The Shins, Band of Horses @ TOdays festival, Torino – 27 agosto 2017 [opening Gomma, Timber Timbre]

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Articolo di Luca Franceschini, immagini sonore di Roberto Remondino

Il Todays Festival di Torino è uno di quegli appuntamenti a cui volevo partecipare da parecchio tempo. Qualità decisamente alta della proposta, piacevolezza della location, (relativa) vicinanza a casa. È vero, forse non saremo mai un paese di Serie A, musicalmente parlando, ma è indubbio che, soprattutto negli ultimi anni, non mancano occasioni di livello per chi volesse ascoltare roba buona.
Nei giorni scorsi da qui sono passati Pj Harvey, Perfume Genius e Mac De Marco, giusto per fare tre nomi che avrei tanto voluto vedere e che invece, essendo ancora in vacanza, mi sono perso.
Si recupera con l’ultima giornata, che vede tra i suoi principali motivi d’attrazione gli Shins, alla loro prima volta assoluta in Italia, e il ritorno dei Band Of Horses, prima data da noi dopo l’uscita di “Why Are You Ok” e dopo il pesantissimo cambio di line up di non più di sei mesi fa.

Non faccio in tempo a vedere il set di Andrea Laszlo, quando arrivo sul posto non c’è ancora tantissima gente e i Gomma sono già ben lanciati dentro il loro concerto. La proposta della band di Caserta è di quelle su cui preferirei stendere un velo pietoso. Non voglio risultare offensivo e dal canto loro, ce la mettono anche tutta, però credo che questo rock tirato e rumoroso, a metà strada tra l’irruenza del Punk e l’indole ironica e dimessa di un certo mondo Indie, siano la dimostrazione più grande di quel che succede in quest’epoca contemporanea in cui sembra che tutti siano in grado di pubblicare un disco. I Gomma (o “Gomma” senza articolo, non saprei come chiamarli) non hanno canzoni che possano arrivare al cuore, non hanno una personalità ben distinta, assomigliano a mille altre band, sembrano semplicemente sfruttare l’onda lunga di un momento in cui chiunque imbracci uno strumento e scriva cose ammiccanti alle nuove generazioni, sembra in grado di poter meritarsi un palco. Ripeto, non voglio offendere. Loro fanno quello che fanno, qualcuno gli ha dato la possibilità di farlo e quest’estate hanno suonato dovunque. Segno che, probabilmente, loro hanno ragione e io no. Eppure, avendoli già incontrati in un paio di occasioni, posso esprimere il mio giudizio senza timori: per quanto mi riguarda, una band di cui non si sentiva il bisogno. E nello specifico, questa è forse la pecca più grave degli organizzatori, totalmente fuori contesto. Per il resto, auguro a loro ogni bene, non sono certo io che devo decidere cosa deve ascoltare la gente.

Diverso discorso per i Timber Timbre, invece ben dentro il tema della serata e per questo attesi da una discreta fetta di pubblico. I canadesi hanno pubblicato quest’anno il loro “Sincerely, Future Pollution”, sesto capitolo di una carriera ormai ultra decennale. Non hanno raccolto tantissimo, soprattutto dalle nostre parti, ma sono un nome più o meno di riferimento, quando si parla di sonorità che, in un modo o nell’altro, hanno a che vedere con la nuova ondata Folk partita proprio a inizio Millennio. Sul palco si presentano in maniera quasi informale, senza dare troppo peso al look o all’attitudine, suonando un set di 45 minuti dove dominano i ritmi lenti, le melodie scure e ipnotiche. Non sempre coinvolgenti, volutamente ripetitivi nella struttura armonica delle canzoni, hanno un indubbio fascino, ma non sono mai stati in grado di scrivere un pezzo che funzionasse da solo, che potesse davvero andare dritto al punto e definirne l’identità. Forse per questo, rimangono un nome di secondo piano rispetto ad act più blasonati. Il loro è un concerto che a tratti stanca, a tratti coinvolge; da questo punto di vista risulta decisamente migliore la seconda parte, dove un sassofono rimane costantemente in scena e dona alle canzoni un’impronta più variegata. Per il resto, a me non lasciano granché, se non la vaga impressione di un live discreto che, credo, dimenticherò presto.

