Massimo Priviero – All’Italia (MPC/Self, 2017)

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Articolo di Roberto Bianchi

Potrei occupare molte pagine per raccontare la biografia di Massimo Priviero, ma preferisco focalizzare l’attenzione dei lettori sul presente, cercando di esprimere le percezioni assorbite durante l’ascolto di un disco assolutamente inaspettato.

All’Italia è un album tematico, che dipinge con mano ferma un secolo costellato da grandissimi eventi: guerre, alluvioni, terremoti, terrorismo, estremismi, boom economico, crisi profonde e tanto altro. Tutto questo ha obbligato, invogliato o stimolato tante persone ad allontanarsi dalla propria terra d’origine.

Il disco è stato concepito in un periodo abbastanza breve: in tre mesi Priviero ha predisposto le basi componendo almeno venti brani caratterizzati da una struttura prevalentemente acustica. L’elaborazione successiva è durata sei mesi; in questa seconda fase le tracce sono state abilmente rivestite da suoni elettro-acustici di grande qualità, con una prevalente impronta folk-rock, abbellita da un tocco d’Irlanda e ulteriormente impreziosita da splendide liriche in italiano.

Nel disco hanno suonato il fido Alex Cambise, chitarre, mandolino e ukulele; il versatile Riccardo Maccabruni, fisarmonica e tastiere; Oscar Palma alla batteria e Fabrizio Carletto al basso e contrabbasso. I suoni sono stati ulteriormente ornati dalla presenza di numerosi ospiti, che hanno caratterizzato le sonorità.

La scaletta non è casuale, rispetta cronologicamente gli eventi narrati. Si ascoltano storie di tempi lontani, tramandate da parenti e amici, oppure vissute in prima persona, o ancora figlie di eventi di cronaca. Nella scrittura l’artista mette in mostra la grande capacità di essere nipote, figlio, ascoltatore, figura centrale e padre. Il realismo dell’opera ha volutamente una radice precisa, una collocazione che nasce dalle esperienze dell’autore, forse per questo i racconti hanno un’origine geografica ben definita, quella dei territori del nord est. La visione narrativa si estende senza retorica né chiusure mentali: Priviero ha il grande coraggio di descrivere le proprie percezioni, consapevole di scontentare qualcuno.

Il primo luminoso affresco del disco è Villa Regina, un dipinto che riporta alla mente l’arte di Pellizza da Volpedo, il luogo è l’Argentina, il periodo è il primo dopoguerra (1923). Il cantato di Massimo è incisivo, i suoni sono avvolgenti.

Aquitania è un quadro impressionista, collocato nel secondo dopoguerra, che evidenzia le difficoltà d’integrazione dei contadini italiani, mal accolti nella terra d’oltralpe; i suoni sono delicati, contemplativi, in crescendo.

Fiume è un brano coraggioso: rompe l’omertoso silenzio che spesso ha avvolto una triste pagina della nostra storia. La voce di un figlio richiama l’attenzione sul dramma del padre, obbligato ad abbandonare la propria famiglia e l’amata terra. Fisarmonica, ukulele e flauti creano splendide atmosfere musicali.

Emotivamente più leggera Cielo Blu, ma poetica ed evocativa, mi permetto di associarla a un’opera di Segantini; ottimo il giro armonico impreziosito dalla presenza del violino di Chiara Cesano.

Friuli ’76 riporta alla mente un evento devastante, affrontato dagli abitanti delle zone distrutte con grande dignità, un disastro che ha inciso solchi profondi nel cuore di chi ha perso tutto in un attimo. Alba Nuova ha una struttura musicale che richiama il precedente album Ali di Libertà, è un’energica ballata che mantiene alta la qualità. Rinascimento è il fulcro del disco, l’espressione musicale della gioia, dell’ottimismo; il riff prende spunto dalla tradizione irlandese e paga pegno a Wrecking Ball di Springsteen, ma l’insieme è trascinante e ben amalgamato. Mozambico è un altro esempio di coraggio, la storia di un medico che ha scelto di prestare i propri servizi in Africa e con orgoglio si definisce un Medico Italiano; la Fisarmonica è affiancata dalle armonie chitarristiche e dal piano, la sezione ritmica cresce con delicatezza e precisione. London è il momento più rock, trascinante, di grande impatto. Suona bene, entra in testa, mi convince: è un quadro di Andy Warhol.

La purezza di Bataclan non si mescola alla follia, alla violenza, agli estremismi, ma è una delicata narrazione che mette alla luce il sottile rapporto tra figlia e madre. È un vero gioiello che non si presta a strumentalizzazioni, che emoziona nel profondo, richiama una lacrima, molte lacrime: un dipinto sacro!

Abbi Cura è un’esortazione, uno stimolo che ci porta a coltivare i nostri sogni, a rispettare quello che ci ruota intorno, guardare avanti con speranza, ma con fermo impegno: una tela di Klimt. Basso Piave, traccia aggiuntiva, è un altro prezioso momento che chiude un cerchio perfetto disegnato a mano, scritto con il cuore e musicato con sagace attenzione.

Un ottimo lavoro, forse il punto più elevato raggiunto da un autore che non finisce mai di sorprendere. Un disco da ascoltare con attenzione, da consigliare agli amici. Complimenti Massimo!

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