At The Edge Of The Sea – Concord 2, Brighton (UK), 18-19 agosto 2017

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Articolo di Luca Franceschini, immagini sonore di Andrew Jezard (tratte dal documentario di prossima uscita Something Left Behind)

Dopo aver incontrato David Gedge, leader dei Wedding Present per una lunga intervista, che potete leggere qui, vi racconto At The Edge Of The Sea, l’evento organizzato dallo stesso David per far suonare nella sua Brighton le band che gli piacciono, assieme ai progetti in qualche modo collegati ai Wedding Present…

Sono i Membranes ad aprire le danze, per l’occasione accompagnati da un coro per la maggior parte femminile, che accompagnerà tutto il loro set dando alle loro composizioni un tocco sinfonico e vagamente inquietante, impreziosendo a dovere una proposta fortemente basata sulle chitarre e su un suono rallentato e cupo, tipico del Post Punk. Il cantante e bassista è un veterano della scena e tiene il palco benissimo, con un atteggiamento molto enfatico ma sincero; gli altri sentono più il peso degli anni e non hanno problemi a mostrarsi invecchiati e a sfoggiare un atteggiamento più “borghese”, per così dire. La potenza però è ancora quella dei vecchi tempi e l’elevata qualità delle canzoni contribuisce alla resa di quello che alla fine si rivelerà un ottimo show.

L’ingresso dei Wedding Present è accolto da un boato e i nostri non ci mettono molto prima di tuffarsi in “You Should Always Keep In Touch With Your Friends” che, giusto per rimanere in tema, è una bside di “George Best”, l’assoluto protagonista di questa sera. I suoni, come anticipato dal soundcheck, sono splendidi, la band suona con gran gusto ed è solida e compatta, nonostante dal punto di vista tecnico non siano certo fuori dal comune (solo il chitarrista Markus Kaine, l’ultimo arrivato in ordine di tempo, sembra parecchio dotato).
La prima parte dello spettacolo è una breve selezione tratta dal vastissimo catalogo del gruppo ed ascoltiamo anche cose splendide, come “Loveslave” e un’altra celebre Bside, “Crawl”. Il pubblico, però, non sembra interessato. Stiamo parlando di pezzi vecchi, brani in cui normalmente il gruppo dà il meglio di sé dal vivo. Eppure, questa sera nulla potrà davvero competere con “George Best”. C’è aria di tensione nell’aria, sembra che non si veda l’ora che David lanci gli altri nel disco e il timido pogo durante “Deer Caught In The Headlights” sembra essere solo una preparazione per quel che verrà dopo.

Addirittura, quando il singer e chitarrista presenta “England”, uno dei brani strumentali tratti dal nuovo Ep, qualcuno degli Hardcore fan delle prime file glielo grida proprio: “Dai David, dacci un taglio! Vogliamo sentire “George Best!”. È così che deve essere, dopo tutto. Sarà forse per questo che poco prima mi ha detto che le Reunion fanno schifo? Sarà forse per questo che dopo i primi due pezzi, salutando i presenti, ci ha tenuto a precisare che “Questa sera, come sapete, suoneremo tutto “George Best” e sarà anche l’ultima volta che lo faremo, per lo meno qui a Brighton. Prima però, suoneremo un po’ di altre canzoni.”?
Ecco perché l’impazienza che serpeggia in sala non lo scompone più di tanto ed è con una lieve traccia di beffarda soddisfazione che, proprio sullo sfumare di “England” attacca senza nessun preavviso con “Everyone Thinks He Looks Daft”, lanciandosi così nel cuore della serata.

