Stefano Dell’Accio – Intervista a un malincomico

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Intervista di ElleBi

Dal 19 al 22 ottobre, presso il Teatro Verdi di Fiorenzuola d’Arda (PC) si è svolta la seconda edizione del concorso “Teatro in Corto“, organizzato dal comune, con il sostegno della Regione Emilia Romagna e la collaborazione di Sciara Progetti.
Un esempio virtuoso di festival in cui, tramite bando pubblico, sono stati selezionati otto corti teatrali di compagnie emergenti provenienti da varie parti di Italia.

Per quattro giorni un teatro di provincia è diventato catalizzatore di un incessante movimento culturale e artistico, che ha fatto dell’inclusione e condivisione con tutti i presenti un prezioso valore aggiunto.
Insieme, dal pomeriggio, fino a tarda sera, ci siamo ritrovati a scambiarci “tanta vita”, prendendoci, con piacere, il tempo della conoscenza e della comprensione reciproca.
Il tutto grazie ad un sinergico lavoro di squadra che ha visto in Ture Magro di Sciara Progetti, e nella responsabile del settore cultura, nonché direttrice artistica del teatro, dottoressa Donatella Bracchi, i due instancabili motori propulsivi dell’evento.
Nell’ottica di un servizio culturale pubblico, è stata posta particolare attenzione alla scelta di rappresentazioni che offrissero un approccio il più variegato possibile…
C’è stato spazio per il teatro contemporaneo e sperimentale, passando poi a quello più tradizionale e poetico, per arrivare a quello di impegno civile (toccando temi come la pedofilia o l’olocausto), proponendo anche uno spettacolo di teatro-danza.

Su tutti, l’ha spuntata il sorriso intelligente ed ironico de “Il testamento di Penelope“, monologo con cui Stefano Dell’Accio ha conquistato i favori sia del pubblico che della giuria.
Per saperne di più di questa personalissima versione di una delle figure iconiche della mitologia, nonché del suo brillante e talentuoso interprete, ho pensato di ricontattarlo. Ecco com’è andata…

Leggendo la tua biografia ho notato che un passaggio fondamentale della vita di autore teatrale e di sceneggiature, attore, nonché regista è la fondazione, nel 2009, insieme all’attrice Monica Bonetto, della Compagnia “Comunque Polonio Era Malato” (C.P.E.M). Un’esperienza che già mi incuriosisce a partire dal nome che avete scelto…
Il nome della Compagnia è ovviamente un gioco pensato per unire concetto e ironia, lo stilema del nostro modo di scrivere e fare Teatro.
Ci piacciono i personaggi in difficoltà, chi arranca, chi fatica, sia nelle opere che nella vita; un po’ come Amleto che uccide Polonio (l’anima grigia della tragedia Shakespeariana), trafiggendolo con una spada mentre lo spia da dietro un arazzo.
Per racchiudere l’idea del nome in una frase: non prendetevela con Amleto, perché sì l’ha ucciso, ma comunque, Polonio era malato: una specie di assoluzione alla tragedia vissuta dal giovane Principe.

Nel 2010, hai scritto e interpretato la storia di “Narciso”, qui ci hai raccontato il “Testamento di Penelope”. Ne esce evidente la tua predilezione per un teatro di narrazione che attinge dalla vita di figure immortali per riportarle, con tragicomica ironia, ad una quotidiana contemporaneità. Da dove nasce questo approccio decisamente originale?
Il mio approccio alla scrittura, al mettere in scena un testo, nasce dall’esperienza di autore e attore comico, dalla capacità di aver imparato a guardare le cose, le storie, in modo diverso.
Più che averlo scelto, il teatro di narrazione è venuto da sé; quando scrivendo metti in fila le parole, le scegli, le ordini, ne assapori il suono e il peso, alla fine non puoi fare altro che avere voglia di dirle.
Mi piacciono le figure mitologiche perché dentro di loro c’è spiegato tutto, c’è tanto materiale cui attingere per parlare di noi, del nostro tempo, l’abilità sta nel trovare una chiave di lettura diversa.
Nel mio spettacolo Narciso mi definisco un moderno aedo (cantore professionista nell’antica Grecia). Invece di accompagnarmi con la cetra sono affiancato da un chitarrista che suona una Fender Stratocaster. E’ uno spettacolo pensato per gli adolescenti, la chitarra elettrica mi ha riportato alla mia adolescenza, alla tristezza e alla rabbia tipici di quel passaggio della vita. Lo strumento che ho scelto è diventato come un urlo, questo è l’incipit da cui sono partito per scrivere il testo.
Più che un comico preferisco definirmi malincomico, mi piacciono quei miei picchi interiori che rimbalzano tra leggerezza e pensieri malinconici, fanno parte del mio carattere e affiorano nel mio modo di scrivere.
Non può esserci comicità senza tragedia, un uomo che scivola su una buccia di banana cadendo rovinosamente a terra, per quanto “tragico”, ci fa ridere.