Rapido cambio, puntualissimi alle 21.15, ecco gli Shins, su un palco che hanno totalmente decorato di fiori colorati, a dare un tocco esotico e festoso. La band originaria del New Mexico non aveva mai suonato in Italia e comprensibilmente c’era molta attesa. Suonano prima dei Band Of Horses, ma alla fine il tempo che hanno a disposizione è identico e tantissimi sono qui per loro. James Mercer è uno di quei personaggi che ha saputo rivitalizzare il concetto stesso di “Alternative Rock”, proponendosi in maniera decisa come uno dei principali innovatori della tradizione che abbiamo avuto in questi primi Duemila. Smaltita la sbornia Brit, l’America ha cercato di riprendersi la propria leadership con una serie di band che però, ironicamente, hanno dovuto sempre guardare dall’altra parte dell’Oceano, per trovare ingredienti necessari a preparare ciò che avevano in mente. Quello degli Shins è un Pop colorato e frizzante, dall’attitudine a metà tra il Jangle Pop di scuola Smiths e (molto di più) il sound anni ’60 tipico dei Beatles, il tutto con un’attenzione e un talento per le melodie veramente fuori dal comune. “Heartworms” è il disco con cui sono in qualche modo rinati, in cui James ha fatto pace con sé stesso, rinfrancato dalla paternità e dalla serena dimensione della sua esistenza che sta in questo momento vivendo. Per chi scrive si tratta di un lavoro ispirato, per un certo verso anche rinnovato nel songwriting, sinceramente non capisco il senso delle critiche espresse da molti, sia sulla stampa specializzata che sui Social.

La formazione è sempre cambiata nel corso degli anni, col solo Mercer come membro stabile tanto che, di fatto, non si esagera più di tanto se si definisce questo gruppo come un suo progetto personale.
L’inizio è affidato a due grandi tracce del passato, “Caring Is Creepy” e “Australia”, dirette e scanzonate al punto giusto, l’ideale per dare il via allo show. Subito dopo arriva, la nuova “Name For You” e personalmente non noto nessuna frattura col vecchio repertorio. Quello che non convince, semmai, è l’impatto generale. Sul palco sono in sei, la presenza di tre chitarre (il cantante ne suona una durante quasi tutti i brani) dà al suono un’impronta molto robusta e nel complesso più ruvida rispetto a quanto accade su disco; in questo senso, la “rotondità” e la leggerezza del sound del gruppo viene un po’ snaturata, per dare spazio ad un’attitudine molto più rock, che può apparire forse spiazzante all’inizio, ma che col prosieguo del concerto, complice anche l’abitudine, non guasta affatto. Più che altro, a pesare sulla resa complessiva dello show, è stato il suono non all’altezza, con gli strumenti non bilanciati a dovere e la penalizzazione soprattutto delle tastiere, suonate dalla brava (e bella) Patti King. Anche i cori, componente fondamentale del sound degli Shins, non sono sempre usciti come avrebbero dovuto (ma qui forse ha pesato anche un po’ di imprecisione da parte dei due chitarristi); un fattore non da poco, se si considera che pure James, che notoriamente non è un’ugola d’oro, si è presentato neppure troppo in forma, da questo punto di vista.

L’inizio è stato forse la parte più critica perché la band, pur partendo in quarta e riuscendo a coinvolgere il pubblico, non è apparsa molto precisa, oltre a trovarsi a gestire i problemi di cui sopra.
Col passare del tempo, per fortuna, le cose migliorano, arrivano esecuzioni magnifiche di “Gone For Good” (con un nuovo arrangiamento che la rende più lenta e pseudo Country), “Saint Simon” e “Mine’s Not a High Horse” (impreziosita dal violino suonato dalla King), ovvero tre degli episodi migliori di “Chutes Too Narrow”, che per quanto mi riguarda è il loro miglior disco.
Molto bella anche l’indiavolata “Painting a Hole”, da “Heartworms”, dove il ritmo e un pizzico di sana follia dominano a dovere. Sempre dal nuovo album, convince anche “The Fear”, suonata in una suggestiva versione con Mercer alla chitarra acustica e l’accompagnamento di un trio di violini, grazie alla solita Patti King e ai chitarristi Mark Watrous e Casey Foubert. È un roadie che va a coprire lo spazio lasciato vuoto al basso da Yuuki Matthews, che si è temporaneamente spostato alla tastiera. Questo dà il pretesto al cantante, una volta terminato il brano, per ringraziare tutta la propria crew con cui, a suo dire, stanno vivendo un periodo ispirato di collaborazione e amicizia.

Sul palco, in effetti, l’atmosfera è rilassata, si vede che si stanno divertendo tantissimo. Del resto hanno un repertorio di primissimo livello, il pubblico è quasi tutto lì per loro e le cose quindi non potrebbero andare meglio. Boato comprensibile per quelli che sono due dei brani simbolo del gruppo: “New Slang” (“Questa probabilmente è la nostra hit” ha detto scherzando James prima di suonarla) e “Simple Song” che, utilizzata nel finale di non ricordo più quale stagione di “How I Met Your Mother”, ha di fatto contribuito alla loro esplosione, almeno negli Stati Uniti.
Il finale è altrettanto scoppiettante, con la psichedelia di “The Rifle’s Spiral” e un altro grande inno Pop come “Phantom Limb”, prima che “Sleeping Lessons” chiuda lo show col suo fare un po’ sornione.
Al netto dei problemi tecnici e di qualche sbavatura, gli Shins non hanno deluso, offrendo quel concerto dinamico e coinvolgente che ci si poteva aspettare da loro. Certo, dal vivo hanno ampi margini di miglioramento ma questo, mi viene da dire, dipenderà soprattutto dalla tenuta nel tempo dell’attuale line up.