Da questo momento in avanti è il finimondo. Sono in transenna, in posizione centralissima e mi sono sistemato qui perché la situazione mi sembrava molto tranquilla, alle sette di sera. Non avevo fatto i conti con qualche centinaia di hooligan inferociti, che hanno trasformato la fino ad allora mite atmosfera del Concorde 2 in un autentico campo di battaglia. Il pogo è furibondo, incessante, non c’è un attimo di tregua e considerato che i presenti sono tutti rigorosamente sopra i quaranta, non capisco come facciano a non stancarsi.
“George Best” è un disco che va a velocità costante, molto diretto, dove il Jangle Pop dei loro primi singoli sposa l’irruenza del Punk ed ha ragione David a dire che è uniforme, che tutto accade sempre all’interno dello stesso spettro sonoro e che non ci sono variazioni. Ascoltato in cuffia o in macchina, questi sono difetti che un po’ pesano; dal vivo, soprattutto in un contesto del genere, è solamente un bene. La tensione viene tenuta costantemente alta, lo show è soprattutto fisico e la bolgia sotto il palco ne sottolinea tutta la potenza.

La band, dal canto suo, suona benissimo, molto meglio di quella del 2007, che celebrò il ventennale di quel disco, col concerto di Dublino che è ora disponibile in cd e dvd.
Certo, i nuovi ingressi sono giovani e lo stesso Gedge è ora un musicista di mezza età perfettamente appagato. Musicalmente, questa è la miglior versione di “George Best” che potevamo avere nel 2017; pensare però che ci sia ancora la stessa urgenza, la stessa fame di trent’anni prima sarebbe quanto meno fuori luogo. Ma è giusto così. Siamo qui per celebrare i vecchi tempi, per festeggiare il compleanno di un disco che, nel suo piccolo, ha scritto un capitolo della storia dell’Indie Pop. E se festeggiare un compleanno vuol dire ringraziare, allora è più che giusto che si ringrazi.

Da questo punto di vista, chi ascolta e si tira botte nelle prime file (sempre comunque con grandissimo rispetto e correttezza, è giusto sottolinearlo) è indubbiamente nella stessa posizione: si vuole divertire assieme ai propri amici, in compagnia del gruppo e del disco che ha segnato la loro giovinezza. Sono dei nostalgici senza speranze? Pensano davvero che quello sia stato l’unico periodo sereno della loro vita? Sono davvero insoddisfatti dai cambiamenti sonori che i Wedding Present hanno introdotto in tutti questi anni? Oppure, al contrario, sono anche loro consapevoli del gioco e, quando tutto sarà finito, torneranno alle loro famiglie e ai loro lavori ordinari?
È difficile dirlo. Sono stato in loro compagnia solo per un’ottantina di minuti e ho scambiato poche parole solo con una donna accanto a me, che aveva serie difficoltà a rimanere attaccata alla transenna senza essere spazzata via. Non mi piace giudicare la gente dalle apparenze. Non mi va di fare banali e rapide letture di una situazione. Non so dunque cosa ci fosse nella testa di queste persone; so solo che è stato bellissimo far parte di una cosa così. Di assistere ad un concerto che noi, nella nostra Italia così musicalmente provinciale, non potremo mai vedere.

È stato un concerto bellissimo, violento, intenso, fatto di sensazioni più che di impressioni lucide (anche perché, vi assicuro, nel frattempo dovevo anche badare alla mia incolumità personale) e alla fine, quando è finito, è sembrato davvero troppo, troppo breve.
Terminate le dodici canzoni dell’album, il gruppo si congeda con “Kennedy”, uno dei suoni brani simbolo, che è tratta dal disco immediatamente successivo, “Bizzarro”, anch’esso amatissimo dai fan storici. Inutile dire che il pogo, se possibile, aumenta d’intensità, anche perché adesso tutti sentono che siamo alla fine e vogliono buttare fuori tutto quello che hanno, finché sono in tempo.
Quando le luci si riaccendono mancano pochi minuti alle 22. Bella la vita di chi va ai concerti in Gran Bretagna, vero?

