Tia Airoldi [intervista] – Le notizie del mattino

Postato il Aggiornato il

Intervista di Luca Franceschini

Tia Airoldi ha momentaneamente congelato i The Please, il gruppo con cui ha realizzato tre dischi e si è fatto conoscere nella scena indipendente del nostro paese. Ci saranno senza dubbio altri lavori ma questo è per lui il momento di iniziare a scrivere utilizzando semplicemente il suo nome e cognome. Al momento è uscito un brano, “Morning News”, che vede il suo collaudato Alt Folk declinato in una formula più Pop, immediata e accattivante. È impossibile giudicare un progetto da una sola canzone ma non è uno scandalo dire che le premesse, per il momento, sono buone.

Ho incontrato Tia in un non ancora troppo affollato pub milanese, per farmi raccontare qualcosa di questa nuova avventura e per cercare di capire un po’ di più che cosa succederà in futuro. Si è parlato di questo, ovviamente, ma come spesso accade quando si chiacchiera davanti a una birra, l’oggetto del discorso si è più volte spostato. Internet, l’urgenza frenetica di dare giudizi, la necessità di prendersi i propri spazi, la ricettività del mercato italiano nei confronti di quello straniero, i concerti che da noi iniziano sempre più tardi… quello che segue potrebbe sembrare, a tratti, la ricerca di una facile lamentela e di un nostalgico rimpianto per i “vecchi tempi” in cui tutto era diverso. Niente di tutto questo. Semplicemente, questi sono anni decisivi, anni di passaggio. Chi ama la musica come noi non può fare a meno di continuare ad interrogarsi su che cosa stiamo vivendo e su come continuare a volere bene alle cose che contribuiscono a riempirci la vita, pur in un contesto del tutto mutato. In tutto questo, “Morning News” è un brano che, nella sua semplicità e linearità, offre indubbiamente un contributo significativo.

Allora Tia, direi che la prima cosa da fare è raccontare la genesi di questo tuo nuovo progetto. Quando quest’estate ho ascoltato per la prima volta “Morning News”, non era ancora chiaro se si sarebbe trattato di un’uscita estemporanea o del singolo apripista del tuo nuovo lavoro…
E’ più o meno dal 2006, da quando cioè ho iniziato a scrivere canzoni mie con continuità, che porto avanti sia la band sia le parentesi soliste, con le quali ho utilizzato diversi pseudonimi, tra cui il più usato è stato Lou Moon. Ora però, con questo pezzo, ho voluto proprio iniziare un nuovo percorso da solista. “Morning News” va inteso come punto di partenza di un nuovo filotto di canzoni: a breve ne uscirà un altro (lo sto proprio terminando in questi giorni in studio) e poi vedremo cosa fare, se pubblicare un disco completo, anche su supporto fisico. L’idea è proprio quella di dire: ho un pezzo che mi piace, in questo momento non ho voglia di fare un disco intero, però voglio ugualmente farlo sentire. E così l’ho fatto. Poi sono subentrati i ragazzi di Costello’s, che conosco da tempo e a cui ho chiesto se potevano farmi da ufficio stampa, procurandomi dei canali per poter raccontare quel che sta accadendo. Mi sto quindi trovando ad avere tanti nuovi pezzi che mi piacciono, che sono anche diversi da quello che ho fatto di solito e voglio vedere come va. Poi, parallelamente, ci sono i Please, che sono il mio gruppo…

Che quindi non si sono sciolti…
No no, siamo ancora in giro e, anzi, stiamo anche cominciando a pensare ai nuovi pezzi. Però noi abbiamo dei tempi un po’ biblici per cui non so fare previsioni a riguardo. D’altronde “Here” è dello scorso anno e anche quello era arrivato dopo una gestazione di due anni durante la quale abbiamo maturato la collaborazione con Maciste Dischi, che è andata veramente bene.

