Dallo stoner alla psichedelia, il ritorno di Andrea Van Cleef – L’intervista

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Intervista di Antonio Spanò Greco

Conosciuto ai più per la sua militanza nel settore stoner-heavy-psych con gli Humulus, Andrea Van Cleef torna il 23 febbraio con il suo secondo disco solista, dopo Sundog del 2012. Ne parleremo diffusamente più avanti, in sede di recensione, vi anticipiamo intanto che le coordinate di Tropic Of Nowhere sono il rock elettrico di matrice americana dalle forti tinte psichedeliche e vedrà ospiti importanti quali i fratelli Del Castillo (band apparsa nelle colonne sonore di film come “Machete”, “Dal tramonto all’alba” e “Grindhouse”) e Patricia Vonne (sorella del regista Robert Rodriguez).

Abbiamo approfondito con l’autore le tematiche inerenti il disco. Buona lettura!

OT: Ciao Andrea, prima di tutto grazie per la disponibilità e complimenti per l’ottimo lavoro che sei in procinto di pubblicare. Ci vuoi raccontare il tragitto intercorso tra tuo precedente lavoro solista Sundog e questo Tropic Of Nowhere?

AVC: Grazie a voi. Dunque: Sundog è uscito nel 2012, nel frattempo sono successe tante cose; quella che era la mia band da tanti anni, i Van Cleef Continental, hanno pubblicato un EP e un disco (Unda Maris) rispettivamente nel 2014 e nel 2015, e si sono poi sciolti a fine 2015. La mia carriera di band, nell’ambito dello stoner e del doom, generi all’interno dei quali lavoro quando non faccio il cantautore, è proseguita con gli Humulus, band con la quale ho pubblicato un EP e soprattutto, nel 2017, l’LP Reverently Heading Into Nowhere, che è stato portato in tour in Italia e in Europa e che porteremo ancora in giro nel corso del 2018.

OT: Devo confessarti che prima di andare a scartabellare sul web informazioni sul tuo operato mi sono ascoltato il cd, annotando brano per brano i vari riferimenti musicali che man mano vi venivano in mente; i nomi scritti coprono un arco temporale vasto decenni, direi dagli anni 70 ad oggi. A quali artisti ti senti maggiormente legato e quali ti hanno decisamente influenzato?

AVC: Ah, domandona! Mi risulta molto difficile rispondere con precisione, come ascoltatore sono molto eclettico e posso sentirmi legatissimo a musicisti che non hanno niente a che fare con quello che poi mi trovo a suonare. Togliendo i riferimenti più heavy, che sono propri del progetto stoner rock (anche se dal vivo la band si lascia spesso andare a un approccio più alla Blue Cheer), per quanto riguarda quello che ho in testa quando in questo periodo suono con la band di questo progetto solista non posso non pensare ai Grateful Dead, a David Crosby e ai Pink Floyd per quanto riguarda le cose più datate, e a grandissimi musicisti come Dan Auerbach, Jonathan Wilson e Jack White per stare nella contemporaneità.

OT: Cosa ti ha spinto a intraprendere questa strada? Ho letto che sei nel giro dal 1998, fai parte o hai fatto parte di innumerevoli progetti. Attualmente hai altre collaborazioni in essere?

AVC: Ho iniziato a suonare perché da ragazzo abitavo in provincia, in un piccolo paese, e fare qualcosa di creativo era una via d’uscita dalle poche e solite cose. Inoltre nessuno che conoscessi suonava la musica che mi piaceva, nessuna band dei dintorni aveva il suono che volevo sentire, e così ho pensato, con grandi difficoltà, di iniziare a darmi da fare io, per rendere il mondo circostante un po’ più simile a un qualcosa che mi assomigliasse. Nel 1998 ho iniziato, ero giovanissimo, piuttosto incapace. Nel corso degli anni ho cercato di imparare il più possibile diversi approcci alla musica rock; visto che la mia indole mal si concilia con lo studio casalingo dello strumento, ho dovuto ovviare a questo handicap (studiare è sempre utile, sempre) con il coinvolgimento in diversissimi progetti che hanno toccato un po’ tutti i generi della storia del rock, iniziando col punk e poi andando dal classic rock al rockabilly, dall’elettronica all’alternative rock fino ad alcune svisate prog (in tempi recenti). Al momento, a.d. 2018, sono attivo anche con gli Humulus, come già detto prima, che si stanno ritagliando la loro visibilità all’interno della scena stoner/doom/heavy psych (che è stato il mio genere di riferimento negli ultimi otto anni) europea, e con i quali trovo molto liberatorio e divertente suonare, inoltre mi capita di tanto in tanto di tornare a suonare generi come il country, il surf e il classic rock in formazioni variabili ed estemporanee, divertendomi sempre molto.

