Ryan Adams @ Anfiteatro del Vittoriale, Gardone Riviera (Bs), 12 luglio 2017

Postato il Aggiornato il

Articolo di Luca Franceschini, immagini sonore di Roberto Bianchi

Ryan Adams mancava dall’Italia da tanto, troppo tempo. Qualche sporadico passaggio a inizio carriera, quando forse era ancora alla ricerca di un mercato che potesse valorizzarlo al meglio, poi più nulla. Probabilmente ha giocato la consapevolezza che, al netto di un percorso artistico che si è rivelato subito molto fortunato, il nostro paese non sarebbe stato in grado di garantirgli l’interesse e il seguito che si sarebbe meritato.

Oggi, a distanza di 17 anni dal suo esordio discografico, quell’”Heartbreaker” che lo rivelò come uno dei più talentuosi songwriter degli anni Zero, l’artista di Jacksonville torna finalmente tra noi. È stata una grande scommessa di Claudio Trotta, patron della Barley Arts, portare uno così in un paese dove c’è ben poca fame e conoscenza di questo tipo di sonorità (e, mi verrebbe da aggiungere, scarsa attenzione alla musica dal vivo in generale). Una scommessa forse non vinta, almeno a giudicare dalla scarsa affluenza segnalata alla data di Roma e dal fatto che neppure lo splendido Anfiteatro del Vittoriale, che non è proprio quel che si dice capiente, è andato sold out. Ad ogni modo, chi c’era ringrazia tantissimo e spera che la cosa verrà ripetuta senza che debba passare per forza un altro decennio.

In apertura, Karen Elson, modella e cantautrice forse più famosa in passato per essere stata sposata con Jack White che per i suoi effettivi meriti artistici. Il suo secondo disco, “Double Roses”, è uscito da poco ed è un lavoro gradevole, di Folk contemporaneo velato di Pop, con canzoni di livello ordinario ma assolutamente piacevoli. Dal vivo si presenta con una band di tre elementi, che comprende anche un violino e una suggestiva arpa. Suona una mezz’oretta e convince, pur non incantando. Il suo è un buon set, ben eseguito e composto da canzoni indubbiamente di buona fattura, che si fanno ascoltare in pieno. Non c’è niente però che possa davvero farla emergere dalla massa. La voce è bella ma fin troppo ordinaria, le canzoni sono belle ma non hanno nulla che possa veramente dire qualcosa di più rispetto a tutto quello che si sente in giro oggi.
Il genere è fin troppo di moda, il panorama, soprattutto quello femminile, è negli ultimi anni decisamente affollato. La ragazza è brava ma, a meno che non sforni dal cilindro qualche canzone sopra la media, l’impressione è che ce ne dimenticheremo in fretta.

Ryan Adams ha decorato il suo palco con un paio di grandi tigri di peluche e alle spalle ci sono un po’ di televisori vintage impilati, a creare un effetto straniante e vagamente nonsense, come del resto è nella sua tradizione. Il suo ultimo disco, “Prisoner”, è il racconto malinconico e a tratti doloroso della sua rottura con la moglie Mandi Moore; sorta di “Blood on the Tracks” in salsa springsteeniana, contiene diversi momenti di grande impatto ma dopo una recensione e ulteriori diversi ascolti, si può confermare che sia piuttosto lontano dalle cose migliori da lui fatte in carriera.
Del resto questo istrionico rocker del North Carolina ha pubblicato una marea di roba, tra dischi veri e propri, raccolta di outtake (l’ultima, dedicata proprio alle session di “Prisoner”, è apparsa poco tempo fa e contiene la bellezza di 17 brani), cofanetti live usciti solo su vinile, incursioni nel metal e nell’Hardcore e addirittura il rifacimento intero di un disco di Taylor Swift (per chi scrive un lavoro memorabile, tra l’altro).
E quindi bisogna prenderlo così, anche perché un suo concerto va sempre molto oltre i dischi, mette a tema lui e la sua band, quello che hanno voglia di fare e disfare per quelle due ore che staranno sul palco.

