Robert Plant – Carry fire (Nonesuch records, 2017)

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Articolo di Giovanni Tamburino
1968: l’alba di una band destinata a cambiare definitivamente il corso della musica. Esorditi come rapida sostituzione degli Yardbirds, i Led Zeppelin hanno preso in mano il destino del rock, per poi modellarlo e accompagnarlo oltre le decadi e persino oltre loro stessi (onore e gloria a te, John Bonham).

È passato quasi mezzo secolo da quei giorni sfrenati, ma quei nomi ormai entrati nella leggenda non sono ancora convinti di essersi messi in pari col mondo della musica. Fosse anche per ricacciarci in gola qualunque malizia sull’età che avanza e logora.
2017: Robert Plant sforna Carry Fire, nuovo lavoro dopo Lullaby and… The Ceaseless Roar (2014), un album che tra le sue mille influenze sembra raccontare cosa è successo in tutta la sua carriera e nella musica degli ultimi cinquant’anni, in uno scambio continuo e armonioso.
Si parte dal country innamorato di The May Queen, mettendo immediatamente in chiaro che la sua voce non ha perso minimamente di smalto e mordente. Passione e arpeggi salgono insieme intrecciandosi e alternandosi con una ritmica serrata che porta un po’ del profumo di primavera nel nostro ottobre.
La batteria è la protagonista nel seducente incedere di New World, per poi allentarsi con l’arpeggio acustico e gli archi del dolce addio in Season’s Song.
Si torna a salire con Dance With You Tonight in cui, alla carezza da amante appassionato della voce, si sovrappone sul finale un crescendo di toni e chitarre che si dissolve all’orizzonte lasciando spazio ai ritmi quasi tribali e al sound che strizza l’occhio agli anni ’70 di Carving Up The World Again… A Wall And Not A Fence, ammiccamento ai nostri giorni, è affidata l’ultimo minuto allo strumentale dei Sensational Space Shifters, la band dietro il lavoro in studio e già collaudata sui palchi al fianco di Plant.
Spaccato solista piano-voce su A Way With Words, prima che gli archi si affaccino sul finale e si arrendano alla chitarra orientaleggiante della title track: Carry Fire è quel tipo di pezzo per cui l’ugola di Plant sembra stata creata, con la sua carica aggressiva ed erotica da mille e una notte, con percussioni etniche a incorniciare in un’atmosfera sciamanica il suo celebrante.

Stile e passione senza tempo. Il cantante di Birmingham ha saputo inventarsi e reinventarsi in tutti gli stili, influenzando e lasciandosi influenzare. Suo è un continuo dialogo e un’indiscussa abilità nella sperimentazione, dal blues rock di denuncia in Bones of Saints – tra realtà caotica in mano a chi l’ha resa tale ed un Eden a metà tra speranza e miraggio – all’elettronica di Keep It Hid, fino a creare degli ibridi capaci di cavalcare fra due secoli – quella tra i synth e il testo da autentico e affranto bluesman in Bluebirds Over The Mountain (cover di Ersel Hickey) è una delle chimere più affascinanti del disco. Ha esplorato generi ed epoche e ne è emerso con un malloppo che di stantio ha ben poco, sapendo vincolare ogni mezzo incontrato alla propria abilità comunicativa.
Ad abbassare la saracinesca del disco troviamo Heaven Sent, su un paesaggio onirico a tinte fosche, forse al limite con l’angoscia. Non un finale armonioso e di semplice commiato, ma che anzi lascia un senso di incompleto, quasi a suggerire che la storia non finisca qui.
Il dirigibile vola ancora alto e per chiunque lo abbia visto almeno una volta passare sopra il cielo della propria esistenza la certezza è che il suo posto è lì, che non è fatto per posarsi, ma per portare su noi ad ogni nuovo viaggio ci proponga. 

Tracklist:
01. The May Queen
02. New World…
03. Season’s Song
04. Dance With You Tonight
05. Carving Up The World Again
06. A Way With Words
07. Carry Fire
08. Bones Of Saints
09. Keep It Hid
10. Bluebirds Over The Mountain
11. Heaven Sent

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