OT: Rispetto al tuo esordio da solista hai dato al lavoro un’impronta decisamente più rock ampliando anche la proposta musicale; c’è un filo conduttore che unisce i due lavori? Forse The Highest Score sembra l’unica canzone che abbia un qualche collegamento musicale con Sundog?

AVC: Esatto, questo disco è sicuramente più rappresentativo delle mie diverse anime. Sundog era stato un disco molto particolare, scritto e registrato in casa, dal carattere molto intimo e dal suono ovviamente molto acustico; ci sono a tutt’oggi molto, molto affezionato, e per molte persone è il disco migliore che abbia mai fatto. Ma ogni disco che faccio è figlio innanzitutto delle cose che sto vivendo nel periodo in cui esce, che a volte si ricollegano a certi spunti del passato, ritrovando un sentiero nel solito caos creativo; ci sono alcuni brani in Tropic Of Nowhere che sono stati scritti nello stesso periodo in cui erano stati scritti quelli che sono poi apparsi su Sundog, ma che all’epoca erano stati scartati da quel disco perché non coerenti con l’impostazione acustica che quel disco aveva; inoltre ci sono brani nuovi, scritti a casa e poi arrangiati insieme alla band in sala prove, perché stavolta l’esigenza era quella di divertirsi e suonare rock insieme ad una band. The Highest Score è un’idea di ballata che avevo da un po’ di tempo, ed è stata la prima canzone che col produttore abbiamo deciso sarebbe finita nel disco; è effettivamente il punto di contatto con Sundog, è il punto di partenza in cui questo disco si ricollega a quello.

OT: Mi racconti di Paranoid l’unica cover del disco, avevi già in mente che il pezzo suonasse così?

AVC: Sì, era da tempo che avevo voglia di suonare Paranoid (i Black Sabbath, come tutti quelli che mi conoscono ben sanno, sono forse la mia band preferita in assoluto) con un arrangiamento che stravolgesse il pezzo, partendo dal mio solito approccio psichedelico, ma includendo elementi propri della musica di frontiera americana e mariachi, come fiati, percussioni e requinto. Sono sempre stato un fan di dischi come La Pistola y El Corazòn dei Los Lobos; uno dei primissimi demo che avevo registrato, nel 2000, si chiamava Seafood and Tequila ed era dedicato a quel genere (Matteo Crema e Lorenzo Colosio, che suonavano con me all’epoca, condividevano questa passione e oggi suonano nel progetto Staggerman). Penso che in questa cover questo approccio evidenzi certi aspetti del testo, trasportando il tutto in una chiave più malinconica e meno disperata.

OT: Come nascono le tue canzoni? Prima i testi poi la musica o viceversa?

AVC: Solitamente per i pezzi elettrici parto da riff di chitarra o da un’idea ritmica su cui impostare successioni di accordi, l’idea di un testo arriva dopo. Per i brani acustici, invece, ci può essere una vaga idea, un argomento non definito, un ricordo, su cui mi baso per impostare l’umore del brano; in questo caso magari ho già una o due/tre frasi di riferimento per capire dove andare a parare anche come atmosfera del brano.

OT: Parlaci dei testi che componi. Sono tutti autobiografici?

AVC: Ho sempre visto le mie canzoni come micro-romanzi, micro-storie che tento di raccontare con l’aiuto della musica. In alcuni casi sono storie vissute da me, come in Friday, Wrong Side of a Gun, The Highest Score o in Get Some Sleep, che romanza un po’ la difficoltà di tenere in piedi una vita con due lavori e una famiglia, oppure come succede nel brano che dà il titolo all’album, in cui pensavo di scrivere una canzone che parlasse di un ricordo ben preciso e ho poi capito solo più tardi che stavo parlando di un altro ricordo ben preciso. Altrove il soggetto delle micro-storie ha carattere meno personale, come in I wanna be like you, che parla (in maniera molto semplice, spero non troppo semplicistica) della difficoltà da parte degli uomini/ragazzi e delle donne/ragazze di questa fase storica ad adattarsi ai modelli di bellezza artificiosamente e forzatamente imposti dalla cultura di massa. In altri casi, lo spunto è sempre personale, ma il brano non parla di me: “Io sono la velocità della luce” (da cui il brano I am the Speed of Light, ovviamente) era una frase ripetuta sempre dal matto del paese in cui abitavo da bambino; ci ho costruito intorno una storia che parla della preistoria, di un futuro fatto di astronavi e del fatto che un matto potrebbe capire più cose di Einstein, o forse il matto è Einstein, non l’ho capito benissimo.