Ed ecco i Band Horses. Arrivano alle 23 spaccate, come da programma (è giunto il momento di aggiungere che, in quanto ad orari continuiamo ad essere messi malissimo, ma se non altro negli ultimi tempi siamo diventati puntuali al secondo). L’inizio è tutto dominato da Ben Bridwell, che seduto al centro del palco, guida il resto del gruppo in una cosmica “The First Song”, accompagnandosi con la Pedal Steel. Subito dopo parte una “Compliments” da brividi, cadenzata, martellante e anche se sono passati solo pochi minuti, capisco che i vincitori della serata, alla fine, saranno loro.

Già, perché la verità è che non so se mi sarei recato a Torino, se non ci fossero stati gli Shins. I Band of Horses mi piacciono, li ho sempre considerati i migliori e i più credibili (assieme forse ai Decemberists) di tutta quell’ondata Neo Folk che ci siamo dovuti “sorbire” (lo dico con un certo affetto) negli ultimi dieci anni. Se band come Lumineers o Mumford and Sons hanno dimostrato presto la propria superficialità, nonostante la facciata di belle canzoni che pure hanno saputo scrivere, la band di Seattle ha invece sempre avuto una marcia in più nel proprio songwriting, un uso degli arrangiamenti, delle melodie, che denotavano uno spessore, una serietà decisamente fuori dal comune. Tutto questo, però, per quanto riguarda i primi tre dischi, perché poi “Mirage Rock” e “Why Are You Ok” hanno messo in campo cali di tensione preoccupanti e, soprattutto l’ultimo, ci ha consegnato una band banale, vuota, piena di cliché, nonostante i due singoli non fossero poi così male. A complicare il tutto, è arrivata, mesi fa, la notizia della doppia defezione del bassista Bill Reynolds e del chitarrista Tyler Ramsey, due membri di vecchia data, non proprio facilmente sostituibili.

Per dire che gli elementi per definire i Band of Horses come un gruppo ormai avviato verso un inesorabile declino, c’erano tutti.
Ora, non mi pronuncio su quello che succederà in futuro, però dal vivo fanno ancora paura, questo è poco ma sicuro. Innanzitutto sono cambiati i suoni: anche visivamente, il palco risulta molto più sgombro rispetto al set precedente, con un uso più razionalizzato dello spazio che potrebbe avere giovato alla resa complessiva. In ogni caso, gli strumenti sono ben bilanciati, anche quando i cinque si lanciano in episodi più tirati, come “Laredo” o “NW Apt.”, ne viene un fuori un wall of sound di grande potenza, ma allo stesso tempo nitido, dove tutto si distingue a dovere.

In ogni caso, l’impressione che ricaviamo da questa incredibile prova dei cinque americani, è quella di un act non solo già molto affiatato (il ritorno del bassista Matt Gentiling pare avvenuto nella massima naturalezza, così come la prova del chitarrista Richard Fitzpatrick è ottima) ma che vive un rapporto quasi simbiotico coi propri pezzi, resi con una versatilità e una naturalezza impressionanti.
Molti i momenti da pelle d’oca: da una “St. Augustine” riletta in chiave elettrica, a una “No One’s Gonna Love You” romantica e toccante come sempre; ancora, “Weed Party”, che si trasforma in una grande festa, con una lunga jam dove l’Hammond di Ryan Monroe è assoluto protagonista; oppure “Older”, cantata sempre da Monroe, col suo irresistibile ritornello Country Folk.

Non mancano (verrebbe da dire: “Purtroppo.”) i brani dell’ultimo disco, mentre il precedente “Mirage Rock” è stato completamente trascurato durante questo tour. I due singoli “Casual Party” e “In A Drawer” funzionano molto bene, hanno tiro, si integrano bene col resto del repertorio, costituendo due bei momenti del concerto. Non si può dire la stessa cosa di “Solemn Oath” o “Throw My Mess” che, pur potendo beneficiare di un’ottima esecuzione, mostrano lo stesso tutti i limiti delle versioni in studio. Sarà per questo che Ben, introducendo uno dei nuovi episodi, ci tiene a precisare che quest’album “è grandioso anche se non vi piace”, come se nei mesi scorsi avesse percepito l’insoddisfazione dei fan storici.

Ma appunto, a lui non interessa: si capisce che a lui “Why Are You Ok” piace molto e allora forse non resta che mettersi il cuore in pace. D’altronde, quello che i Band Of Horses dimostrano questa sera è che dal vivo sono una band superiore. Quando nel finale arrivano, immancabilmente, i vecchi classici come “The Great Salt Lake”, “Is There a Ghost” e, soprattutto “The Funeral”, che chiude il concerto con la sua drammatica magniloquenza, capiamo di aver assistito a qualcosa di speciale.
Adesso speriamo solo che Ben e compagni ritrovino presto l’ispirazione dei tempi migliori. Anche se, sotto sotto, quando tutte le sere sali sul palco e suoni così, forse hai ragione tu.

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