Anche se prima mi dicevi che non continuerete più con loro, giusto?
Ultimamente hanno virato verso altre sonorità, verso un’italianità più spiccata, per dire. Hanno fatto uscire Gazzelle e Canova, era chiaro che volevano prendere quella strada lì. Però penso che Antonio (Sarubbi, il responsabile dell’etichetta NDA) sia una persona bravissima, onesta, appassionata, che ha lavorato sempre veramente bene. È stato un incontro quasi casuale, è nata subito un’intesa e abbiamo deciso di fare questa cosa insieme. Purtroppo col disco non era girata benissimo la questione del Booking, ci sono saltate molte date…

Torniamo a “Morning News”: l’ho trovato anch’io abbastanza diverso dalle cose che hai fatto coi The Please, c’è una certa componente Reggae e in generale il feeling è più Pop…
Sì è proprio così, è quello che volevo fare per questo brano. Tra tutte le cose che ho scritto, ho sempre tenuto diversi filoni. Poi chiaramente, anche se non vuoi, la critica tende a catalogarti come Folk d’atmosfera o cose così. Però io ho sempre esplorato territori differenti, che magari ho espresso più da solo che con i Please. Diciamo che quando mi sono venuti fuori i giri di accordi che hanno formato questo pezzo, mi sono sentito bene nel fare questa cosa con la ritmica in levare, Reggae, come hai detto tu, che poi è una cosa che mi viene naturale, non ho dovuto pensarci molto. Poi, collegando questo con una dimensione totalmente Home Recording (perché tutti i pezzi che sto facendo lì registro in casa e poi vado a mixarli fuori), ho pensato che avesse senso perseguire questo movimento naturale che mi stava uscendo in quel momento. Inoltre, una cosa che sto imparando a fare, da quando ho iniziato a collaborare con questo studio di Milano che si occupa di colonne sonore, mi ha aperto un po’ la testa su quello che significa l’immaginario. Ce l’ho sempre avuto, legato però magari ad un disco che deve raccontare una cosa. Invece mi sono accorto di quanto è importante anche nel singolo pezzo trasferire un determinato immaginario, dando come dei colori alla ritmica, alla melodia, all’armonia. Mi sono quindi concentrato su questo aspetto, come un cuoco che presta attenzione ai suoi sapori, per cui c’è uno che dà maggior risalto all’amaro, un altro al piccante, e così via. In definitiva, tornando alla tua domanda, questo brano è figlio di uno sguardo un po’ diverso sul fare la stessa cosa. Mi piace concentrarmi di più sull’emozione che deve essere comunicata, che sia qualcosa anche per gli altri, non solo per me stesso. Magari è un concetto un po’ naïf ma è quello che volevo fare.

In effetti è un discorso interessante: la colonna sonora, se viene separata dall’immagine che vuole accompagnare, spesso ha poco senso però è anche vero che se lavori per un format del genere, sei costretto a curare di più i dettagli…
Significa rendere più concreta qualsiasi cosa, nel senso che tendi a restituirla così come la stai vivendo, nella sua essenza, andando oltre certe trovate “furbe” di un arrangiamento fatto in un certo modo solo perché può essere più accattivante o di un bridge fatto così perché può prendere di più, ecc. Invece io voglio focalizzarmi su ciò che mi viene, su ciò che voglio fare in quel momento lì!

Quanto è motivata, la scelta di far uscire un pezzo per volta, da questa frammentarietà dell’ascolto che sembra la cifra dei nostri tempi, con la playlist sembra avere ormai trionfato sull’album? Magari non è una decisione che uno prende intenzionalmente però…
Nel mio caso direi che è proprio fatto apposta. Io la vedrei sotto due punti di vista: il primo è la logica odierna che è come dici tu, un ascolto meno attento, una fruizione più veloce del pezzo. Dall’altra parte però credo che non sia una cosa da denigrare: se penso agli esordi di un certo tipo di discografia, si usciva col singolo, no? E questo perché c’era un’attenzione abbastanza particolare al pezzo, proprio per il discorso che facevo prima. Se penso che la forma canzone da tre minuti e mezzo deriva proprio dalla misura standard dei primi supporti di registrazione… beh, quello è un fattore sicuramente stupido, però ha fatto nascere uno standard che per tantissimo tempo ha funzionato. Io ho sempre pensato anche al valore del concept di un album, quindi non una semplice raccolta di pezzi ma un insieme di canzoni legati da un senso più grande…