OT: In che ambito poni Queen Of The Dune Larks, l’unico strumentale? Suoni messicani, atmosfere evocative, per scene di vita sulla frontiera, tra il gioioso e il malinconico.

AVC: QOTDL è un brano scritto nel 2009, che nel corso degli anni ho sempre rimaneggiato e ritoccato; sinceramente l’avevo scritto pensando al film “I diari della motocicletta” e a tutte quelle scene immerse nella natura straordinaria del sud america, in particolare pensavo alle scene nelle rovine Inca a Machu Picchu e quel senso di malinconia e di perdita che si potrebbe associare a tutta la storia del Sud America, in un certo senso. Originariamente aveva un altro titolo e me n’ero dimenticato, finché, dopo aver pensato all’arrangiamento di Paranoid, mi era venuto in mente che sarebbe stato bello affiancare a quel brano un altro con atmosfere simili; sfogliando le decine e decine di demo accumulatisi negli anni mi sono imbattuto in Las Monegras (che era il titolo originale del brano) e ho pensato che sarebbe stato fantastico ripescarla mescolando l’idea di deserto propria di una band che adoro come gli Yawning Man e l’approccio di “frontiera” fornito dalla trombe di Stacy Sauceda e dagli altri preziosi contributi dello Smilin’ Castle studio di Rick Del Castillo in Texas.

OT: Il lavoro in studio è stato semplice o hai avuto momenti di difficoltà?

AVC: Devo dire che è stato più semplice del previsto, è filato tutto liscio, o quasi. Le registrazioni iniziali al PFL studio di Federico Provini, in zona Pavia, sono state molto fruttuose. Federico è una persona molto rilassata, in grado di mettere tutti a proprio agio, cosa che in uno studio è importante almeno quanto i macchinari usati; un musicista a suo agio darà sempre il meglio di sé. Ho poi dovuto rifare alcune voci a causa di alcuni problemi sopravvenuti alla voce nella fase finale delle registrazioni, ero diventato estremamente rauco a causa di alcuni problemi alle corde vocali, problemi che si sono via via risolti (sono tuttora in fase di guarigione) e che alla fine non hanno più impedito il libero fluire della voce. Il mixaggio è poi stato completato da Giovanni Bottoglia negli studi di Indiebox, qui vicino a casa mia a Brescia. Giovanni è un altro asso, veloce, competente, efficace.

OT: Contento, soddisfatto del lavoro finale?

AVC: Sono molto contento. Credo che al momento non esista in Italia, nell’underground dove sguazzo io, ma anche ai piani più alti, una figura di produttore come quella di Paolo Pagetti, boss della Rivertale Productions. Ha le sue idee anche in ambito artistico, ma non le impone mai e tende a far sì che i suoi artisti abbiano tutto quello che necessitano per esprimersi al meglio. E lo sta facendo con progetti che non rientrano all’interno di ciò che in Italia è più facilmente vendibile, ma punta all’originalità e a un’idea di qualità. È un gioco difficile, ma pare ne valga davvero la pena.

OT: Quali sono se ci sono i tuoi brani preferiti o quelli che più ti appartengono?

AVC: Tutti i brani, per forza, mi appartengono. Sono tutti sfaccettature diverse delle mie diverse identità, hanno i miei pregi (pochi) e i miei limiti (tanti). Non riuscirei mai ad essere monotematico, a far suonare tutti i brani nella stessa maniera, con le stesse modalità. È la linea di lavoro in cui si stanno orientando la maggior parte dei lavori in ambito pop/rock contemporaneo, anche nell’underground, perché nel breve periodo funziona, con la gente e con gli addetti ai lavori; permette ad un determinato pubblico di trovare subito i riferimenti giusti, per catturare l’attenzione e soddisfare effimere esigenze; ma non fa per me, anche nel mio disco più coeso, che è poi Sundog, sono presenti diverse tendenze. Qui le diverse tendenze sono tutte sviluppate secondo la loro indole, senza tirarsi indietro, anche se forse non è la mossa più saggia dal punto di vista economico, se miri al consenso. Quindi ti posso dire che sento mio sia il rock’n’roll che parla di due neo-fidanzati che passano il tempo facendo l’amore che senti in Friday, sia la catastrofe incombente che cerco di raccontare nello stoner’n’roll di Into the great big black nothing, sia il folk riflessivo di The Highest Score, niente è escluso.

