accennavi prima a “Disperati in cerca di una via”, la tua versione del brano di Guy Clark. Non conosco la versione originale ma la tua l’ho trovata bellissima, forse una delle più belle del disco. Nel precedente “La barca degli stolti” ti eri cimentato con “Powderfinger” di Neil Young. Direi che ti piace rileggere nella nostra lingua le canzoni dei grandi autori americani… 
Ci sono tantissime canzoni della tradizione americana che io amo e questo era uno di quei brani. È un classico, secondo me. Sta sul primo disco di Guy Clark, un lavoro per me importantissimo, che ho sempre ascoltato in questi anni. Ci sono tante canzoni di questo tipo che mi piace suonare ma l’ho sempre fatto per divertimento, oppure le metto in scaletta quando suono dal vivo. Non posso metterle sul disco per via del testo in inglese. In seguito però mi è  venuto in mente che sarebbe stata una bella idea tradurne qualcuna in italiano. È un’operazione molto difficile, perché ci sono tanti riferimenti non semplici da rendere nella nostra lingua, che dipendono anche da un diverso approccio culturale. Prima di Clark, ci avevo provato con Townes Van Zandt ma l’ho abbandonato presto perché era veramente impossibile. Questa canzone però la volevo fare da tanto tempo. Poi un giorno, per caso, Paolo Vites mi disse: “Perché non provi a fare in italiano quel pezzo di Guy Clark?”. Allora ho pensato che si trattasse di una coincidenza fortunata e che quello fosse davvero il momento giusto per farlo. La canzone racconta anche una storia che si prestava molto: parla di questo rapporto tra una figura anziana e un ragazzo che cresce, sono due persone che fanno un percorso differente ma che sono in qualche modo uniti da qualcosa. Spero, con la mia traduzione, di avere reso lo spirito della storia originale, che poi era anche una vicenda realmente vissuta da Guy Clark.

Adesso col mio nuovo gruppo abbiamo tradotto un classico della musica americana, “Six Days on The Road”, che aveva già fatto in italiano Ricky Gianco. In seguito l’avevano ripresa i Gang ma il testo non centrava niente con quello originale. Ho deciso così di riprendere il tema originale della canzone e sono soddisfatto di quello che è venuto fuori.

Leggendo i tuoi testi, mi ha colpito in particolare quello di “Corri uomo corri”, che peraltro ti avevo già sentito cantare dal vivo. Mi pare ci sia un po’ dentro tutta la tua poetica, la tua visione della vita: non fidarsi troppo dei politici, delle istituzioni che promettono felicità in maniera formale, e rimanere attaccati a quei rapporti, a quei legami, che sono in grado di darci veramente quello di cui abbiamo bisogno… che ne pensi? 

È un’interpretazione corretta. Ho scritto questa canzone come una via di fuga, in un certo senso. Non mi riconosco in questa politica, non mi riconosco in questi partiti: per me dovrebbe essere una cosa totalmente differente, sia nel modo di vedere che nel modo di gestire le cose. Ho cercato di non fare un brano propriamente di protesta ma di cercare di far capire il mio pensiero, mettendo però in risalto la voglia di uscire da questi condizionamenti che abbiamo. È stato un tentativo di lasciarli alle spalle e di cercare in qualche modo una propria felicità al di fuori di questi condizionamenti. Volevo anche un brano che non fosse né troppo folk (che avesse dunque un richiamo esplicito alla protesta) ma che avesse un senso in più di leggerezza, appunto, di libertà.

Un’altra canzone del disco che mi è piaciuta moltissimo è “L’ultimo Hobo”, che hai scritto per ricordare la figura di Carlo Carlini: potresti raccontare chi era, a me e a tutti quelli che non hanno avuto modo di conoscerlo? 

Carlo Carlini era di Novara, mi pare ed era un grandissimo amante della musica; ha portato in Italia tantissimi artisti che io amavo e che non erano mai venuti a suonare in Italia: Joe Ely, Rick Danko, Townes Van Zandt, lo stesso Guy Clark. Noi ragazzotti qui di Pisa vedevamo sempre la pubblicità di questo festival che organizzava a Sesto Calende e così decidemmo di andare. Era il 1994, mi sembra di ricordare. Lo conobbi in quest’occasione e scoprii che era proprio una figura incredibile, fuori dal tempo, con una grande personalità e ti trasmetteva una passione immensa per la musica. Nel corso degli anni si è ampliato, ha organizzato concerti anche in altri luoghi e arrivò a farlo anche a Pisa, dove c’era un locale chiamato Borderline. Lì siamo diventati amici. Ricordo che una volta gli diedi un nastro con alcune mie canzoni e lui mi scrisse che gli erano piaciuti, che avrebbe voluto farmi aprire alcuni dei concerti che organizzava e di contattarlo se la cosa mi fosse interessata. In quel periodo ero in una situazione un po’ particolare e così lasciai cadere la cosa: ad oggi rimane il mio più grande rimpianto. Quando è venuto a mancare, nel 2011, mi è dispiaciuto molto. Provo una grande riconoscenza verso quest’uomo, che mi ha dato l’opportunità di vedere tanti dei miei eroi. Sono passati sei anni, ma nessuno ha reso omaggio a lui in nessun modo. Così ho sentito la necessità di scrivere questa canzone per ricordarlo. Il suo festival si chiamava “Only an Hobo” per cui mi è venuto in mente di intitolarla  “L’ultimo Hobo”. Lui è stato l’ultimo vero amante della musica, faceva quello che faceva solo per amore perché poi spesso e volentieri ci rimetteva di tasca sua.