I Cardinals non ci sono più da tempo, ormai. Chi li ha visti dal vivo sostiene che siano i musicisti migliori con cui Adams abbia mai suonato (del resto c’era un certo Neal Casal alla chitarra), nonostante in studio avrebbero di sicuro potuto fare di meglio.
Questa sera ci sono Tod Wisenbaker alla chitarra, Ben Alleman alle tastiere, Charlie Stavish al basso e Frederik Bokkenheuser alla batteria. È una band diversa, di gente con cui sembra trovarsi benissimo (Ben e Charlie hanno anche registrato con lui l’ultimo disco) e sono tutti ottimi musicisti. Solo, la sensazione è a tratti che non facciano più dello stretto necessario. Per intenderci: suonano benissimo, con un gran tiro e il concerto è una vera botta di energia, visto che verranno privilegiati i brani più rock del suo repertorio e il ritmo resterà altissimo dall’inizio alla fine, con ben poche occasioni per tirare il fiato. Nonostante questo, che pure è già tantissimo, non si è potuta eliminare una certa impressione di ordinarietà, soprattutto negli arrangiamenti, come se, citando le parole di chi l’ha visto più volte, il fatto di essere il più bravo lì sopra, gli avesse precluso la possibilità di dare veramente il massimo.

Probabilmente però, sono riflessioni che contano poco, alla luce di quel che si è visto. Perché quel che si è visto è stato davvero un bel concerto. Un bel concerto rock, quello vero, dalle radici americane, un rock liberatorio ma anche teso e sofferente, un rock con le chitarre in primo piano ma anche con le tastiere, con l’hammond, con tanti assoli e improvvisazioni.
E questa sera Ryan Adams ci ha fatto anche vedere che la sofferenza non genera per forza altra sofferenza e che può nascere anche la bellezza, dall’abbandono di chi ci ama.
Il concerto si apre infatti col grido straziante di “Do You Still Love Me?”, la prima del nuovo album, e prosegue con un trio mozzafiato dal lavoro precedente: “Gimme Something Good”, “Am I Safe” e “Stay With Me”. Inizio che più diretto non si potrebbe, una potenza di suono notevole, nonostante una voce che nelle prime battute appare un po’ affaticata.
Poi una corposa selezione di brani da “Prisoner”, ed ascoltando le varie “Outbound Train”, “Doomsday” o la title track, capiamo che le canzoni di questo disco, pur non brillando per originalità, risultano efficacissime dal vivo, soprattutto quando si vuole spingere sull’acceleratore e liberare energia.

La splendida “Let It Ride”, un classico nelle sue esibizioni, è il primo episodio veramente datato che ci viene proposto, e anche quello in cui fa la comparsa un membro della crew, agghindato in un imbarazzante costume da diavolo con fattezze feline, che suona il tamburello e incita la gente a battere le mani. Che senso avrebbe una scena del genere (peraltro ripetuta nel finale)? Assolutamente nessuno, ma Ryan Adams ci piace anche così. E forse proprio perché è così.
Ha anche fama di essere piuttosto collerico e istintivo, se qualcosa contribuisce a deconcentrarlo. Mi hanno raccontato di quella volta in cui ordinò alla sicurezza di sbattere fuori un tizio che gli aveva richiesto “Summer of ‘69”, salvo poi, pare, suonarla ironicamente qualche volta dopo.
Stasera invece si guadagna la mia eterna stima quando, dopo poche battute di “When The Stars Go Blue”, si interrompe e si mette ad urlare addosso ad uno in prima fila, reo di stare smanettando col telefonino, indifferente a quel che stava capitando sul palco.

