Mark Lanegan – Gargoyle (Heavenly Recordings, 2017)

Postato il Aggiornato il

Articolo di Luca Franceschini.

Recensire oggi un disco di Mark Lanegan è impresa da una parte difficilissima e dall’altra oltremodo semplice. Difficilissima perché c’è tutto il peso del suo passato, dapprima con gli Screaming Trees, poi con i primi capolavori da solista, ancora con i dischi assieme ad Isobel Campbell, a Duke Garwood e a tutte le altre collaborazioni che ha realizzato in tutti questi anni; Mark Lanegan come monumento vivente, insomma.
Mark Lanegan come esponente principale della scena di Seattle (totalmente falso, visto che neppure proviene da lì, tecnicamente parlando), Mark Lanegan come epigone del Grunge (falso almeno per tre quarti, secondo me), Mark Lanegan come uno più grandi cantanti che la storia del rock abbia mai conosciuto (e qui possiamo sottoscrivere in pieno).
Ma dall’altra parte facilissimo, perché basterebbe concentrarsi sul prodotto che abbiamo tra le mani e valutarlo per quello che è, senza farci più di tanto intimorire dal nome scritto in copertina.
Per una volta mi sa che occorre fare così, per evitare di ingarbugliarsi in millemila distinguo del tipo: “Eh, che voce che ha!” o “Eh ma sai, è una leggenda vivente!” e via di questo passo.
Perché un disco nuovo, alla fin fine, è fatto di canzoni nuove. Ed è di quelle che bisogna parlare. Poi si possono anche fare tutte le considerazioni del caso ma prima occorre rispondere a una domanda, disarmante nella sua banalità: “Ma sto disco è bello o no?”.
Ecco, allora lasciatemi dire che no, non è bello. O meglio, che si mantiene tutto sommato piacevole dall’inizio alla fine, che ha due o tre momenti che spiccano leggermente sugli altri e si fanno notare ma che, per il resto, verrà dimenticato in fretta. In fin dei conti, se proprio dobbiamo essere sinceri, il complimento più grande che possiamo fare a queste canzoni è che sono cantate da Dio: capirete quindi che non stiamo messi benissimo.

Non mi dilungherò molto ma andiamo comunque con ordine. Per chi scrive (ma non solo, immagino) la carriera solista di Mark Lanegan contiene almeno due step fondamentali che hanno funto un po’ da spartiacque della propria direzione artistica: il primo è la pubblicazione di “Bubblegum” (2004), dove abbandonò le acustiche sonorità oscure dei primi dischi in favore di un approccio più complessivamente elettrico e rumoroso; più genuinamente rock, insomma.
Il secondo, “Blues Funeral”, che contaminava pesantemente con l’elettronica un sound che nel frattempo diventava ancora più oscuro e monolitico.
Quei due dischi hanno rappresentato la mutazione da crooner malinconico a rocker aggressivo e tenebroso, con una scelta di muoversi in paesaggi sonori non ancora esplorati.
Non è successo molto, da qui in poi. Di dischi ne sono usciti, suoi e con altri, ma non hanno aggiunto pressoché nulla al Mark Lanegan che già conoscevamo. In particolare “Phantom Radio”, pur attestandosi su un buon livello, non ha fatto altro che replicare la formula del precedente, senza eccessivi scossoni.
Sembrerebbe dunque che dovremo rassegnarci a considerare il singer di Ellensburg come un’ugola straordinaria e niente più, il classico che “canta benissimo ma non scrive più una canzone significativa da anni”.

Questo “Gargoyle”, che è l’ottavo lavoro in studio della sua carriera, contando solo i dischi di pezzi inediti usciti esclusivamente a suo nome, non sembra fornire indicazioni utili per dire che ci troviamo di fronte a qualcosa di diverso.
I due singoli apripista, “Nocturne” e “Beehive”, lasciavano ben sperare: due brani diretti, oscuri ma allo stesso tempo sfocianti in ritornelli eleganti, di facile presa, in linea (soprattutto quello di “Nocturne”) con le cose migliori degli Screaming Trees.
L’ascolto delle restanti tracce ci ha poi confermato queste prime impressioni: “Gargoyle” segna un ritorno abbastanza marcato a sonorità più tradizionali e si configura come una perfetta via di mezzo tra “Field Songs” e “Bubblegum”, con la sua prima band a fare capolino in più di un’occasione.
Se si eccettua “Blue Blue Bell”, infatti, dove i sintetizzatori hanno un ruolo preponderante, oppure l’iniziale “Death’s Head Tatoo”, che conserva il feeling rumoristico ossessivo dei due precedenti lavori, il resto è del tutto impostato su strumenti tradizionali, forse anche per le ospitate di due vecchi amici come Duke Garwood e Greg Dulli (dubito però che abbiano in qualche modo messo mano agli arrangiamenti).
Abbiamo così “Sister”, che ha l’incedere lento di una ballata blues ed è accompagnata discretamente dagli archi; o “Emperor”, con un riff di chitarra molto coinvolgente e un andamento saltellante che la rende uno degli episodi più piacevoli del lavoro, anche se alla fin fine si tratta di un pezzo parecchio leggero. Che Lanegan abbia voluto guardare di più dalle parti dei suoi esordi lo si vede soprattutto in due tracce come “Goodbye to Beauty” e “First Day of Winter”: due classiche ballate delle sue, la seconda impreziosita dalla presenza del Mellotron e da seconde voci che rendono il ritornello molto pieno e intenso.
Non manca neppure un tocco di sorpresa nella conclusiva “Old Swan”: si tratta di una canzone d’amore delle più tradizionali, con una chitarra che ricorda gli U2 più classici, quelli della seconda metà degli anni ’80; una melodia dolce, quasi una preghiera, un raggio di luce che arriva gradito dopo un viaggio meno claustrofobico del solito ma non per questo più rassicurante.

Non è un brutto album, “Gargoyle”. La classe del suo autore è ancora indiscussa e la sua voce è virtualmente incapace di annoiare. Eppure, nonostante la piacevolezza dell’ascolto, nonostante si arrivi alla fine con grande facilità (complice anche la durata non certo eccessiva), rimane netta l’impressione che questo lotto di canzoni non abbia lo spessore sufficiente per stare al passo col resto del repertorio dell’autore di Ellensburg. Quel guizzo, quella scintilla che c’è stata almeno fino a “Blues Funeral”, quella rabbia, quel tormento che gli hanno permesso di firmare capolavori come “Whiskey for The Holy Ghost” o il già citato “Field Songs”, sembrano essersi volatilizzate per lasciare il posto ad un’onesta voglia di fare il proprio mestiere. Niente di disprezzabile, certo, ma da uno come lui ci si aspetterebbe molto di più.
A luglio sarà da noi per un paio di date. Dal vivo, quando ha voglia, è sempre una garanzia. Il mio consiglio è di esserci, anche se su queste nuove canzoni la pensate come me. Non ce ne sono in giro molti, di performer così.

Tracklist:
01. Death’s Head Tattoo
02. Nocturne
03. Blue Blue Sea
04. Beehive
05. Sister
06. Emperpor
07. Goodbye To Beauty
08. Drunk On Destruction
09. First Day Of Winter
10. Old Swan

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