La giornata successiva inizia prima ed è tutto completamente diverso. Ci sono due palchi: il primo è quello ovviamente in dotazione al locale, mentre il secondo è una postazione improvvisata allestita nella zona bar. L’idea è che le varie band si alternino una dopo l’altra su ciascuno dei due stage: quelle più conosciute in quello principale, le più piccole su quello secondario.
Si parte alle 15 e c’è veramente tanta roba, la maggior parte sconosciuta, dalla dimensione prettamente locale, con alcuni gruppi che non hanno ancora pubblicato un disco. Il ritmo è frenetico ed è praticamente impossibile godersi tutto senza esaurire le forze prima dell’arrivo dei Wedding Present. Ragion per cui, tolti gli act che già conoscevo e che desideravo vedere, per il resto ho deciso di ascoltare le prime canzoni di ogni band e decidere poi se sarei rimasto oppure no.

Mi è piaciuta molto Ellie Ford, che accompagnandosi con l’arpa ha proposto una selezione di suoi pezzi, molto debitori al sound di Jony Mitchell. Il suo disco di debutto non è ancora uscito ma lei sicuramente la terrò d’occhio.
I Cinerama hanno suonato subito dopo, presumibilmente per far arrivare la gente prima e anche per evitare a David Gedge e ai suoi compagni di tenere due concerti consecutivi. Come anticipato, si è trattato di un set di appena 30 minuti, con pochissimi classici e alcuni pezzi oscuri come “The Girl With a Curious Smile” e “This Isn’t What It Looks Like”. Forse prevedendo il disorientamento del pubblico (ma comunque c’erano tanti fan di vecchia data), David ha scherzato dicendo che: “Le scalette le fa sempre Charlie, per cui sceglie sempre di suonare quelle che piacciono a lui!”. È stato comunque un bel concerto, anche se ci sono state diverse piccole imprecisioni, tipiche di chi non ha molto tempo per provare a dovere. L’aggiunta di due tastiere (suonate da due ragazze che si sono occupate anche dei cori) e di una tromba su un paio di brani ha dato l’impronta tipica del sound dei Cinerama, che di fatto è una versione più classica e orchestrale del tipico songwriting Pop di Gedge (che ha evidenziato questo anche nel look elegante, camicia bianca e giacca scura, con cui si è presentato in scena). Si capisce che questo non è solo il concerto della sua seconda band, ma anche un’occasione per salutare e dare il benvenuto ai presenti e illustrare il programma della giornata. Ci sono tanti amici, tra il pubblico, si ride e si scherza e l’interazione tra sopra e sotto il palco è se possibile ancora più famigliare della sera prima. Purtroppo ci si avvia presto alla conclusione e, prima della conclusiva “Health and Efficiency”, ricevo una menzione d’onore quando David, annunciando che quello sarebbe stato l’ultimo pezzo, dice: “Mi dispiace per il ragazzo di Milano che ci teneva tanto a vederci suonare, mentre noi abbiamo fatto un concerto così breve!”. Non che sia servito granché a consolarmi, ma pazienza…

Da qui in avanti, la qualità peggiora notevolmente e, nonostante una menzione d’interesse per gli Sleazoids, uno scalcagnato gruppo Punk che però ha, nelle vesti di bassista, l’ex chitarrista dei Wedding Present Paul Dorrington, accade poco o niente e non riesco a rimanere impressionato da nessun gruppo in particolare; forse solo i Flowers, col loro Pop dal ritmo lento e rilassato, riescono a coinvolgermi in qualche modo. Il resto è poca roba, a parte forse il Sound da orchestra popolare dei The Charlie Tipper Conspiracy, coinvolgenti e con qualche bello spunto nei pezzi. È stato divertente il fatto che ciascuno degli artisti misconosciuti che si sono esibiti, abbia deciso di proporre una cover dei Wedding Present, anche se non si può dire che il risultato sia sempre stato all’altezza (non male la “Dalliance” dei Charlie Tipper, il resto forse sarebbe anche da dimenticare). Aggiungiamo anche che sul palco piccolo, ovviamente allestito in una zona non pensata per suonare, la resa acustica non è stata proprio delle migliori; capirete dunque che non sia stato proprio un pomeriggio memorabile.
Il pubblico, tuttavia, partecipa e ascolta con interesse ciascun set, supportando ogni artista con entusiasmo e calore. Un qualcosa che lo stesso David Gedge, durante i saluti finali della serata, farà notare, dicendo: “Sono orgoglioso dei fan dei Wedding Present!”.

