Belle and Sebastian @ Fabrique, Milano – 13 febbraio 2018

Postato il Aggiornato il

Articolo di Luca Franceschini, immagini sonore di Mauro Abbatescianna

E’ strano constatare come i Belle and Sebastian, che abbiamo visto esordire, crescere, guadagnare consensi sempre più estesi, siano ormai considerati un gruppo “storico”, trattati dalla critica come una di quelle formazioni che è ancora in giro, è ancora in forma ma il suo l’ha dato abbondantemente anni prima, tanto che non ci si aspetta più che si ripeta a certi livelli.
E’ strano vedere Stuart Murdoch introdurre “She’s Losing It”, dal primo disco “Tigermilk”, dicendo: “Questa canzone è più vecchia di te”, rivolgendosi ad uno spettatore in prima fila che, evidentemente, non sembrava essere nato prima del 1996.
Allo stesso modo, il loro ritorno a Milano dopo otto anni è condito da scambi di battute tra il frontman e il pubblico, con tanto di rapido sondaggio su chi si fosse sposato, su chi avesse avuto dei figli e cose così. Che siano un gruppo a dimensione famigliare lo sappiamo da sempre ma è bello e anche un po’ commovente realizzare che dai primi tempi in cui questi giovani di Glasgow scrivevano canzoni che ragazzini malinconici e speranzosi ascoltavano nelle loro camerette, si è passati quasi senza accorgersene ad anni in cui adulti padri di famiglia scrivono nuovi pezzi per altri adulti e (in qualche caso) padri di famiglia.
Detto in maniera più semplice: è una band i cui membri hanno saputo invecchiare sia tra di loro sia nel rapporto con i propri fan. Si dirà che è normale, fisiologico, che lo fanno tutti quando arriva il momento; probabilmente è così ma non ogni gruppo è in grado di farlo come lo fanno loro. Probabilmente sono i soli che abbiano mai messo le facce dei loro fedelissimi in primo piano su una loro uscita discografica (l’artwork di “How To Solve Our Human Problems” è organizzato proprio così) e la scenetta abituale di alcuni tra le prime file invitati sul palco a ballare sulle note di “The Boy With the Arab Strap”, si è oggi di colorata di questa nuova consapevolezza.

Sono passati più di vent’anni, quindi e i Belle and Sebastian non sono più la nuova sensazione del Folk Pop europeo, bensì uno dei gruppi più importanti usciti dagli anni ’90, gli ultimi che avessero davvero un immaginario proprio, come ha sostenuto recentemente Mauro Fenoglio su Rumore; un immaginario fatto di testi ben connotati e copertine studiate nei minimi dettagli, un gruppo di quelli che, ascoltandolo, pensi quasi che la vita possa davvero essere salvata dalla musica.
Non è così, ovviamente ma è in qualche modo significativo che, al momento di pensare il discorso del nuovo album, siano andati a recuperare la formula del triplo Ep, esattamente come agli esordi (quella manciata di brani folgoranti più tardi raccolti in “Push Barman To Open Old Wounds”) e che abbiano voluto dargli un titolo impegnativo come “How To Solve Our Human Problems”. Come se bastassero le canzoni a farci stare in piedi in un mondo in cui, soprattutto oggi, sembra mancare la terra sotto i piedi!
Eppure, se c’è una cosa che questi scozzesi ci hanno ancora una volta dimostrato, è che per loro la forma canzone rappresenta sempre la possibilità di colpire al cuore chi ascolta, di andare al fondo della sua dimensione esistenziale; senza dare risposte (come si potrebbe?) ma facendo intuire la forma della bellezza e quindi in qualche modo misterioso, anche quella della verità.
Brani come “I’ll Be Your Pilot” (purtroppo non suonata stasera) o “We Were Beautiful” sono nuovamente caricati di quella piacevolezza Pop e di quel gusto per le melodie semplici ed eterne a cui i nostri ci hanno abituato da sempre. Certo, ora gli arrangiamenti sono più pieni, certi passaggi sono forse più ridondanti, ma è evidente l’impressione che siano ritornati a concentrarsi sull’essenzialità delle canzoni, dopo le sperimentazioni di “Girls in Peacetime Want To Dance”, un disco che era stato un po’ la pietra dello scandalo tra i fan storici (a me nel complesso era piaciuto ma io non faccio testo).

