Articolo di Iolanda Raffaele, immagini sonore di Maria Castelli 

Dopo la data di apertura di Saluzzo a Cuneo, il 25 gennaio è toccato alla Calabria ospitare il tour nazionale “Contemporaneamente insieme” di Dente e Guido Catalano sotto la guida di Lodo Guenzi.
Al nord risponde il sud con il mare, il clima piacevole e il pubblico caloroso delle Officine Sonore di Catanzaro, di ogni fascia d’età, preparato e partecipe che ha accolto con entusiasmo gli ospiti eccezionali.
Chi si aspettava un giovedì sera non convenzionale, non è rimasto deluso e chi aveva qualche dubbio ha impiegato poco tempo a cambiare idea e a lasciarsi coinvolgere.

Giuseppe Peveri, in arte Dente, e Guido Catalano, un cantautore ed uno scrittore e poeta, si ritrovano così sullo stesso palco come due amici di vecchia data e regalano emozioni, senza essere scontati, né banali, ma sorprendendo dall’inizio alla fine.


Gli ingredienti sono l’ironia, la spontaneità e l’umorismo; il gesticolare continuo con le dita di Catalano e la sua erre moscia; i sorrisi a metà e le facce buffe di Dente.
Tutto il resto è musica e poesia, immaginazione ed improvvisazione, è guardare a qualcosa che credevamo di aver previsto, ma che invece sorprende e disorienta.
Un audio registrato apre lo spettacolo, come una sorta di dialogo silenzioso tra i due protagonisti, un flusso di parole senza voce che passa attraverso gli occhi, la scenografia invece è semplice ed equilibrata con alcuni strumenti musicali da un lato, una libreria dall’altro e al centro un tavolino e due sedie in un convergere ed incontrarsi metaforico e reale di musica e poesia.
La serata inizia in musica con la dolcezza di “A me piace lei” alla chitarra e prosegue con gli ironici “come mi vuoi” di “Sono un poeta, cara” e con la retorica domanda sul finale “non mi vuoi più?”, propria di ogni finale, di ogni storia, di ogni vita.

Erano giovani belli, come la luce lontani, vicini come una croce”, così Dente intona al piano “Come eravamo noi”, mentre alla chitarra ci ricorda “quanto costano i desideri” in “Quel Mazzolino”.
Poco dopo Catalano si alza dallo sgabello, lascia il calice di vino e riprende con “Si può morire di ciliegie”.
Un sottofondo di chitarra esalta i suoi slanci misti di ironia e serietà e il suo umorismo contagia ogni minuto sempre più, proprio come le sue mani che sembrano parlare tanto quanto lui.
Non mancano i siparietti simpatici con la successiva “La Terzultima Cena”, un immaginario incontro con Gesù interpretato da un Dente istrionico e versatile, un discorso tutto prosaico fatto di giochi di parole, paradossi, citazioni bibliche e domande sui poteri divini “moltiplicare pani, pesci, teletrasporto, invisibilità, palle di fuoco”, intriso di tutta l’umanità della figura sacra e di pura laicità.
Dente ci conduce a guardare il cielo che fortunatamente non è nuvolo e cantiamo “Saldati”, mentre “Malincogatto” ci porta via sperando che “la nostra vita sia un pigiama party che duri per l’eternità”.
Altre registrazioni si susseguono a fasi alterne a scandire la serata ed i pensieri; il pubblico applaude, ride, si compiace, in piedi o seduto, anche a terra se serve, per non perdere le parole di quell’avventuriero poeta moderno e del suo eclettico compagno di viaggio.


Dal suo libro nero Guido trae inoltre “Decalogo”, un’irriverente presa in giro dei poeti mescolata a mezzi sorrisi e verità che fanno riflettere sul loro ruolo e su chi siano i folli oggi.
Dente, seduto al piano, si alza e va via in un “ciao addio addio ciao”, così Guido resta solo sulla scena, con la sua giacca di velluto nero dalle tasche cucite e tutta la sua inventiva/invettiva.
Dialoga con il pubblico e legge tre poesie. Recita “Fuori di metafora” ed irride su Cocciante e “Margherita”; parla di donne, delle abitudini, delle strane manie e del suo rapporto con loro in “Le carte in tavola” e combina ironicamente individualismo e bisogno dell’altro in “Dormire da solo”.
A nido d’ape o a lisca di pesce facciamo una casetta tutta come ci va” su questi versi recitati ritorna Dente per il suo momento in solitario. Torino lascia il passo a Fidenza e Dente ci regala tante nuove emozioni con “Vieni a vivere con me”, “Baby Building” e “Canzone di non amore”.
Ritornano sulla scena insieme, tutte e due seduti e muti, mentre i loro pensieri sono affidati agli audio di sottofondo. Sono conversazioni fatte di stralci di canzoni e poesie per riflettere insieme su cosa significa essere cantanti e poeti e per sottolineare che in realtà l’essere è proprio il sentire addosso quelle stesse emozioni e quelle parole che si sono recitate, dette, non dette, cantate.
Dente ci porta al 1966 con “Adesso Sì”, omaggio a Sergio Endrigo e, dopo un giro di armonica, Catalano recita prima “C’era una volta una storia”, poi al centro del palco “Tu”, una sequenza irrisolta di “se tu fossi” che ci spingono a capire che bisogna essere sempre padroni del proprio finale.

La musica ritorna subito con “Senza stringerti”, ma puntuali ci sono anche le incursioni di Catalano con “Supernova”, l’incubo dell’ex fidanzate che appaiono e ricompaiono ovunque.
Come anticipato ed atteso, Dente e Catalano dedicano uno spazio anche all’atto poetico collettivo.
Ognuno infatti, avendo ricevuto una cartolina con la scritta “Scrivi qui la tua dichiarazione d’amore a chi vuoi tu” durante la serata, viene invitato a completarla e a lanciarla tra la gente in uno scambio casuale e libero di dediche. Alcuni messaggi vengono letti dai due fantasiosi protagonisti, altre cartoline rimangono bianche e altre diventano occasioni di battute comiche tra loro e con i partecipanti.
Dopo il rituale abbandono della scena, il duo ritorna per le battute conclusive con la poesia “Teniamoci stretti che c’è vento forte” e la canzone “Beato me” e sul finale non si risparmia in elogi reciproci, saluti e consigli per tutti.
Parole poche, applausi tanti, umanità e professionalità notevole, perché alcuni spettacoli li devi vivere in prima persona, devi ridere riflettendo e riflettere ridendo, perché alcuni artisti li devi osservare dentro per guardarli meglio fuori.
A chi contesta, dibatte e vive di pessimismo, si può rispondere, dunque, che non è finita l’era dei poeti e dei cantastorie, non è finita la musica, né la voglia di comporre, di scrivere e parlare. Non è scomparso il pubblico, piccolo e grande, ma è lì disposto ad ascoltare.
L’arte è condivisione, dialogo e passione se la riconosci ti soffermi e ci bevi dentro come nel migliore dei calici, se non la trovi ti distacchi e fuggi via.