Quindi secondo te ha ancora senso una formula del genere, un disco che sia da fruire dall’inizio alla fine? Perché io sinceramente penso che, alla fin fine, il disco, inteso come album in sé e per sé, con una sua coesione interna, non morirà mai…
Certo. poi magari cambieranno i modi. La cosa forse più ridondante è la durata dei pezzi. Normalmente i pezzi lunghi li colleghiamo al Prog, ad un certo tipo di Metal, al Folk derivativo… eppure ai tempi i Led Zeppelin iniziarono ad infarcire i brani di assoli e i Beatles, che erano i dominatori del mercato dei singoli, si sentirono spiazzati e anche loro iniziarono a cambiare la forma, a scrivere canzoni più lunghe e dalla struttura più imprevedibile. Insomma, la scelta di fare un pezzo solo mi dà modo di concentrarmi solo su quello ma allo stesso tempo mi piace molto l’idea di mettere insieme le canzoni sulla base di un concept di fondo. Ad esempio, mi piace tantissimo quello che fanno gli Arcade Fire, che ad ogni disco sono bravi ad inventarsi un immaginario, un’estetica, senza però perdere il punto di vista sui singoli.

Del resto, già che parli di Arcade Fire: mi pare che in quello che si è detto sul loro ultimo disco, al di là del fatto che piaccia o meno, rispecchi un certo tipo di dinamica messa in moto dall’era di internet: le cose accadono molto più velocemente, succede tanto e molto avviene in contemporanea. Di conseguenza, si tende a bloccare, a trattenere, a frammentare. Fermiamo i fatti, i fenomeni, per non farceli scappare e pretendiamo di dare già giudizi definitivi, storicizzati, anche su dischi che sono appena usciti. Voglio dire, un’affermazione che ho letto su di loro: “Hanno fatto un brutto disco ma per la carriera che hanno fatto si meritano di aumentare il proprio seguito” è raccapricciante. Come fai a dare un giudizio così definitivo su un gruppo che è in giro da soli quindici anni? Praticamente, dopo cinque album e basta, siamo a inizio carriera! È evidentemente un’esigenza che si ha per non perdersi nel mare magnum delle cose…
Sono d’accordo con questa analisi. Anche se io penso che poi i detrattori e gli esaltatori ci siano stati ad ogni epoca storica. Probabilmente anche i Rolling Stones al quarto disco avevano chi li rompeva le palle e diceva che erano finiti. Per me però rimane sempre un fatto, che è quello che divide il mondo della critica dal mondo della musica, dal mondo di chi suona. Nel senso che a me sembra che gli Arcade Fire, in fin dei conti, si facciano i fatti loro, mi sembrano una band in ricerca; per cui per me ascoltatore, finché la loro ricerca mi esalta, mi trasmette emozioni, va benissimo! Poi se il discorso è dire: cosa ce ne facciamo di un album rock nel 2017? Questo magari può essere un giudizio personale per cui si ritorna sempre al discorso delle emozioni. Se qualcosa non ti piace, non ti emoziona, è un altro tipo di questione.

Tornando al tuo pezzo, mi piacerebbe capire di più cosa ci sta dietro. Perché già intitolare oggi un brano “Morning News” è coraggioso, perché a me di primo acchito vengono in mente le Fake News… ma poi, leggendo anche le note che hai scritto, vedendo quella strada nel video, leggendo un testo non proprio semplicissimo da capire, mi pare di cogliere un certo feeling da “Io contro il mondo”. Non in maniera polemica, eh! Più semplicemente, come il tentativo di cercare la propria strada dentro una realtà mutevole, frenetica, priva di punti di appoggio…
Devo dire che questa cosa me l’hanno detta in tanti. Addirittura, qualcuno ci ha ravvisato una certa ottica Punk! Io non la vedevo così, però il sentimento che ha nutrito in me questa canzone, nasce da quel che io voglio comunicare in partenza, che sono poi le cose che per me sono assolutamente importanti e che alla fine sono davvero semplici. Ad esempio, l’essere aperto e disponibile verso tutte le persone che mi circondano. Questo è il seme da cui poi scaturisce tutto. Il testo per me è una sorta di metafora sul fatto di andare a riprendersi dei propri spazi, esternati da tutte quelle cose che ogni giorno ti soffocano e che io ho identificato nelle “Morning News” del ritornello. Ho sempre avuto questo modo per comunicare, utilizzando come dei Caps, dei titoli…