Il tour europeo è partito da poco (Milano è la settima data) ma gli otto sembrano già perfettamente rodati: sono infatti 50 le canzoni suonate nel corso dei concerti precedenti, per una setlist di 18-19 pezzi a data. Dire che hanno voglia di divertirsi è dire poco, sembrerebbe.
Il Fabrique è grande, forse troppo grande per un gruppo come il loro, che in Italia ha sempre avuto un buon seguito ma, appunto, siamo in Italia. Non si è raggiunto il Sold Out ma la risposta è comunque buona e c’è già una fetta consistente di pubblico in sala quando Pictish Trail, il progetto dello scozzese Johnny Lynch, inizia il proprio set. È la prima volta che suona in Italia e io lo conoscevo appena. Nella mezz’ora a sua disposizione ha dimostrato di saperci fare, curando in qualche modo anche l’aspetto visivo (tutta la band vestita di bianco e truccata in viso con glitter fluorescenti). Lui è simpatico e la band ha un bel tiro ma le canzoni, pur gradevoli, non sono sembrate un granché, un po’ troppo debitrici al modello degli ultimi Coldplay e ad un Pop elettronico tutto sommato privo di sussulti. Non so se li vedrei in uno show tutto loro ma comunque hanno svolto alla grande il loro compito di opener.
I Belle and Sebastian sono sempre loro: un carrozzone allegro e divertente (sono in otto sul palco) che ha nel triumvirato Stuart Murdoch, Stevie Jackson, Sarah Martin il proprio centro propulsivo.
Sono un collettivo di amici e musicisti affiatati, che suona insieme da un sacco di tempo e che ha raggiunto un’intesa per cui possono fare quello che vogliono, si divertono e tengono in pugno il pubblico con estrema facilità, quasi senza pensarci.

I suoni purtroppo non sono il massimo; dalla mia posizione (centrale, poco oltre la metà) il tutto usciva un po’ troppo impastato, bene gli inserti di tromba, un po’ sacrificati violino e violoncello, laddove sono stati utilizzati. È un peccato, perché gli scozzesi hanno un mood molto orchestrale, soprattutto in questi ultimi anni e non poter godere di tutta la profondità del loro spettro sonoro è stato un po’ penalizzante.
Per il resto, lo show ha seguito i binari prestabiliti e tutto si è svolto nel migliore dei modi. Stuart come sempre grande mattatore, simpatico e gioviale, voce che ancora regge nonostante qualche imprecisione, una divisione costante tra chitarra e piano elettrico, con qualche episodio in cui preferisce cantare e basta, lasciandosi trasportare dal ritmo della musica. Gli altri gli vanno dietro alla grande, c’è un continuo cambio di strumenti e di postazione, con momenti in cui prevalgono le atmosfere acustiche e delicate, e altri dove i suoni sono maggiormente pomposi od elettrici, a seconda che i brani proposti appartengano al vecchio repertorio o a quello più recente.
L’apertura con “Nobody’s Empire” e con un classico come “I’m a Cuckoo” è stata piuttosto telefonata ma ha garantito la giusta dose di movimento e di allegria. Palco sobrio, interamente occupato dai musicisti, con un grande schermo alle loro spalle che ha incessantemente proiettato quei filmati dal gusto agrodolce che sono da sempre caratteristici dell’impronta visiva della band.
Una setlist priva di grossi sussulti, soprattutto se si considerano le esplorazioni e i ripescaggi delle date precedenti. Poche sorprese, se si eccettua una “Step Into My Office, Baby” divertente e dal gusto rockeggiante; per il resto, si viaggia al ritmo dei soliti noti, da “Sukie in the Graveyard” a “Piazza, New York Catcher”, passando per episodi datati e sempre graditi come “Mayfly” o addirittura “Legal Man”.

Soltanto tre i pezzi nuovi, con l’impressione che per il momento non si voglia puntare molto su questo materiale. Peccato, perché il livello è alto e “We Were Beautiful”, “The Same Star” e “Show Me The Sun” rendono benissimo e si integrano alla grande nel resto della setlist.
Finale affidato ad una meravigliosa “Dog on Wheels”, ritmo incalzante e una splendida tromba a ricamare il tema centrale. I bis purtroppo non tengono lo stesso livello: dopo una pur divertente “The Party Line”, non particolarmente amata dai fan della prima ora, Stuart accenna a chiedere al pubblico che cosa preferisca sentire; dopo essere stato sommerso da gente che gridava i titoli più improbabili (“Mi dispiace, non possiamo suonare “Ease Your Feet in the Sea”, non ce la ricordiamo più!”) decide di consultarsi con gli altri e di tirare fuori “I Want the World To Stop”: gradevole, per carità, ma non esattamente quel che ci saremmo aspettati per chiudere il tutto.
Prima di congedarsi, fanno capire che forse torneranno d’estate per uno show all’aperto. Lo speriamo davvero: in molti si saranno ormai abituati ai loro concerti ma è difficile lasciar passare troppo tempo senza vederli dal vivo. Se poi ci saranno più pezzi nuovi e più chicche in scaletta, tanto meglio.

Grazie per il grande aiuto a Mauro Abbatescianna e Ascolti e Racconti

 

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