OT: Hai lasciato Tropic Of Nowhere intenzionalmente per ultimo come sunto del lavoro svolto? La mia impressione è che sia un gran pezzo e scusa se azzardo il paragone con Riders On The Storm dei Doors ma in alcuni fraseggi sembra anche richiamarla.

AVC: Sì, l’ho lasciata intenzionalmente alla fine. Forse è anche il mio brano preferito, ti ringrazio per il paragone anche se è davvero eccessivo, però ovviamente mi lusinga molto, adoro i Doors e in particolare il disco L.A. Woman. E’ il brano in cui mi sfogo di più in senso psichedelico, la psichedelia alla fine è il centro fondante di tutto il marasma di generi che ho proposto nelle mie cose e trovo sempre fantastico suonare così, senza troppi vincoli, in un brano che è fondamentalmente basato su un solo accordo (ce n’è giusto un altro che fa capolino nel ritornello, ma è solo un attimo); la psichedelia nel 2018 ha per forza di cose un senso oggi più marginale, indefinito e meno coeso rispetto a quello che poteva avere nel 1967; per me significa essenzialmente libertà di perdersi al di fuori di sé, lasciando indietro costrizioni psicofisiche, paure e brutti ricordi, almeno finché dura il brano, e a volte, come in questo caso, riesco davvero a farlo.

OT: Adesso immagino partirete per l’attività promozionale in tour. Cosa ti aspetti? Quali sono i tuoi desideri?

AVC: Suonare dal vivo questo disco sarà una bella sfida, vista la diversità dei generi. Con la band che mi accompagna troveremo il giusto e psichedelico (appunto) modo per fare combaciare le parti più sognanti e quelle più rock, tenendo conto che riprenderemo anche brani del disco precedente, ri-arrangiandoli, e anche qualche cosa dei miei altri progetti. Vorrei che questo tour fosse il primo a comprendere un po’ tutti i miei “lati” musicali. Desidererei suonare in posti in cui si possa avere una buona qualità sonora e un buon contatto con la gente, sperando di entrare in contatto con le persone giuste, nel senso di persone che possano avere qualcosa in comune con me, avere gusti simili ai miei, perché in questo modo potremmo partire avvantaggiati nel passare insieme il tempo del concerto. Quando succede così, mi è capitato molte volte in passato, suonare è più divertente, è una condivisione più che un’esibizione, e nel post concerto ci si può trovare ancora e parlare di argomenti in comune, come musica, birra, cibo, politica… Molte delle persone che mi seguono nei live mi hanno dato dritte fantastiche su dischi da ascoltare, posti da visitare, cose da assaggiare… Suonare musica rock nel 2018 è ritornato far parte di un club esclusivo ristretto o esteso, è incontrarsi, è una cura per la solitudine dei social network.

OT: Ultime due domande Andrea, quelle che di solito chiedo a tutti: i tuoi tre album fondamentali e gli ultimi tre che hai ascoltato e ti sono piaciuti?

AVC: Eh, tre? Difficilissimo; così, un po’ casualmente ti posso dire Sky Valley dei Kyuss, Sabbath Bloody Sabbath dei Black Sabbath e Blues for Allah dei Grateful Dead. Gli ultimi tre che ho ascoltato usciti negli ultimi mesi: Sleeping Thru The War degli All Them Witches, il disco di Lukas Nelson con i Promise of The Real e Flying Microtonal Banana di King Gizzard and The Lizard Wizard.

OT: Grazie Andrea e a presto sotto qualche palco

AVC: Grazie a voi!

RELEASE PARTY: Lio Bar – Brescia, 23 febbraio 2018

Un pensiero riguardo “Dallo stoner alla psichedelia, il ritorno di Andrea Van Cleef – L’intervista

    […] Of Nowhere. Andrea Van Cleef è un musicista poliedrico, immerso in svariate realtà (leggete qui la nostra recente intervista) pertanto chi aveva apprezzato il suo primo lavoro, molto intimista, […]

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