So che ti piace una comicità che si prenda delle responsabilità, in effetti hai detto che il tuo spettacolo “Blister”, da cui è tratto il monologo su Penelope, non è adatto agli “intolleranti”. Riflettere sorridendo di certo aiuta a vedere le cose sotto un altro punto di vista, ma risponde più al desiderio di allontanarsi o avvicinarsi all’essenza delle stesse ?
La comicità è un mezzo per comunicare, almeno io la vedo così; dare voce ad un pensiero, una riflessione, facendo ridere, trovo sia il modo migliore di “fare arrivare il mio sentire” a chi mi ascolta.
Le battute fine a se stesse, il tormentone, la risata rubata, non sono a parer mio la vera comicità, ma presunzione comica.
Se non dici, se non racconti niente, sei vuoto. In questo periodo storico prendersi delle responsabilità, avere delle idee o dei pensieri è un modo per reagire al poco che ci circonda.
Per rispondere alla tua domanda, riflettere è il modo per essere più consapevole di quello che ti capita, di come stai vivendo, di come stai, quindi risponde al desiderio di avvicinarti all’essenza delle cose.

Quello che colpisce, sin dalle prime battute è come un personaggio femminile, declinato dal maschile, rimanga perfettamente credibile. Grazie ad una scelta accurata delle parole e dei tempi comici, si ride di gusto, ma senza scadere nella “macchietta”. Quanto hai attinto dai tuoi studi di tecnica teatrale e improvvisazione e quanto dall’esperienza sul campo per ottenere questo risultato?
Per prima cosa grazie dei complimenti.
Rispondendoti senza stare a fare troppa teoria, ti dico che racchiude l’esperienza di più di 20 anni di questo lavoro, quindi dentro c’è un po’ tutto: la parte autorale, l’improvvisazione, la tecnica, l’esperienza sul palco e anche la fortuna di aver avuto in regalo i tempi comici, perché quelli purtroppo non si imparano.

Hai coniato per Penelope la definizione di “eroa”, anziché il canonico eroina, un diminutivo che non sembra renderle giustizia per la sua capacità di “resistere a oltranza” nutrendosi di attesa, fedeltà, rinuncia, sopportazione. Quanto, secondo te, questi valori hanno ancora un senso se coniugati al femminile nella società contemporanea? So che hai una figlia, ti capita di confrontarti con lei su questi temi?
La definizione “eroa” in realtà l’ho rubata proprio a mia figlia; alle elementari durante un esercizio, notò che il femminile di eroe era eroina.
Arrivata a casa ci disse che secondo lei non era corretto, perché eroina era un diminutivo e quindi, secondo la sua idea, il femminile avrebbe dovuto essere “eroa”.
I comici solitamente non dovrebbero rubare le battute altrui, ma in questo caso è “tutta roba fatta in casa”.
Per risponderti, tra i valori che hai nominato toglierei la sopportazione, non lo vedo come tale, soprattutto in questi anni in cui la violenza sulle donne e il maschilismo sono quotidiani.
Forse è più corretto nell’accezione di forza, perché le donne sono più forti di noi uomini, anche oggi sanno aspettare, perdonare, rinunciare e amare veramente.
Con mia figlia parlo molto, il valore che cerco dei trasmetterle è l’ascolto e il rispetto del prossimo.

A proposito di figli, è particolarmente toccante il cambio di registro quando Penelope racconta i venti anni di “mancanza” del padre, attraverso gli occhi di Telemaco. Un figlio cresciuto “strano” ma che: “non riesce a odiarti, ti ama per il semplice motivo che sei suo padre”. Davvero struggente e poetica l’immagine che lo paragona ad un albero caduto che non si arrende, anzi, i cui rami ripartono verso il sole pur storcendosi… Una situazione descritta con tale intensità che mi sono chiesta se forse tu non sia arrivato a viverla molto da vicino …
La mancanza del padre non è una situazione che ho vissuto, almeno non la mancanza fisica totale della figura paterna. Sicuramente ho avuto un po’ “fame” di papà, legato più a un padre vecchio stile, poco aperto al dialogo e alla condivisione, ma è stato la persona che mi ha insegnato l’ironia, che me l’ha fatta respirare sin da piccolo.
Il testamento di Penelope è stato scritto circa 1 anno e mezzo fa; ma negli ultimi sei mesi, dopo la scomparsa di mia moglie, quando sono in scena, in questo passaggio del monologo mi viene sempre in mente mia figlia, penso al fatto che da qui in poi non avrà più una mamma, se non nei ricordi, ma vedo in lei la forza e la voglia di reagire, di rimanere attaccata alla vita…