Raccontami com’è nata l’idea del video. È semplice ma davvero suggestiva…
Il fratello della mia ragazza lavora come grafico per un sito internet. Un sabato pomeriggio si presenta da me con una videocamera e propone di farmi un video. Allora siamo andati in una tangenziale in costruzione dietro casa mia, che è completamente vuota, i lavori sono fermi, ogni tanto la asfaltano ma rimane nel nulla, avrebbero dovuto inaugurarla due anni fa ma a tutt’oggi non se n’è fatto niente. Io ci passo tutti i giorni col cane, quindi mi è venuta subito l’idea di andare lì a girare. Abbiamo fatto un Take poi abbiamo iniziato a cazzeggiare e mi è venuta questa idea di creare più versioni di me stesso che fanno diverse cose. A quel punto ho deciso di farlo e in due tre ore abbiamo girato tutto. È stata una cosa molto immediata, è venuta fuori di getto, quella strada poi era rappresentativa di quel che dico nel pezzo, dal suolo di catrame ad altri elementi…

Trasmette un senso di spensieratezza che mi pare di aver capito faccia parte di quel che vuoi comunicare. C’entra un po’ con una riflessione che ho letto in “What The Internet Is Doing To Our Brains” di Nicholas Carr: ad un certo punto tira in ballo un vecchio scritto di Nathaniel Hawthorne, in cui diceva di non riuscire più a concentrarsi sulla lettura, se era in una zona dove passavamo troppi treni. Carr lo usava come esempio per dire che Internet ci sta togliendo a poco a poco la nostra capacità di concentrarci su una singola attività. È un po’ quel discorso del trovarsi i propri spazi che facevi prima, no?
L’importante è che non sia un eremitismo Hater, se hai capito cosa intendo: ognuno si ripara dietro il suo scoglio e punta il dito verso gli altri. Ma se fosse così, sarebbe ancora più individualista! Avere il proprio mondo virtuale è pericoloso, ti rende presuntuoso, ti rende aggressivo. Credo che la ricerca dello spazio debba essere intesa come la ricerca di uno spazio aperto a tutti dove però allo stesso tempo ognuno di noi abbia una propria semplicità. Rifuggo personalmente quell’idea per cui ogni uomo è un’isola. Nessun uomo può essere isolato: la cosa bella, diciamocela, è incontrarsi, parlare di musica come stiamo facendo io e te adesso. La cosa bella è stabilire relazioni: sono appena stato a Vancouver, mi è capito di suonare lì durante una serata Open Mike e al momento delle iscrizioni arrivavano centinaia di proposte. Una roba che qui sarebbe assurda, qui la gente si spaventerebbe, sarebbe molto più restia. Ecco, intendo quella libertà di cercare una comunità. Poi ovvio, c’entrano anche tutte le premesse di una città come Vancouver, che è stata fondata meno di cent’anni fa e dove la gente ha una fame assoluta di relazioni, perché altrimenti non sanno di che cosa parlare. Però c’è da prendere esempio, credo.

