Diaframma @ Teatro Sociale, Busto Arsizio (Va) – 13 Ottobre 2017

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Articolo di Luca Franceschini, immagini sonore di Andrea Furlan

Federico Fiumani aveva fatto ridere tutti quando aveva annunciato sul suo profilo Facebook che il nuovo tour si sarebbe chiamato “Puttan Tour”, perché si sentiva un po’ una puttana a suonare ovunque. Sembrava uno scherzo e invece l’ha fatto davvero. Ironico, forse un po’ amaro, ma alla fine i Diaframma oggi sono questi.

Un gruppo che non è mai sceso a compromessi, che non ha mai virato verso lidi più accessibili; quelli, per intenderci, a cui i Litifba non hanno avuto timore di approdare, guadagnando un sacco di soldi ma scomparendo per sempre dalla vita dei fan storici. Per gli altri è stato diverso: tre dischi leggendari, la dipartita di Miro Sassolini e il cambiamento del mercato che ha fatto scemare un po’ l’interesse ma Fiumani non si è mai arreso. Ha scritto un sacco di dischi, alcuni bellissimi, altri semplicemente buoni, altri sinceramente brutti, ma non ha mai perso la sincerità e lo smalto che l’hanno sempre contraddistinto. E i fan, da parte loro, l’hanno premiato. Non è diventato milionario ma c’è un gruppo di fedeli irriducibili che lo segue ovunque, non importa quanto lontano da loro vada a suonare. Sono sempre le stesse facce e sono rassicuranti, parlano di un qualcosa che è autenticamente vero.

C’erano anche a Busto Arsizio, nell’insolita cornice del Teatro Sociale. Già, Busto Arsizio. Un posto che se l’avesse visto Springsteen ci avrebbe scritto sopra altro che “Thunder Road”. Un posto che da ragazzo, quando lo vidi citato in un vecchio numero di Dylan Dog come l’anticamera dell’inferno, non me lo sono più schiodato di dosso. Dall’anno scorso sono tornato a lavorarci e, pur non parendomi vero di poterci vedere un concerto, è comunque riuscita a riconfermarmi nella mia idea: è una città di morti.
Per cui complimenti alla scelta degli organizzatori di provare a rivitalizzare un luogo che è la quintessenza della periferia, ma credo ci sia ancora tanto lavoro da fare.
Poca gente, troppo poca anche per un gruppo come i Diaframma, che certo non ha mai fatto pienoni; per fortuna ci hanno pensato gli “Ultras”, come amano chiamarsi, a movimentare l’ambiente. Sono stati in piedi tutto il tempo, a saltare e a cantare e la performance energica del gruppo ne ha senza dubbio beneficiato.

L’occasione per questo nuovo giro di concerti è l’imminente pubblicazione di “The Self Years”, una raccolta del periodo 1998-2017 di cui non sono stati divulgati molti dettagli, se non che ci sarà un nuovo brano, “Giorni”, che gira in rete da una settimana e che peraltro non è stato neppure eseguito questa sera. Ne ho scorso brevemente la tracklist al termine del concerto, perché era in vendita al banco del merchandising, ma davvero mi riservo di dire qualcosa di più preciso quando lo avrò tra le mani.
Il concerto però riparte esattamente da dove si era concluso il tour precedente, cioè con l’esecuzione integrale di “Siberia”, il disco che ormai da tempo stanno celebrando in ogni luogo e in ogni modo, compresa l’ultima, discutibile per quanto mi riguarda, operazione “Reloaded”. Si possono fare tutti i discorsi che si vogliono sulla nostalgia, sulla necessità di evocare il passato sempre e comunque, sulla sincerità o sul paraculismo di un progetto come questo ma la verità è che ogni volta che parte l’arpeggio glaciale della title track si rimane abbagliati e non rimane altro che ascoltare tutto d’un fiato, dal primo all’ultimo brano.
Oltretutto questa sera c’è un ottimo suono e il gruppo è davvero in palla, molto di più dell’ultima volta che li ho visti. Anche Fiumani è decisamente in forma con la voce, nonostante le abituali sbavature che lo contraddistinguono, per cui la prima parte scorre via davvero piacevole.

Del resto i quattro (oltre al chitarrista e cantante ci sono anche Luca Cantasano al basso, Edoardo Daidone alla chitarra e Lorenzo Moretto alla batteria, quest’ultimo in formazione da undici anni), hanno trovato una loro stabilità e il tiro e la precisione si sono fatti maggiori: suonano sempre molto grezzi, come è giusto che sia, soprattutto per quanto riguarda il repertorio degli anni ’90, ma le loro performance sono diventate nel complesso migliori.
Per il resto, Federico racconta di aver visto i Rolling Stones a Lucca e spiega che sta cercando di imitare le mosse di Keith Richards: ancora una volta riesce a sembrare serissimo e ironico allo stesso tempo, come è nel suo personaggio.
La seconda parte del concerto è, come sempre, una carrellata delle cose migliori tratte dalla corposissima discografia del gruppo, privilegiando soprattutto il periodo successivo alla fuoriuscita di Sassolini.

I pezzi, bene o male sono sempre quelli: si comincia con “Gennaio”, che scatena sempre un bel putiferio, poi le varie “Diamante grezzo”, “Io sto con te (ma amo un’altra)”, “La mia vita con una dea”, una nuova incursione nei territori di “Siberia” con la bside “Elena”, una “Adoro guardarti” rabbiosamente Punk, la meravigliosa “Labbra blu” (“Una canzone drammatica – ha detto Federico – perché un po’ di dramma ci vuole sempre e se stasera siete qui significa che siete persone tristi come me.”), per chi scrive la più bella canzone dei Diaframma del post “Boxe”. Ancora, la visionaria “L’orgia”, poi il delicato ricordo giovanile di “Vajano”, “L’odore delle rose” purtroppo un po’ buttata lì, mentre l’unico episodio che non si sente poi spessissimo è stato “L’amore segue i passi di un cane vagabondo”, originariamente contenuta nell’Ep “Gennaio”.

I bis si aprono con un accenno a “Dolce acqua” dei Delirium, perché il gruppo quell’estate si era trovato a passare di lì e ha capito finalmente da dove Fossati aveva preso l’ispirazione per il pezzo (Dolceacqua è un comune in provincia di Imperia). Il trittico finale è interamente vecchia maniera con “Boxe”, “Blu petrolio” e la solita furia iconoclasta di “Libra”, con Fiumani arrivato ormai scarico a livello locale e che sopperisce con grinta e mestiere.
Poco prima aveva presentato il gruppo e arrivato a sé aveva detto con fare sornione: “Miro Sassolini alla voce”, tra le risate dei presenti. So che tra i due ultimamente non correva buon sangue, chissà se in questo caso la battuta sia stata ispirata al recente ritorno dell’ex cantante in veste solista. Ma sono domande che lasciano il tempo che trovano…

Vedremo come proseguirà questo “Puttan Tour”. Personalmente auguro loro più pubblico perché se lo meritano e perché questo è uno show schietto e senza fronzoli e vale la pena che venga visto, soprattutto dalle giovani generazioni, perché va bene tutto ma da un gruppo del genere non si può prescindere.
Credo però che a loro più di tanto non importi dei risultati. Ci credono e vanno avanti. Credo che in fin dei conti questo possa bastare.

 

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