“Metti via quel telefonino! Non sono una cazzo di app! C’è gente che ci tiene al concerto e che sta seduta in fondo, se a te non frega un cazzo adesso te ne vai e lasci il posto a qualche vero fan che non ha potuto mettersi qui davanti!”. Applausi scroscianti. Giusto. Sacrosanto. Se tutti gli artisti iniziassero a fare così, probabilmente cambierebbe qualcosa, nel modo ormai totalmente distopico in cui ci accostiamo agli spettacoli dal vivo.
A parte questa breve scenata, la prima parte del concerto scorre via liscia, con la band che infila una canzone dopo l’altra, senza pause e senza nessuna parola nel mezzo.
È l’occasione buona per ascoltare l’inattesa “This House Is Not For Sale”, una magnifica versione di “Cold Roses”, diluita all’interno di una lunga e ipnotica jam dove trova posto pure una “I See Monsters” particolarmente psichedelica.
Non mancano neppure le rarità, quei brani che non ti aspetti, che sono piuttosto lontani dallo status dei classici ma che non per questo sono meno belli: “Juli”, una delle tante outtake del nuovo lavoro, che lo avrebbe senza dubbio impreziosito se vi fosse stata inserita; e poi “When The Summer Ends”, in una versione un po’ più rilassata ma non per questo meno energica, rispetto a quella presente su “1984”, quello che lui definì “il mio personale tributo agli Husker Dü.”.

Nella seconda parte gli equilibri cambiano, Ryan diventa più gigione, si mette a scherzare con la band, soprattutto con Todd Wisenbaker, che lo istiga in maniera radicale e con cui si produce in gag purtroppo quasi impossibili da capire, visto che i due parlavano spesso tra loro lontani dal microfono.
C’è aria di scazzo ma anche di tensione che si è in qualche modo allentata. Il pubblico, come sempre in queste situazioni, comincia a urlare i titoli delle proprie canzoni preferite e c’è un momento molto divertente in cui, in risposta a qualcuno che dalle gradinate urlava qualcosa di inintelligibile, il nostro dichiara di aver capito “Walter Gray”, di non conoscere nessun brano che si chiami così ma poi, tra le risate del pubblico, comincia ad improvvisare un Blues fumoso, con la band che gli viene dietro perfettamente, in cui le parole “Walter Gray” sono ripetute più volte.

Poi, dopo aver detto che: “Sento che mi state facendo un po’ di richieste ma vi avverto che state sprecando tempo perché per me esiste solo il qui ed ora, sul palco”, invita un ragazzo che gli aveva ripetutamente chiesto “English Girls Approximately” a raggiungerlo onstage (“Non ti farò del male, giuro,”) e poi, quando è chiaro che il fortunato o il malcapitato (non si è mai capito) non aveva intenzione di scendere, gli suona comunque il pezzo, da solo con la chitarra acustica, in una versione davvero notevole. Infine, non contento, dopo essersi più volte lamentato delle zanzare che infestavano il posto, regala il suo Autan a due ragazze in prima fila (“Tanto ormai sono già stato punto un sacco di volte!”) provocando ulteriori risate e applausi scroscianti.

È stato utile, in qualche modo: ci ha come offerto un ulteriore, inedito spaccato di un artista che fino adesso stava andando alla grande, ma che avrebbe lo stesso potuto essere tacciato di essere un po’ troppo freddo e distaccato.
La parte finale dello show è scintillante come quella che l’ha preceduta, con una delicata versione di “Two”, una “Sweet Illusion” davvero ispirata e una “Everybody Knows” che ha rappresentato uno dei miei personali highlight della serata.
Poi ancora il grande classico “New York New York”, durante il quale gran parte della platea si alza in piedi e una “Trouble” davvero granitica, che ci ricorda come il precedente “Ryan Adams”, pur non molto amato dalla maggior parte dei fan, non sia per niente un brutto disco.
Sul finale ovviamente scattano tutti in piedi e ci si ammassa sotto il palco: è una “Shakedown on 9th Street” carica come non mai, direttamente dall’esordio “Heartbreaker”, che ha il compito di porre fine alle due ore abbondanti dello show, non prima che la band si sia scatenata in assoli vari, col tastierista Ben Alleman sugli scudi.

Non ha concesso bis (non ne aveva bisogno, vista la durata) ma sono stati in tanti, me compreso, a sperare che ricomparisse, magari per un brano in solitaria, dato che i tecnici tardavano ad iniziare lo smontaggio e le luci rimanevano spente. Non è accaduto ma non importa: dopo averlo visto dal vivo possiamo dire che Ryan Adams sia un artista di primissimo livello, forse sottovalutato, ma del tutto degno di salire ai piani che contano, per quanto riguarda l’universo del Roots Rock.
Adesso, come ho detto prima, speriamo solo che non debbano passare dieci anni prima di rivederlo…

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