In effetti sono cose che fanno riflettere. Anche perché poi vedi dei paesi che hanno una cultura e un interesse maggiore verso certe proposte. Voglio dire, mi ha colpito molto un concerto degli LCD Soundsystem che ho visto a Copenhagen qualche settimana fa: era pieno di ragazzi giovani, universitari per lo più. È sorprendente, per un gruppo che per sei anni è del tutto scomparso dalle scene…
Sì, poi c’è anche da dire che il Nord Europa è sempre stato un pochino più affine a certi tipi di movimenti. La stessa cosa l’ho vista a Vilnius, poco fa. Lì abbiamo visto il concerto di questa ragazza che aveva una voce tipo Bjork, che per cantare usava un Ghetto Blaster passato attraverso dei pedali voce, col tutto che usciva da un amplificatore Orange piccolino. Quello era per lei una maniera un po’ alternativa di fare un concerto. Allora capisci che c’è già una predisposizione diversa, se hai pensato un percorso così per fare uscire le tue storie. È un qualcosa che parte da un’atmosfera che evidentemente è un’altra cosa rispetto alla classica formula chitarra e voce. Probabilmente certi luoghi sono più predisposti a ricevere determinate cose. Ad ogni modo non saprei. Forse, se da noi venissero gli LCD Soundsystem, alla fine la risposta del pubblico dipenderebbe moltissimo da quanto la cosa verrebbe venduta bene dagli impresari, dalla stampa e da tutto quello che ci sta intorno. “Impresario” è una parola un po’ vecchia, forse, ma rende l’idea di un certo tipo di meccanismo che mai come adesso è importante. Ci sono tante figure di questo tipo, ed è molto positivo, è una dimensione molto artigianale del lavoro anche se a volte può degenerare nella promozione di proposte effimere…

Mi dai l’assist su un pensiero che ho in testa da un po’. Io sono curioso di natura, non ho molti pregiudizi nei confronti degli artisti, se si parla di qualcosa con entusiasmo e interesse io per principio me lo ascolto. Ecco, però poi quest’estate mi è capitato di vedere dal vivo Gazzelle e boh, io ho come l’impressione che qualcosa sia sfuggito di mano. È vero che anche noi abbiamo delle sonorità che funzionano, pensa ai Wilco che vanno molto bene qui. Però ultimamente pare che le giovani generazioni siano attratte solo e soltanto da quelle cose lì a la Cani/Calcutta… e lo dico senza troppa polemica perché poi questi artisti a me piacciono anche. Ma non trovi che il fatto che il mercato si stia riempiendo di tutta una serie di derivati di una proposta che è già derivativa, non sia proprio un buon segno? Perché poi succede una dinamica per cui gente come te o Old Fashioned Lover Boy appaiono parte di un altro mondo, che con noi non ha niente a che vedere…
Se ti devo dire la verità, io mica l’ho ascoltato tutto il disco di Gazzelle! Il bello di avere una percezione immediata attraverso i video è che io posso dire subito se una cosa mi piace oppure se non me ne frega niente. Così come posso dire che “Riccione” dei Thegiornalisti è un pezzo Pop che è scritto con la squadra e il righello: cos’ha di male? Niente! È uno di quei pezzi che dici: Scrivilo tu! Però a me non me ne frega niente! Così come Gazzelle: ha un immaginario (per tornare al discorso di prima) che mi piace anche vedere ma che con me non c’entra troppo. Quindi per quanto mi riguarda, c’è una distanza già in partenza. Poi, se vogliamo stabilire quanto sia paracula una determinata proposta, quello lo sa chi la fa, anche se un po’ si vede, insomma. A me non interessa, non mi piace, quindi basta. Poi è chiaro, magari posso dire che preferivo i Negramaro, se parliamo di roba Mainstream, ma conta poco. Siamo nello stesso sistema solare, giriamo intorno a un sole ma su orbite diverse, ognuno prende quello che vuole, no? E capisco perfettamente anche l’istinto derivativo! Però la differenza tra uno che lo fa per imitare e uno che è sincero, la vedi. Poi Gazzelle è seguito, si è creato il suo pubblico, quindi credo che alla fine non abbia tutti i torti…