A parte i Cinerama, l’altra band che aspettavo con ansia erano i Popguns. Originari di Brighton, tra fine anni ’80 e inizio ’90 hanno giocato un ruolo di tutto rispetto nel campo dell’Indie Pop, col loro esordio “Eugenie”, che è di sicuro un lavoro importante, nel suo piccolo. Da pochissimo hanno pubblicato il nuovo “Sugar Kisses”, che vede innata la loro capacità di scrivere canzoni ammiccanti e trascinanti, con riff in puro stile Smiths e ritornelli vincenti uno dopo l’altro. Il loro set è tirato e potente, coi suoni nitidissimi e una prova maiuscola da parte di tutti, soprattutto della cantante Wendy Morgan, che nonostante gli anni che passano, ha ancora voce e carisma da vendere. Classici come “Landslide”, “Bye Bye Baby” e la conclusiva “Waiting for the Winter” (probabilmente il loro pezzo più conosciuto), provocano un bel pandemonio nelle prime file, a dimostrazione che c’è tanta gente che non se li è dimenticati. Speriamo solo di avere la possibilità di rivederli, anche se è davvero difficile che possa accadere dalle nostre parti…

E finalmente, dopo ore e ore passate a bere, ascoltare musica e saccheggiare il banco del merchandising (il più fornito che mi sia capitato di vedere, un vero e proprio attentato al portafogli), arriva il momento per i Wedding Present di tornare sul palco.
“Going Going…” è un disco molto diverso da “George Best” ed è naturale che questo si rifletta sul concerto. Se la sera prima prevalevano l’irruenza e la fisicità, qui il tutto è più riflessivo e “suonato”, anche se, soprattutto nella seconda parte, non mancano episodi più diretti ed orecchiabili. Il feeling generale è comunque di maggiore concentrazione e anche tra il pubblico non vola una mosca, anche tracce più esplosive come “Broken Bow”, “Bear” o “Secretary” vengono ascoltate e vissute con una certa compostezza. La resa generale è però ottima, grazie anche alle due tastieriste dei Cinerama, che suonano nei brani dagli arrangiamenti più complessi;del resto questo è un disco veramente riuscito, nonostante alcuni fisiologici cali di tensione e sentirlo suonato dall’inizio alla fine è un’esperienza che sono contentissimo di avere fatto anche se, in questo modo, la possibilità di ascoltare cose più datate sarebbe risultata molto remota.

Tuttavia, nel finale David annuncia che, siccome tutta la giornata si è svolta senza intoppi, c’è spazio per una manciata di altri brani. Boato di risposta da parte del pubblico. A quel punto, laconico, dichiara: “Stasera avete ascoltato i Wedding Present del 2017. Questi erano quelli del 1985.”. E immediatamente parte una “Go and Get ‘Em, Boy!” da far tremare le pareti. Il Concorde 2 diventa nuovamente un campo di battaglia, coi pogatori indefessi della sera prima, apparentemente non pervenuti fino a quel momento, che paiono materializzarsi all’improvviso per scatenare l’inferno. Non ci si ferma più, neppure per la successiva “Flying Saucer” e neppure per il classicissimo “Brassneck” che, questa volta sì, manda davvero tutti a casa.
Che dire? È stato bellissimo. Un’esperienza che è stato davvero un onore e un privilegio poter vivere. David mi ha già confermato che ci sarà sicuramente un’altra edizione: spero proprio di riuscire a partecipare anche l’anno prossimo. Per il resto, se ci fosse ancora qualcuno che ignorasse questo gruppo, farebbe bene a rimediare. Chissà mai che al prossimo giro non si riesca davvero a riportarli da noi…

 

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