Restando sempre in ambito maschile, mi è rimasta impressa una frase piuttosto lapidaria di Penelope: “non bisogna possedere un’isola o essere delle maghe per far diventare gli uomini dei maiali, basta un locale, una scollatura”… Per i maschi di qualsiasi epoca resta quindi un’impresa molto ardua mantenersi in equilibrio fra la naturale attrazione per l’altro sesso e la dovuta dose di rispetto?
Io posso ragionare solo sul presente; no, non credo sia un’impresa ardua, anzi non dovrebbe essere proprio un’impresa, il termine impresa passa come qualcosa di difficile da portare a termine, invece è davvero solo una questione di educazione e di rispetto.
Bisognerebbe insegnare tutto questo già da piccolissimi, iniziare negli asili, anzi in sala parto.

“Imparare a godere del presente per ricominciare a vivere”, mi sembra questa la consapevolezza finale alla quale Penelope è arrivata grazie alla cura del tempo. Un tempo che, col suo trascorrere, le ha permesso di rielaborare il dolore trasformandolo in perdono. Potremmo considerare questo il suo testamento intellettuale ed affettivo ?
Sì, questo è quello che nel mio lavoro ho deciso che lei lasciasse.
In sostanza si tratta di un modo per cercare di vivere bene la vita, una rinascita, un abbandonare le vecchie abitudini per apprenderne di nuove. Imparare a vivere e a godere del presente, lasciare andare il passato, non proiettare tutto sul futuro, perché il tempo è davvero l’unico regalo che abbiamo.

A proposito dell’oggi, hai ricevuto il primo premio sia da parte del pubblico, che della giuria, un riconoscimento non così usuale. Che effetto ti ha fatto ?
Onestamente non me l’aspettavo, soprattutto il premio della giuria; c’ho messo qualche giorno a realizzare veramente che avevo vinto entrambi.
Ovviamente fa tanto piacere, è un riconoscimento al mio lavoro, alle mie parole, a me come persona, quindi a distanza di giorni, posso dire che sono felicissimo.

Ho trovato curiose le espressioni corporee con cui introduci e congedi Penelope… Hai attinto ai tuoi studi da mimo per dare un valore aggiunto alla comunicazione verbale?
Ho la fortuna di avere una fisicità e un modo di muovermi che mi aiuta, ma per rispondere alla tua domanda no, non ho attinto alla mia esperienza di mimo, perché in effetti non ne ho, intrapresi lo studio solo alla scuola di recitazione, poi mai più. Avevo semplicemente bisogno di iniziare il pezzo facendo vedere Penelope che lavorava al telaio, che ripeteva quel gesto (ho guardato dei video su youtube). Drammaturgicamente mi serviva un movimento per evidenziare l’inizio e la fine del mongolo, che sono uguali. Volevo far passare il suo continuo tessere e disfare… nel mio racconto è diventato un incessante riscrivere il suo testamento, che mi sono immaginato diverso in ogni nuova stesura, ogni giorno vissuto le ha permesso di acquisire qualche consapevolezza in più da scrivere e lasciare ai posteri.

Alla fine di questa piacevole chiacchierata, siamo curiosi di seguire più da vicino la tua attività teatrale; vuoi lasciarci qualche riferimento circa i tuoi impegni attuali o prossimi futuri ?
Nei prossimi mesi (debutterà a febbraio alla Casa del Teatro Ragazzi di Torino) sarò impegnato nella realizzazione, scrittura e regia, di uno spettacolo che si chiamerà colpo di scena! E’ l’allestimento teatrale di una web serie di 5 puntate creata e girata da me (sarà visibile da gennaio sul web) commissionata lo scorso anno dalla Fondazione Teatro Ragazzi e Giovani di Torino.
Per le date dei miei spettacoli vi rimando al sito della mia Compagnia: www.cpemteatro.com

 

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