In effetti c’è una certa sincerità anche in uno come Ed Sheeran che ha iniziato a cantare da ragazzino dopo aver visto Damien Rice. Che poi Damien Rice è di un altro livello ma anche lui ha una sua dignità…
Ed Sheeran però, se vediamo le qualità vocali e chitarristiche, è più bravo, secondo me. È uno che ti calamita quando suona, dovunque suoni. Poi Damien Rice ha un’altra attitudine, un altro stile. Comunque, per cercare di ritrovare un filo in tutto questo: il punto è l’attitudine di un artista, l’emozione che ti muove. Calcutta, ad esempio, su questo filone ha scritto dei pezzi fighi, molto emotivi. Ma c’è anche da dire che l’Italia sarà sempre un paese derivativo. Sono tutti sound che vengono dall’estero (che è una fortuna perché per me le robe belle vengono da lì!), opportunamente rimasticati ma è quella roba lì. Poi noi in Italia abbiamo sempre questa abitudine di creare un microcosmo: finché anche da noi non si svilupperà un vero ceppo anglofono, le cose non cambieranno. Guarda gli altri paesi europei: in media ognuno di essi riesce a fornire almeno sei-sette nomi veramente grossi, che danno lustro a tutta la scena. Se non fai così, sei fuori dai giochi. L’italiano sarà anche una lingua musicale, con una grande tradizione, ma non sfondi all’estero se canti in italiano, è ovvio. Però, dall’altra parte, all’estero c’è un grande bisogno di esotismo per cui credo che sentire un cantante italiano, che fa la sua ricerca e che canta anche magari in un inglese semplice, potrebbe funzionare.

Torniamo a te: cosa mi dici dei concerti che hai fatto e che hai intenzione di fare?
Ormai è da due o tre anni che sono in ballo a suonare, in situazioni che vanno dal sottofondo al live vero e proprio. Non me ne vergogno: a me piace suonare e lo faccio anche in contesti meno privilegiati. Se poi qualcuno si ferma e si interessa, tanto di guadagnato. Faccio circa cento date all’anno per cui non mi lamento. Ogni tanto ci sono anche situazioni più “frontali”, come l’apertura che ho fatto a Valerie June quest’estate al Magnolia. Mi piace andare in giro tra la gente, a cercare dei rapporti, quindi prendo più o meno quello che mi capita. Certo è che nel momento in cui nella mia veste solista, uscirò con un disco fisico, e potrebbe essere a fine anno/inizio anno prossimo, a quel punto vorrei inanellare una serie di concerti nei club, che possano permettermi di comunicare al meglio. La data del 29 settembre al Linoleum, da questo punto di vista, è una cosa veramente figa…

Non me lo dire! Ci verrei volentieri, se non fosse che mi han detto che inizierete tardissimo…
Eh, immagina anche le persone che sono lì dalle 18 a fare il Soundcheck…

Sì ma a questo punto ritorno con la mia personale battaglia: i concerti devono iniziare prima, non se ne può più!
Sono abbastanza d’accordo con te. Anche se ti posso dire che ci sono determinate situazioni, in certi club, con certi artisti, dove può anche avere senso che si suoni a notte fonda. Quello che non capisco è invece quando hai lì la gente dalle 22 e aspetti due ore per far arrivare quelle dieci persone in più. Anzi: se dici che inizi ad una certa ora, devi essere puntuale, altrimenti perdi credibilità! Comunque tutto dipende dal posto: qui ad esempio, se ci fosse musica di sottofondo sarebbe bello, ma suonarci a mezzanotte sarebbe davvero abbruttente! O anche una cosa come il matinée, che mi è capitato di fare di recente: è affascinante vedere un concerto alla mattina, è un’altra prospettiva, molto interessante. Sai, nella mia idea personale un po’ pazza, sarebbe bello vedere che come tu vai a prendere il cappuccino al bar, c’è lì uno che suona e tu gli regali qualche minuto del tuo tempo e senti qualche sua canzone. A Vancouver ci sono dei posti che il comune ha predisposto per i Busker, con tanto di prese per la corrente. Ecco, io credo che la musica debba esserci 24 ore su 24. Poi ognuno decide di volta in volta cosa preferisce, anche in base alla modalità in cui è proposta… 

 

 

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