Salmo @ Woodoo Fest, Cassano Magnago (Va) – 21 luglio 2017

Postato il Aggiornato il

Articolo di Luca Franceschini, immagini sonore di Stefano Rescaldani

“Ho deciso di portare in tour una vera e propria band perché la musica live, quella suonata con strumenti tradizionali, sta morendo; nessuno suona più così e mi è sembrato giusto fare la mia parte per supportarla.”.
Lo dice verso la fine del concerto, Salmo, e sono parole che, seppure semplici, mi hanno colpito. È vero quel che dice, Pro Tools ormai spopola in studio di registrazione, una certa estetica “Indie”, da I Cani a Calcutta, ha sdoganato l’imperativo che se sei stonato e sul palco suoni approssimativo, non importa, nel momento in cui la gente canta le tue canzoni.

Il rap, da questo punto di vista, sembrerebbe aver vinto, almeno agli occhi di un ascoltatore totalmente inesperto come il sottoscritto. Questa musica la seguo poco e la capisco ancora meno; al massimo ho dato un’occhiata oltreoceano, dove gente come Kendrick Lamar, Kanye West o Run The Jewels non hanno bisogno di presentazioni e sono riusciti a comunicare il proprio valore anche ad uno che con queste sonorità non ci ha mai avuto a che fare.
In Italia è un po’ diverso, perché le basi un po’ tutte uguali, i contenuti testuali superficiali o comunque stereotipati, l’uso maledettamente fastidioso dell’autotune (utile per carità, ma con moderazione) ha appiattito un po’ tutto; poi è arrivata la Trap, genere o sottotendenza non ancora perfettamente definibile, e le cose si sono fatte ancora più difficili.
Eppure, c’è poco da dire: oggi questa musica rappresenta il futuro. Non sarà l’unica ad essere ascoltata e non sarà l’unica a richiamare attenzione mediatica, eppure è innegabile che le giovani generazioni stiano guardando soprattutto da questa parte.

Il rap, l’hip pop, rappresentano senza ombra di dubbio quello che il rock fu negli anni ’50, ’60 e anche nei ’90 quando, al netto del fatto che c’erano già altri generi in auge, i vari Queen, Guns and Roses, Metallica, Europe, imperversavano nei nostri ascolti adolescenziali, per non parlare poi del successo planetario di Grunge e Brit Pop.
Tutto questo oggi sembra finito. Un certo tipo di musica richiama ancora numeri notevoli, ma l’impressione è che, se si parla di ciò che è realmente di moda, di ciò che è realmente conosciuto anche da chi non ha per forza di cose la passione per i dischi e i concerti, allora bisogna per forza andare nella direzione del Rap e di tutto ciò che gli assomiglia.

Basta vedere quel che è successo al Woodoo Fest di Cassano Magnago, nella serata dedicata a questa proposta. Arrivo tardi, per cui non riesco a vedere nessuno degli artisti che si sono esibiti prima. Quando però Lazza & Low Kidd salgono sul palco, accade quel che dicevo prima: le diverse centinaia di persone presenti intonano ogni brano, parola per parola e partecipano con grande entusiasmo a quello che, dal punto di vista strettamente musicale, appare una prova pietosa.
Non ho ascoltato i dischi di Lazza, non so come suonino in studio. Quel che accade sul palco, però, è davvero imbarazzante. Due vocalist che si muovono tarantolati, declamando i testi più o meno all’unisono, accompagnati da una base musicale monotona, ripetitiva e quasi inudibile, complice una resa acustica alquanto disastrosa. A completare il tutto, un personaggio improbabile, che viene presentato anche lui come parte della squadra, ma che non fa altro che aggirarsi a disagio sul palco, riprendendo ogni tanto col telefonino quello che sta avvenendo.
Per di più, le grida di “Raga, com’è?”, “Su ste cazzo di mani,” e altre amenità varie, infarciscono ogni due per tre la performance, così che risulta decisamente difficile capirne qualcosa.

Ripeto, musicalmente parlando, è il peggio del peggio. Eppure non se ne accorge nessuno. Il pubblico è giovanissimo, la maggior parte ha l’aria di non avere mai assistito ad un concerto in vita sua. In tantissimi cantano con le spalle rivolte al palco, cercando lo sguardo degli amici e facendosi foto. Si vede benissimo che non capiscono qual è la differenza tra essere in una discoteca e in un posto dove qualcuno suona dal vivo. Per loro non è importante. Conoscono questi pezzi, li amano, li cantano. Riconoscono le basi, vanno dietro alle parole. Nessuno di loro è interessato alla qualità. Nella misura in cui possono sfogarsi con cose che conoscono bene, va benissimo così.

Ecco perché lo stacco con Salmo è così grande. Perché Salmo suona dal vivo, perché ha una band, perché il sound è decisamente migliore e perché spacca di brutto. Lo spettacolo che i cinque mettono in piedi è talmente superiore che risulta inutile mettere in campo ogni tipo di paragone.
Eppure, la reazione del pubblico è la stessa. Entusiasmo a mille, si canta, si salta, si battono le mani e, soprattutto, ogni brano viene scandito parola per parola; uno sforzo notevole, imparare tutte quelle strofe. Sarà banale, ma si capisce da qui che questa generazione ha questa roba nel sangue e che per quanto ci sforziamo di lamentarci, di dire che non è possibile, di urlare che un mondo in cui un sedicenne non sa chi sono i Beatles è un mondo finito, le cose non cambieranno. Non a breve, per lo meno. Ma volete la verità? A me non interessa che le cose cambino.

Perché il concerto di questa sera è stato pazzesco, la presenza scenica di Salmo è incredibile, il flow è impetuoso e preciso al massimo, la band non si produce in arrangiamenti sofisticati, ma suona compatta e dà a tutti i pezzi, anche a quelli più datati, un tiro veramente magnifico, con certi fraseggi in cui addirittura è il Metal a fare capolino, specie in certi finali dove anche Salmo prende la chitarra e si lancia in ritmiche che sembrano figlie di quell’Hardcore con cui ha iniziato a muovere i primi passi.
Non se ne accorge nessuno? Può darsi, però saltano tutti come pazzi quindi, anche solo a livello inconscio, il ritmo è penetrato nel sangue, poco, ma sicuro.

Per il resto, poco da dire. “Helvisback” è stato uno dei grandi successi discografici del 2016, un album che ha probabilmente consacrato Salmo tra i migliori rapper italiani,  ma anche come l’unico, forse, a potersela giocare ad armi pari coi colossi americani. Ha girato l’Italia in lungo e in largo, con qualche puntata anche all’estero e adesso siamo agli sgoccioli: probabile che alla fine di questa leg estiva si chiuda tutto e si inizino i lavori per il nuovo disco.
Da parte nostra, non ci sono dubbi: se il rap italiano è fatto in questo modo, allora va benissimo, c’è solo da imparare. E complimenti al Woodoo per aver ancora una volta organizzato una manifestazione di livello. Dimensioni contenute, ma strutture competitive e location piacevole. Potrebbe davvero diventare l’alternativa al Miami, che negli ultimi anni si è trasformato in qualcosa che ha molto a che fare con l’hype e molto poco con la musica suonata. Qui, da quel che si vede, è proprio tutto diverso…

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