Vedo che suoni abbastanza spesso dal vivo. Che piani hai per questo disco? Riuscirai a venire anche dalle parti di Milano, prima o poi?

Noi cerchiamo di suonare il più possibile dal vivo. Ci divertiamo tantissimo, non lo vediamo come un lavoro anche se chiaramente c’è dietro un sacco di fatica, con le prove e tutto il resto. Ci piace andare in giro a portare le nostre canzoni: dove riusciamo a suonare noi andiamo, dai posti più grandi a quelli minuscoli. Cerchiamo di suonare il più possibile. Se noi ci divertiamo e la gente è contenta, allora vuol dire che qualcosa hai trasmesso, ed è sempre una grande gioia per noi. Mi piacerebbe un sacco andare ad allargare il giro, suonare in quei tanti locali in cui ancora non abbiamo messo piede però non è facile, per tutta una serie di ragioni difficili da riassumere. Adesso ci stiamo organizzando per quest’estate , vorremmo riuscire ad uscire dalla Toscana, ma non dipende solo da noi. Ripeto, se ci sono locali disposti ad accoglierci, noi siamo i primi ad essere contenti di partire!

Hai una voce molto particolare, che mi piace molto. L’hai mai curata in qualche modo? 

In origine non mi curavo molto, non facevo molta attenzione. Negli ultimi due anni invece ho cercato di lavorarci sopra maggiormente, di cercare di capire quali sono i miei registri più adatti, le tonalità. È un aspetto secondo me molto utile, laddove prima mi curavo solo della struttura delle canzoni, dei testi, ecc. Non ho mai studiato canto e nemmeno mi interessa, per le mie canzoni non mi serve una voce impostata o imparare chissà quali trucchi, però adesso sono contento di come la uso, funziona molto meglio rispetto agli anni passati. Una cosa che mi dicono spesso è che a tanti non piace che io abbia queste vocali aperte che lasciano trasparire la mia toscanità. In realtà è una cosa voluta: è un discorso di radici musicali, è bello che venga alla luce quali sono le radici di una persona. Sono toscano e mi piace che si capisca. Provo a essere personale e se ci riesco mi fa piacere, tutta la ricerca va in quel senso lì.

A proposito di Toscana… sono curioso di sapere come ti trovi a Pisa: per uno che fa musica, è piuttosto lontano dai grandi centri come Milano, Roma o Bologna, però continuo a leggere articoli che dicono che si vive benissimo… 

Dipende da cosa uno cerca nella quotidianità. Io ci sto benissimo perché se uno ricerca il quieto vivere, è bello. Io ci sono nato, qui a Pisa, c’è il mare a un quarto d’ora di macchina, le montagne a mezz’ora. È una città tranquilla. Se uno ricerca la tranquillità, è un posto che si fa vivere bene. Certo, a livello di locali la situazione non è ottimale, non ce ne sono molti. Ci sono tantissimi studenti però non è che offra chissà cosa come divertimenti. Tante volte, ti dirò, mi sono trovato a volere andar via. Sono venuto spesso a Milano, a Roma, ma l’istinto di tornare a Pisa ce l’ho sempre. Sto sempre bene, mi piace andare in giro nei vicoletti, in quegli angoli dove non c’è nessuno. Poi quando vedo l’Arno che scorre, è una cosa che mi dà proprio tranquillità…

Siamo alla fine. C’è ancora qualcosa che vorresti dire a tutti quelli che leggeranno questo pezzo? 

Ovviamente saluto tutti e ti ringrazio per quest’intervista. Ringrazio tutti quelli che hanno comprato e compreranno il disco, tutti quelli che incontro in giro per i concerti e spero davvero di trasmettere qualcosa di positivo con la tua musica…

Grazie a te e speriamo di rivederci presto sulla strada

 

 

 

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